Decima Puntata.
“Rose (non) rosse” per lei.
La sarta, la giacca, il caffè di Romanes. E……
– Dottore per una signora di una certa età sono preferibili dei fiori eleganti. I colori devono essere tenui, pastello o tendenti al bianco. Poco consigliabili i colori forti, come il rosso. Vanno bene anche delle roselline, dei gigli. Pure le orchidee sono ideali.
Borina così sciorinava le competenze floreali accumulate in oltre venti anni di attività.
– Grazie. Sa, non vorrei sbagliare.
Un Falconara un pò titubante replicò.
– Stia tranquillo. Lasci fare a me. Mi dia pure l’indirizzo che li faccio recapitare dal ragazzo di bottega.
– Grazie signorina.
Un Falconara sereno (forse troppo) prese dalla tasca interna della giacca la stilo con il solito (per lui) inchiostro verde personalizzato, frutto di una riservata miscela che usava fare mischiando inchiostri azzurro leggero, vinaccia e verde chiaro, e stese qualcosa su un suo biglietto da visita, tentando una grafia più chiara possibile. Cosa quasi infattibile.

– Questo è l’indirizzo.
Naturalmente le due residenze, di chi inviava e di chi riceveva, coincidevano.
Poi chiese.
– Cosa devo?
Borina lanciò un sorriso rilassante e tranquillizzò il Commissario.
– Passi tranquillamente domani. Così mi dirà se i fiori sono stati di gradimento della sua vicina di casa.
Falconara apprezzò.
– Grazie ancora, allora. Buongiorno.
Borina replicò ancora sorridendo.
– Buona giornata a lei dottore.
Falconara lasciò con animo sereno il negozio “Rose e Fiori” di Borina Pranzafame posto all’angolo che precedeva l’isolato del palazzetto della Questura di Calatorre. Si sentiva a posto. Tutto gli appariva filare come da programma che pensava di avere ben organizzato.
Decise quindi di recarsi in un’altra bottega a lui cara: la “Sartoria del Corso di Maria Assunta La Monaca”.
Aveva acquistato qualche giorno prima da “Spotorno”, il negozio di abbigliamento dove aveva per la prima volta incontrato Maria Stella, un abito “Principe di Galles” autunno-primaverile. Non essendo più in uso fare confezionare gli abiti su misura gli era necessario, ad ogni acquisto, regolare l’orlo di maniche e dei pantaloni. Falconara, di tanto in tanto, amava sottoporsi a queste visite sartoriali. Era un modo, tutto suo, di immaginarsi lungo una isolana Seville Row, la strada dei grandi taylors (sarti) londinesi, per una presa di misure per abiti che, naturalmente, mai avrebbe indossato. L’unica cosa verosimile durante queste visite era il cimentarsi con la sarta Maria Assunta in una rilassante e sobria conversazione dal contenuto vago e vario, se non più prosaicamente, nullo.
Anzi – positivamente e totalmente – inutile.
Era fatto così. Cercava di (sopra)vivere in una città che pareva avere rinunciato ad ogni afflato di gioia di vivere, condannando pure ogni extravaganza che qualcuno amava ancora donarsi. Aveva comunque fatto l’abitudine, scegliendo di non curarsene più di tanto, conducendo la propria vita, almeno nei momenti lontani dal lavoro, come un disincantato “flaneur” di quella porzione di esistenza che ancora il Cielo aveva programmato di assicurargli.
Prima però fece visita al Gran Caffè Romanes, i cui locali (solo questi però) ancora resistevano di fronte al Palazzo del Municipio. Dopo anni di chiusura per la morte dei vecchi proprietari era stato da poco riaperto con la gestione di uno dei pochi imprenditori della ristorazione che avevano conservato l’amore per il lavoro e soprattutto per il rischio di impresa. Merce divenuta rara (e forse pericolosa) per la Calatorre in tempi di Repubblica “neo-leaderista-decisionista”. Certo il “moderno” Romanes si era dovuto adattare ai temps nouveaux, servendo – oltre al cappuccino e al classico amaro dell’Isola – anche il neo-canonico Mojito, il finto-teutonico Ugo Spritz e il quasi leggendario Negroni Sbagliato, il mito milanese con prosecco al posto del gin, ultima minkiata importata dai (non più) giovani con il vacuo pallino rinco-ambrosiano-forzanovista. Resisteva comunque ancora il buon caffè espresso in tazza rovente con bordo arrotondato che Falconara ogni tanto si concedeva per reintegrare la giornaliera dose di caffeina, unico “stimolante” che la sua morale tardo “catto-bacchetona-perbenista” gli consentiva.

Lasciò Romanes e si incamminò sul corso intestato a uno dei tanti Padri della Patria di volta in volta messi in gloria dalle ruffiane Amministrazioni contingenti di Calatorre. Per un attimo pensò che, per fortuna, a nessuno – nemmeno al “pupo di zuccaro” di turno – era ancora venuto in mente di intitolare una strada o una piazza ai nuovi “campioni” della democrazia “dell’alternanza”. Per un attimo, su quest’ultimo termine ebbe un riflesso mentale, ricordando una frase popolare che con intento ironico, ad ogni emissione di fesseria concludevano con un tranquillizzante: “Parola che si dice”.
Fatta sparire in un attimo quest’ultima (altra) mezza minkiata, Falconara giunse sull’uscio della sartoria della signora Maria Assunta.
– Buongiorno Signora. Dovrei ritirare quell’abito che avevo lasciato qualche giorno fa.
– Buongiorno dottore si accomodi. Un attimo le prendo la giacca. Vorrei che la provasse però.
Falconara fece un cenno di assenso.
– Grazie. Aspetto.
Dopo qualche minuto dal retrobottega riapparve la sarta e, tra le sue mani, la leggera giacca che pareva sventolare come la vela di una caravella in attesa di lasciare un porto lusitano lucidato dal sole atlantico (questa frase mi è venuta bene n.d.a)
– Dottore prego la provi. Vorrei essere sicura che le stia a pennello.
La sarta non rivelò il vero motivo.
Falconara indossò la giacca e l’abbottonò sul davanti rimirandosi compiaciuto allo specchio. Guardò la sarta che stava discretamente alle sue spalle e fece un sobrio gesto di soddisfazione a conferma che nessun aumento di centimetri in vita gli si era manifestato.
La signora Maria Assunta, con discrezione, riscontrò con un sorriso di assenso, frutto di anni di esperienza professionale. Lasciò quindi contento Falconara che mai venne a conoscenza dello spostamento, autonomo e clandestino, dalla stessa operato che ad occhio aveva rimodulato le nuove misure dell’adipe addominale del Commissario.

Sempre con animo sereno lasciò la bottega e raggiunse la Golf bianca parcheggiata poco più avanti. Mollò gli ormeggi per una delle missioni più pericolose che doveva affrontare quel giorno: la visita alla vedova Lo Celso.
Questo incontro lo riteneva essenziale per la indagine e per la pista investigativa che gli era nata dopo il colloquio con la Lo Volsi. Aveva maturato l’idea che la vedova Lo Celso, a sua insaputa, era depositaria di un fondamentale elemento che avrebbe potuto contribuire a scoprire gli autori dell’incendio al Pub “Le Sette Vite”. E – forse – non solo. Era però sicuro che l’anziana vicina di casa nulla sospettasse di essere al corrente di un così importante elemento investigativo e quindi, conoscendo il carattere “particolare” della vedova, non voleva compromettere il tutto, rivelando il vero scopo della sua visita.
Rimaneva abbastanza tranquillo, convinto che l’essersi fatto precedere all’omaggio floreale concordato in mattinata con Borina la fioraia lo avrebbe tenuto al riparo da errori e dai sempre possibili improperi della anziana vicina di casa.
Naturalmente non era così.
Ma lui ancora non lo sapeva.
Il cicalino anni Cinquanta iniziò a sbraitare sotto i potenti colpi giovanili di un virile mezzo butterato sedicenne, garzone a tempo perso, dei negozi di vario genere che ancora resistevano a nord della Questura di Calatorre.
– Chi è?
Si sentì rispondere il fattorino, mezzo “Glovo” (come si dice nei tempi moderni) e mezzo sudato picciotto schiffarato, dotato di potenti ormoni adolescenziali (come si usava quando i cervelli ancora funzionavano).
– Fiori da consegnare.
Pensava di avere risolto così l’interrogativo. Il ragazzo non sapeva con chi stava avendo a che fare. Per lui tutto era semplice e tranquillo. Sbaglio però c’era.
E infatti venne colpito, da dietro la porta, da un tuonante.
– Il morto è due palazzine più sotto.
Il mezzo-butterato strabuzzò gli occhi, chiedendosi se gli effetti della mezza birra che era in uso calarsi a metà mattinata avevano anticipato a manifestarsi.
– Quale morto?
Rispose in automatico.
– Il morto… che è morto.

Si sentì rispondere.
Il giovanotto, a sua insaputa, malcapitato recuperò qualche grammo di acerba lucidità di cui era inconsapevolmente dotato e pensò bene di (ri)guardare la targhetta posta sopra il pulsante del campanello che poco prima aveva mezzo-violentato. Sullo stesso appariva incontrovertibilmente: “Teresa Lo Celso – Vedova”. Non aveva sbagliato. Il bigliettino allegato alla confezione florale che doveva consegnare riportava proprio lo stesso nome. Sbaglio non ce n’era.
– Signora i fiori non sono per il morto. I fiori sono per lei.
D’un tratto si aprirono per il povero mezzo-butterato non le porte di casa Lo Celso ma quelle dell’Inferno. Ai suoi occhi apparve una anziana dai capelli tesi e dagli occhi infuocati come due tizzoni schizzati da una fornacella dopo essere stata incautamente irrorata da una buona spruzzata di alcool denaturato. Il denaturato non era un orpello ma il giusto mezzo di paragone rispetto allo sguardo maligno che la vedova Lo Celso stava sfoderando e che nulla pareva avere di naturale.
– Ma lo vuoi capire che non sono morta? Mi stai vedendo o no?
Lo vedi che sono viva e in carne e ossa, Lo vedi o no che non sono ancora putrefatta?
I fiori valli a portare a quel gran cosa fitusa che è morto più sotto e che con il suo tanfo sta impestando tutto il quartiere.
La vedova Lo Celso stava dando ancora una volta prova della sua elegante gentilezza e amore verso l’altrui bontà.
Il picciotto guardò la vedova. La squadrò dalla testa ai piedi. Istintivamente gli venne il pensiero di caricarsi sulle spalle la anziana che gli stava di fronte e buttarla giù dalla tromba delle scale.
Per fortuna la gioventù gli venne in aiuto e quindi il mezzo-butterato abbandonò il malo proposito che gli sembrò pure inutile, alla luce del fatto che lui della morte e dei mali pensieri annessi se ne fotteva, stante che in forza della gioventù e degli ormoni che sprizzava da tutti i pori (compreso il lezzo sudorifero) pensava solo a una cosa per lui – “molto vitale” – che gli si era innestata nel cervello all’età puberale anticipata a cavallo tra i dodici e i tredici anni e di cui era alla ricerca perenne, di notte e di giorno, naturale sintomo di attaccamento alla vita e di rifiuto della morte.
Di Eros e Thanatos naturalmente il mezzo butterato non sapeva nulla.
Al massimo per lui, queste forze opposte, potevano essere due figure dei fumetti che era solito fottere all’unica tabaccherie-edicola che resisteva nel quartiere. Quindi rispose sodo.
– Signora a me del morto non me ne fotte una minkia.
Se lei è viva sono cazzi suoi e di questo mezzo spasimante scimunito che ha avuto la bella idea, sbagliando sparte, di arregalarle questi fiori.
Non so che ci deve pigliare da lei. Al massimo può levare filinie.
Comunque contento lui.
Si prenda quindi questi fiori e se li metta dove meglio lei crede.
Così, sano-sano, il mezzo-butterato con la forza di un novello Ercole da vecchia Cinecittà conficcò tra le mani della vedova il mazzo di fiori preparato con cura da Borina la fioraia, voltando gambe e spalle alla vedova che venne congedata da un non tanto sottovoce propalato augurio di: “Favanc…….”

Intanto un Falconara ignaro dell’accaduto, abbastanza tranquillo e sicuro di quanto di utile, ai fini dell’indagine, avrebbe ricavato dall’incontro con la vedova dirimpettaia, era giunto sotto casa. Decise di ormeggiare la Golf in uno dei vecchi stalli per i cavalli all’interno del cortile della palazzina che univa sotto lo stesso tetto – ma in appartamenti diversi – il Commissario e la vedova. Sbarcò dall’auto con un saltello atletico ancora ottimistico, retaggio della confidata immutata forma constatata (falsamente) nella bottega sartoriale.
Tutto sembrava tranquillo. Un “tutto” rose e fiori.
Furono invece questi ultimi a guastargli la giornata.
Falconara stava per bussare alla porta della vedova Lo Celso quando questa inaspettatamente apparve sulla soglia della porta.
– Buongiorno signora Lo Celso. Stavo per bussare e invece lei mi è apparsa. Mi ha preceduto. Che fortunata coincidenza.
La vedova immediatamente mise le carte in tavola.
– Ma quale apparizione e apparizione.
Che sono la Madonna?
E poi quale coincidenza? Io lo stavo propriamente postiando (facendo la posta n.d.a.) di proposito. Pensavo veramente di ancagliarlo (coglierlo) nel mentre che si apriva – la sua – porta. E invece lei è così senza russura (sfacciato) che mi si presenta fino alla mia casa.
Un Falconara stupito tentò di portare la conversazione su temi più cortesi.
– Perché signora Lo Celso. Io volevo farle una visita di cortesia.
La vedova immune a ogni tentativo di gentilezza del Commissario.
– Ma quale cortesia e cortesia.
Anzi – per cortesia – si levasse davanti i miei occhi.
Falconara sempre più meravigliato.
– Ma signora mi sono permesso di mandarle dei fiori, che spero le siano arrivati, proprio per essere carino con lei.
La vedova acida quanto una cassa di limoni finiti sotto un camion, innaffiati pure da una barca di aceto di vino della Valle del Belice andata a male, si rivolse dritto negli occhi del povero Falconara.
– Sentisse. Glielo dico una volta per tutte. Con me non attacca.
Non si mettesse strani pensieri in testa.
Con me niente ci esce.
Io lo so che si è messo in testa. Questa è fimmina sola. Nessuno la guarda.
E’ ancora in carne e piacente.
Gli mando dei fiori e poi chi se li può dare se li dà.
Mi ascontasse una volta per tutte.
Non si faccia film a colori.
Io non cedo. E non cederò mai!
Anzi. Si pigliasse un poco di bromuro e si carmasse il sangue.
A quest’ultima affermazione Falconara ebbe una reazione da sbirro vero. Abbandonò ogni regola di bon ton e di buon vicinato e sempre rispettando l’età della vedova, cambiò tono e registro.
– Allora Signora. Mi ascolti lei. E stia zitta.
Intimò alla vedova che sembrò avere ricevuto una botta mortale sul tuppo che gli sormontava la capigliatura.
– Io sono qui come il Commissario Filippo Falconara della Questura di Calatorre.
E, lo capisca una volta per tutte, sono qui in forma ufficiale e per doveri di ufficio. E non per altro motivo che lei, non so perché e come, abbia potuto pensare.
Quindi continuò duro, sempre aumentando di un tono la ufficialità della situazione.
– Lei è la signora Teresa, vedova Lo Celso?
La vedova, rintronata, e adesso con discreto spavento mormorò un labile e quasi involontario.
– Si.
E qui Falconara sfoderò tutta la sua arte teatrale che, alla bisogna, metteva in mostra quando sentiva necessario aggirare un ostacolo che in una indagine si frapponeva fra lui e la ricerca della verità.
– Abbiamo ricevuto una denuncia, firmata-anonima, per maltrattamenti ad animali che riguardano il suo gatto Beniamino. La informo, in maniera ufficiale e solenne, che il Pubblico Ministero della Procura di Calatorre mi ha delegato personalmente di condurre in maniera rigorosa le indagini al riguardo. Si astenga quindi dal frapporre ogni e qualsiasi eventuale ostacolo, difficoltà, intoppo o altro impedimento.
In caso contrario dovrò arrestarla.
Mentre pronunciava questa intimazione, pure a lui venne in mente di quanti aggettivi e sinonimi inutili stava sciorinando nei confronti della vicina di casa. Ma da teatrante, come a volte sapeva diventare, continuò imperterrito.
– Le devo chiedere di farmi vedere dove tiene il suo gatto. Di dichiararmi, con una autocertificazione firmata, quale sia la dieta alimentare che lei assicura al gatto medesimo. Di indicarmi quali medicine somministra al gatto. Chi è il dottore-veterinario che ha prescritto le stesse. In quale farmacia le ritira. Inoltre. Farmi misurare la temperatura dei locali e fornirmi la prova delle idonee misure di igiene messe in atto in favore del gatto.
Poi, al mucchio di minkiate che si era inventato, aggiunse la “botta del mastro”, con la solita efficace e soprattutto inutile richiesta.
– E naturalmente…
l’ultima sua dichiarazione dei redditi.
To be continued…..

