Le (nuove) inchieste del Commissario Filippo Falconara. A Calatorre

Lillo Ariosto
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Terza Puntata

La “Nouvelle Vague”, la moka, l’omino coi baffi e la “Genovese”.

La luce azzurrina tipica di Calatorre nelle giornate di acerba primavera filtrava dalle persiane della camera da letto di Falconara. Era l’annuncio di un nuovo mattino. Sulla parete il chiarore ricamava vaghi motivi floreali istigati dall’ombra degli agiati bouganville ancorati all’inferriata del chiostro del Collegio dei Gesuiti. La palazzina tardo settecentesca nel centro di Calatorre vi si specchiava chissà da quanti secoli. E Falconara pure. Di sicuro però non dagli stessi anni.

Dopo qualche ora di sonno, nonostante l’incubo vissuto con la vedova Lo Celso, il bagliore del giorno aveva licenziato quello dei lampioni. Comprese che era finalmente desto. Disincagliò le pupille dalla cessata oscurità della notte e accese di nuovo la TV che gli faceva da orizzonte digitale all’apice del trumeau ereditato dalla prozia Giuseppina. Si angustiò subito. Al posto del tenero film capostipite della nouvelle vague francese con Anouk Aimée e Jean Louis Trintignant che lo aveva rimesso al mondo dopo la tragedia onirica con la Lo Celso, appariva una mancata Miss Italia, in tubino corto color salmone, con le braccia liberamente volteggianti su una carta elettronica dello Stivale italico. Con la vocina ristretta, più dell’abitino che le avevano abbinato, preannunciava sole per i buoni e pioggia per i cattivi. Una volta i buoni stavano al Sud. Ora le parti si erano invertite. Il bel tempo imperversava sotto l’arco alpino orfano di neve mentre nuvole, lampi e tuoni imperavano tra Scilla e Cariddi. Per Falconara era la ennesima conferma che il mondo stava andando all’incontrario.

Abbandonò signorina e mali pensieri alla stessa connessi, sia sul tempo che sulle curve ben in evidenza della ragazza e si alzò per la sua quotidiana “Destinazione Paradiso”. Quest’ultima non era il celebre motivo di Gianluca Grignani ma coincideva con la doccia calda, rito essenziale per restituirlo alla normalità. Sbarbato e rigenerato entrò nella cucina-tinello e montò la moka.

L’omino coi baffi nato dalla matita di Paul Campani nel ‘953, password visiva che aveva reso universalmente famosa la caffettiera italiana, sembrava fissarlo. Falconara detestava le sacrileghe macchinette ingoia-cialde. Per lui queste erano miserabili utensili da caffè per “lagnusi” (pigri, per chi abita in Continente), incapaci di creare un vero espresso “fatto a mano”. Il profumo e l’aroma della Arabica e della Nicaragua, personale miscela che si faceva confezionare dalla Torrefazione del cavaliere Vinebra, gli assalì piacevolmente le narici.

Dopo l’iniezione salutare della prima dose di caffeina si portò nel suo adorato tempio: la cabina-armadio. Adocchiò il solito cinque tasche di velluto chiaro da abbinare alla camicia, collo francese 522, bianca con barres azzurre, cui accostò una cravatta regimental a righe trasversali blu e rosse. Afferrò il solito trench britannico chiaro, che poggiò sulla giacca di velluto brown light. Si allacciò al polso uno dei suoi amati cronografi anni ‘60 e uscì sul pianerottolo, chiudendo la porta dietro di sé. Mai errore fu così fatale. Davanti a lui la faccia “schifiata” (disgustata) della vedova Lo Celso lo stava squadrando dalla testa ai piedi. Tentò istintivamente un approccio gentile.

– Buongiorno signora Lo Celso. Come và? Cosa fa di buon mattino?

La vedova, più acida del solito, rispose dura.

– “Bongiorno un….

La vedova, in uno slancio di “cortesia”, ritenne di fermarsi lì e non precipitare nell’abisso della volgarità. Ma fu soltanto un maldestro sforzo. Tant’è che riprese di lena.

– Buongiorno se non piove. Ma visto che lei si è messo l’impermeabile… con l’attasso (sfiga) che ha addosso… sicuramente deve piovere.

Lei stamattina non aveva altro acchè ffare? Vero?

Lei stamattina “si susì pì cunsumari a mia”!

Falconara per un momento ebbe un attimo di smarrimento, quasi che stesse vivendo una sequenza del film Matrix, dove la realtà è solo virtuale. Una mera finzione. Gli sembrò di essere stato ricacciato nel nightmare vissuto nella notte con la vedova acre. Purtroppo si rese conto di essere vigile e sveglio quando si sentì colpire con un altro colpo di sciabola verbale dalla Lo Celso.

– Non si illuda di entrare in ascensore con me! Non si arrisichi!

Questa cabina è così miserabile che due persone si devono stringere per starci dentro. E lei, a me, non mi stringe. Ha capito!? Se lo levi dalla testa.

Io questa soddisfazione da maniaco a lei non ce la permetto. Si cuitassi!

Falconara sperò in un ripristino di serenità.

– Ma no. No, no, signora Lo Celso non mi permetterei mai. So bene che l’ascensore non è abbastanza comodo per due persone robuste. E poi io avrei fretta e quindi avevo deciso di scendere per le scale.

Mai tanto rimedio fece più danno. La Lo Celso parse incendiarsi come colpita da una saetta mefistofelica. Assunse un colore rosso porporino. Istintivamente sembrò cercare il bastone della scopa di casa per fracassarlo sulla testa del povero commissario. Parse in preda a una imminente sincope ma era un falso allarme. La fame d’aria che sembrava averla colpita le servì invece per tuonare nuovamente all’indirizzo del povero Commissario.

– Ma che mi vuole dire? L’ascensore non va bene per le persone robuste?!

E io che le sembro “ponchia” (grossa, in carne n.d.a.)?

Che mi vorrebbe sicca impatiddruta (magra da patimento fisico)?

E che sono grassa, secondo lei?

Ma guarda questo! Solo perché sono una femmina ancora “formosa” si permette di dirmi questo! Ma lo sa che lei è proprio una “cosa fitusa”!

Dopo un attimo la vedova ancora più inferocita, riprese.

– E poi che significa che lei scende le scale più veloce dell’ascensore?

Ma se è tutto accroccato come un pensionato di una casa di riposo.

Non capisco come la signora Maria Stella, che è bella e giovane, si possa accontentare di una “canna vacante” come lei. Ma mi facesse il piacere. Si livassi davanti agli occhi miei!

E pure è della Polizia! Si. Ma quale della Polizia.

Della Polizia…. all’ufficio!

Quest’ultima frase “della Polizia all’ufficio” era proprio quella con cui nel sogno la Lo Celso aveva “bollato” il povero Commissario.

Falconara si impose di non pensare ancora all’incubo con la vedova dirimpettaia, alle male parole che si era dovuto sorbire e soprattutto ad allontanare l’idea di usare, questa volta per davvero, “il revorbaro” per scaricare – senza pietà – i proiettili (magari bum-bum, i più devastanti) dell’intero caricatore sulla Lo Celso.

Naturalmente allontanò questo proposito, ricorrendo al suo noto british self-control, decidendo di dedicarsi a qualcosa di veramente buono. Lasciò la Lo Celso in preda alle sue imprecazioni e raggiunse l’uscita dell’androne di casa. Recuperò la sua Golf bianca mollando gli ormeggi in direzione della palazzina liberty della Questura. Prima però si doveva concedere “qualcosa di buono” che lo aspettava quasi ogni mattina nella vetrina del Caffè sul piano della Badia.

Il “Narbone” era uno degli (ex) vecchi bar di Calatorre, dove si sfornavano le migliori “Genovesi” del mondo. In città sino alla metà secolo precedente aveva regnato una solida tradizione pasticciera dovuta al lascito di antiche ricette da parte dei conventi di monache un tempo abbondanti nella zona. La “Genovese” di Narbone era una delle ultime sopravvissute all’era dei mini-poligoni geometrici (s)fatti di glasse e mousse, confezionati in tristi monoporzioni da clinica baltica. La “Genovese” per Falconara era un rito mattutino irrinunciabile. Quella cupola di pasta frolla cotta al forno, ripiena di crema o confettura di fichi o di cotogne, la accompagnava al cappuccino, spolverato di cacao, preferendolo agli imperanti (e per lui volgari) cornetti-croissant, che considerava arroganti “forestieri”, turpi invasori delle patrie vetrine (isolane) di pasticcieria. 

Per quel giorno, la “Genovese” di Narbone fu per Falconara il primo e l’ultimo momento di serenità. Non sapeva cosa avrebbe trovato, da lì a poco, davanti il suo ufficio.

To be continued….

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