Nona puntata
“Io Agata e Tu”.
E forse l’altro.
Agata Lo Volsi, quarantina venuta dal sud della provincia, conosciuta come “Aitina Lo Vuole” era una onesta esercente l’arte più antica del mondo, lungo la nuova circonvallazione alberata realizzata da oltre trent’anni a sud di Calatorre. Il suo nome era noto alla Polizia per una delle periodiche retate, nei nuovi tempi chiamati controllo del territorio, che ad ogni cambio di stagione politica venivano effettuate in osservanza delle circolari che ogni nuovo Ministro degli Interni inviava a Prefetti e Questori.
Agata conduceva la propria professione lungo il boulevard costeggiato da profumati tigli e altri arbusti ornamentali che era stato pensato per rendere più veloci i collegamenti tra la vecchia “zona industriale”, realizzata a metà del secolo precedente, e la nuova zona residenziale. Questa non era altro che il “frutto del peccato” prodotto dalla più miope e bieca speculazione edilizia degli edonisti-neoliberali anni Ottanta del Novecento e che aveva portato alla distruzione delle più belle ville liberty, vanto delle villeggiature cittadine delle famiglie patrizie di fine Ottocento. Casati in gran parte estinti, in pari parte scappati al nord o fintamente trasferitisi nei due maggiori centri dell’Isola. In ogni caso, quasi, tutti bancariamente inabili.
Il versante sud della collina di Sant’Elena era ormai una congerie di affastellate case “di cooperativa”. Un altro metodo per dragare somme dalla Regione stanziate per la cosiddetta edilizia “economica e popolare”. E in effetti non poteva meglio nomenclarsi una legge che aveva reso “economica” la costruzione degli edifici a base di cemento depotenziato e “popolare” nel senso che tutti si erano arricchiti, intestando ad amici e parenti le numerose unità immobiliari prodotte sopra ogni decente previsione demografica. Chi ci aveva guadagnato di più, alla lunga, si stava rivelando il fisco che a furia di tasse comunali e statali ogni anno si riprendeva a (grandi) spizzichi e mozzichi quanto (in)faustamente aveva sconsideratamente elargito.
Naturalmente tutto questo nulla aveva a che fare con la convocazione in Questura di Aitina che, contrariamente a quanto si potesse pensare, si era presentata negli Uffici della Polizia in elegante tween-set tenuamente dorato su gonna nero-gessata appena sopra il ginocchio, accompagnata da una luxury shopper dal grande brand alla spalla e guarnita da grandi occhiali alla moda di un celebre marchio siculo-lombardo.
– Buongiorno. Ho ricevuto questa convocazione. Dovrei presentarmi nella stanza del dottore Filippo Falconara.
Con questa formale e precisa espressione Agata esordì davanti l’agente del gabbiotto della Questura di Calatorre. Il piantone, con fare serio, lesse il biglietto di convocazione e chiese un documento di riconoscimento a quella che appariva come una signora della media-alta borghesia e che invece era il prodotto più emblematico della cosiddetta “economia sommersa”. Consegnato il documento e ricevuto in cambio un badge da indossare al collo Agata Lo Volsi – in quel momento in tenuta “non da lavoro” – venne accompagnata dall’agente La Manna davanti l’ufficio di Falconara, precedentemente avvertito.
Due colpi di cicalino posto accanto alla targhetta con la scritta “Commissario Capo” vennero preceduti dalla quasi immediata apertura a scatto della porta che consentì l’ingresso alla signora in outfit montenapoleonico.
– Signora Li Volsi si accomodi. Prego.
– Dottore veramente il mio cognome è Lo Volsi.
Corresse la donna.
– Mi scusi ma nelle mie carte avevo letto Li Volsi.
Precisò Falconara.
– Si, lo so. Capita a volte. E’ un errore di trascrizione che, da queste parti, spesso succede.
– Mi spiace. Me ne scuso ancora.
– Non si deve scusare di nulla dottore. Grazie.
Falconara anche lui ringraziò con un cenno e proseguì nelle sue incombenze. Sin dalla emissione del biglietto di convocazione, pur avendo ben compreso dalla lettura del rapporto, cosa ci facesse la donna sul boulevard alberato non aveva per nulla considerato la professione della Lo Volsi, limitandosi a pensare alle domande che avrebbe dovuto rivolgere alla stessa. Aveva bisogno di avere la certezza su quanto aveva ipotizzato dopo avere letto il rapporto con cui il medico di guardia del pronto soccorso aveva segnalato lo strano incidente occorso al tizio del sedicente incidente alla fornacella. Questi aveva dichiarato di avere percorso il vialone delle lucciole prima di recarsi sul luogo dell’accaduto.
Falconara, con fare gentile, indicò alla donna una delle due seggiole appena dietro il suo tavolo, varando l’incontro con un saluto formale.
– Buongiorno Signora. La prego. Si accomodi.
– Buongiorno dottore.
I due si scambiarono un breve sguardo di studio.
Falconara aveva letto il dossier sulla Lo Volsi preparato dall’agente La Manna il giorno prima. Partiva quindi con un certo vantaggio.
– Signora lei penso immagini il motivo per cui l’abbiamo fatta venire qui.
– Veramente no. Sono qui per saperlo.
Falconara comprese che era meglio andare più sul concreto. Chi gli stava di fronte era comunque una professionista della strada. Non poteva essere intimorita e certamente sapeva per chi e per cosa era stata convocata.
Cambiò quindi registro.
– Lei conosce un certo signor…. Giovanni Malerba?
Agata Lo Volsi, senza alcuna emozione, volle mettere subito le cose in chiaro. La sua professione non prevedeva ipocrisie o girotondi finti-perbenisti. Senza alcuna incertezza mostrò la volontà di collaborare con chi le stava di fronte ma senza alcun rammarico o rincrescimento o imbarazzo.
– Dottore mettiamola così. Io e lei sappiamo quale è il mio lavoro e dove lo svolgo.
Falconara fece un sobrio cenno di assenso, attendendo il seguito.
– Come potrà immaginare non mi mancano gli uomini da incontrare. Ma, a loro, non chiedo documenti o nome e cognome.
E’ una regola che ho imparato sin da quando ho deciso di intraprendere questa professione.
Il Commissario per un momento provò uno strano senso di compassione misto a un sentimento di indulgenza per la donna ma poi considerò la libertà di ognuno di stabilire il corso della propria vita.
Continuò quindi nello scopo investigativo. Fece quindi un altro tentativo.
– Signora sarebbe in grado di riconoscere un uomo se le mostro una foto?
– Possiamo provare. Ma le dico sin da adesso che non conosco nessun nome. Per il motivo che le ho detto prima.
– Va bene a noi basta che lei guardi con attenzione la fotografia.
– D’accordo.
– Ha avuto occasione di vedere quest’uomo.
La donna osservò la foto, con adeguata attenzione.
Poi scrutando il commissario.
– Non ho mai incontrato quest’uomo. Anche se non potrebbe passare inosservato.
– Perché?
Chiese Falconara.
– Perché somiglia a un vecchio cantante della TV di cui una mia anziana zia era segretamente innamorata.
– Ah…. si? E chi sarebbe?
Agata Lo Volsi alzò lo sguardo verso Falconara, lo fissò velocissimamente e con una certa sicurezza apostrofò.
– Mi sorprende dottore. Lei dovrebbe ricordarsene. Magari sarà stato solo un ragazzo ma nei primi anni Settanta era molto in auge tra le ragazzine e le signore un pò d’antan. Si chiamava Nino Ferrer. Se lo cerca su you tube se ne ricorderà. Ne sono sicura.

A Falconara venne un sommovimento interiore che, nell’Isola, le generazioni di un tempo solevano chiamare “un moto”. Una sensazione di rimescolamento spinto da sorpresa, rabbia, incredulità mista a una razionale consapevolezza della ineluttabilità del tempo che passa.
Abbandonò questi mali pensieri, prendendo per positiva la quasi identificazione del giovane nella foto. Continuò pertanto nelle domande. Da buon incassatore non si fece accorgere della raggia che per un attimo lo aveva investito. Con fare freddo e calmo, emanando pure un sorriso vero quando un finto Rolex, riprese.
– La ringrazio per la precisazione.
Ma io le ho chiesto se lei lo ha mai visto.
La donna guardò il commissario. Parse riflettere. Poi pronunciò.
– Dottore ho detto che non l’ho incontrato. Non che non l’ho visto.
La donna quindi continuò.
– Non vorrei sbagliare ma credo che sia uno di quei giovanotti esuberanti, per usare un termine elegante, che passano e spassano alla guida di macchine che scimmiottano le supercar che non si possono permettere.
Questo che mi mostra in foto, a volte, e se non ricordo male anche qualche sera fa, va su e giù per una decina di minuti sulle due corsie della via Manchester. Guarda e basta. Non si ferma. Non chiede. Non consuma. A volte è accompagnato da un altro giovanotto. Ma non mi chieda di quest’ultimo perché non saprei dirle nulla.
Falconara aveva fatto breccia. Era riuscito a inoltrarsi oltre la (onesta) soglia di reticenza professionale della Lo Volsi. Il suo fare sobrio e asciutto, senza mostrare alcun (stupido) giudizio implicito aveva forse convinto la donna ad aderire alla richiesta di verità utile alla indagine e innocua per chi la stava rendendo.
– Quindi non lo ho mai visto neanche con qualcuna delle sue colleghe?
La Lo Volsi adesso si mostrava più serena e disponibile a collaborare.
– Dottore credo che sia uno che si accontenta di uno sguardo. A pensarci bene qualche sera fa mi è sembrato che si stesse fermando ma ad un tratto ha accelerato di colpo. Come se volesse sfuggire ad un inseguimento o a qualcuno che lo aveva riconosciuto.
– Saprebbe dirmi che vettura guidasse.
– Una coupé bianca. Giapponese credo. Una di quelle che qualche anno addietro, a basso prezzo, parevano imitare le sportive a due posti tedesche.
A Falconara bastò quest’ultima circostanza.
– Grazie signora. Lei ci è stata molto utile. Se vuole può andare.
– Grazie dottore. La saluto. Lei è stato molto gentile. L’ho apprezzato molto.
– Dovere signora.
Chiamò l’agente La Manna e congedò Agata Lo Volsi.
I due si scambiarono un invisibile cenno di saluto e – forse – di (in)felice comprensione reciproca.
Falconara adesso aveva bisogno di riflettere. Di stare un attimo da solo. Il suo intuito stava mettendo in collegamento alcune tessere del puzzle che nei giorni precedenti era piombato sul suo tavolo. La targhetta metallica dell’auto iscritta sul registro doganale, la denuncia per esercizio abusivo della professione di acconciatrice, l’incidente domestico denunciato dai medici del Pronto Soccorso, le molestie saltuarie alle mondane sul vialone alberato. Sapeva che almeno uno di questi tasselli poteva portare alla soluzione del caso.
Sempre che il caso fosse uno solo.
L’incontro con la Lo Volsi gli aveva comunque fatto cambiare umore. Un senso di leggera rabbia e di frustrazione lo aveva avvolto senza un’apparente ragione. In fondo aveva ricevuto la conferma della presenza dei due giovani lungo il viale alla cui fine, nei pressi del nuovo quartiere di Capo Duca, si trovava il pub “Le sette vite”, oggetto dell’attentato incendiario.
Qualcosa però, per Falconara, non quadrava. Il quartiere in sé non si mostrava come una periferia derelitta. Pur trovandosi nei pressi delle ultime propaggini di Calatorre, prima dell’ex grande parco una volta appartenente alla locale Curia Vescovile, era stato realizzato con discreti canoni residenziali. C’erano chiese, giardini, uffici pubblici e modesti esercizi commerciali privati. Le mani della malavita organizzata non sembravano essersi estese su quello che era poco più di un piccolo sobborgo abitato prevalentemente da un ceto medio impiegatizio poco redditizio per le (vere) mire malavitose.
E poi a Falconara non andava giù la voglia spasmodica della nuova TV locale di far apparire quel pezzo di città come in preda alla malavita organizzata. Comprendeva che il nuovo Sindaco e l’accozzaglia politica che gli stava dietro volevano mostrarsi come compagine dedita all’ordine e alla legalità, reclamando rigore e severità. Anche se, intimamente, si domandava con quale faccia tosta lo facessero. Decise di proseguire le indagini, facendo convocare il nipote della vedova sua vicina di pianerottolo, identificato dalla Lo Volsi nel corso della sua convocazione.
Ma prima voleva avvertire la stessa.
Non voleva portarsi una guerra dentro casa. Decise quindi di passare dalla bottega di Borina, la fioraia da cui si serviva nelle circostanze speciali.
E l’incontro con la vedova Lo Celso sarebbe stato una di queste.
– Signorina Borina buongiorno.
Il Signorina era più un appellativo convenzionale che anagrafico, dal momento che Borina era una quarantina, bella “accippata”, abbastanza disinvolta e “sperta” assai. Ma lui era fatto così. Un tradizionale consuetudinario quasi da manuale scolastico. Le forme dovevano essere rispettate ad oltranza. Almeno sino a quando una norma non le avesse cambiate.

– Caro Commissario che piacere vederla. Come sta?
– Bene, Grazie.
– Come posso aiutarla?
– Dovrei mandare dei fiori a una vicina di casa.
La fioraia cambiò espressione e involontariamente rivolse uno sguardo interrogativo al Commissario. Per un momento la Signorina Borina temette che Maria Stella non fosse più l’astro splendente di chi le stava di fronte. Falconara intercettò immediatamente il malo pensiero e con un sorriso innocente la tranquillizzò.
– No, no. Non è per quello che forse immagina.
La signora a cui vorrei fare arrivare dei fiori è una anziana vedova che abita nel mio stesso pianerottolo. Devo farle una visita di cortesia e vorrei essere preceduto da un omaggio floreale.
La fioraia si riprese sfoderando adesso un sorriso di circostanza ma che mal celava un sentimento di soddisfazione e di ritrovata tranquillità.
– Ah! Bene. Meglio così. Le confesso che per un momento avevo temuto qualcosa che non vorrei neanche immaginare. La dottoressa Maria Stella non avrebbe meritato una, mi scusi, sua sbandata o chiamiamola…. distrazione.
Falconara restò sorpreso ancora una volta e tenne a precisare.
– Signorina ma cosa ha pensato?
Stia serena. Con la dottoressa Maria Stella andiamo perfettamente d’accordo. Il mio omaggio floreale è diretto a una vecchietta a cui devo fara una visita di lavoro. Nulla di quanto, adesso sto comprendendo, lei avesse malamente immaginato.
La fioraia, come se non avesse sentito quanto detto da Falconara, replicò d’impeto.
– E meno male caro dottore. E dove andrebbe a trovarla un’altra come la dottoressa Maria Stella.? La dottoressa le accorda tutte cose. Non è che lei, mi permetta senza offesa, è tanto facile. Lei pare simpatico ma…. a volte, con il suo lavoro, ci vuole una pazienza….
Falconara era lì, lì quasi a per riprendere la (troppo) sincera fioraia, rivendicando una bontà e saggezza di carattere da guinness dei primati, meravigliandosi come non fosse patrimonio comune e soprattutto come fosse del tutto (di)sconosciute alla fioraia. La sua razionalità istintiva gli venne in soccorso, accendendogli i led mentali di allerta di cui per fortuna era dotato. Magari Borina, in un ulteriore impeto di sincerità, gli avrebbe rivelato tanti altri vizi e difetti a lui ignoti e da cui si riteneva totalmente estraneo… anzi del tutto indenne. Non era il caso, Non poteva rischiare di mettere a repentaglio le innate certezze sulla sua irreprensibilità. Fece quindi finta di non avere sentito e candidamente chiese, passando abilmente oltre.
– Quali fiori si fanno avere per queste occasioni?
Rimase in attesa di risposta.
To be continued……


