di Emilia Di Piazza
“Curare la tristezza d’Europa: dall’oblio di sé alla speranza paziente” è il titolo del convegno che si terrà pomeriggio, sabato, 18 aprile a San Cataldo presso l’Auditorium della BCC “G. Toniolo”, in corso Vittorio Emanuele 165, a partire dalle ore 17. Il cui sottotitolo, invece, è una postilla in memoria di mons. Cataldo Naro, arcivescovo di Monreale dal 2002 al 2006, anno della sua morte. Nativo di San Cataldo, dove vide la luce il giorno dell’Epifania del 1951, e dove venne educato, dai genitori, Salvatore e Giuseppina, al discernimento del tempo della fatica e della preghiera. Queste le umili premesse che hanno fatto grande l’uomo di Chiesa e, al contempo, lo studioso.
L’evento è organizzato e promosso dal Centro Studi “Arcangelo Cammarata” che, dal 1983 al 2003, è stato diretto proprio da mons. Cataldo Naro. A cui, poi, è succeduto il fratello, don Massimo Naro, docente di Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica di Sicilia. Un centro studi nato per approfondire le problematiche storiche, sociali ed economiche della Sicilia e del Meridione più in generale, e che presta particolare attenzione alla storia del movimento cattolico e al mondo della cooperazione.
E proprio la figura di mons. Naro ispirerà il dibattito di pomeriggio, che avrà come focus un tema a lui tanto caro: l’Europa e le sue radici cristiane, cespite sorgivo di una speranza che deve tornare a rianimare il vecchio continente e i popoli che vi abitano.
Interverranno Marco Follini, saggista e già vicepresidente del Consiglio dei ministri, su “De Gasperi e gli altri padri fondatori: pionieri o epigoni?”; mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina e presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea, su “Radici divelte e monumenti vuoti: quale contributo può dare ancora il cristianesimo?”; Bruno Tabacci, deputato parlamentare, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, su “Europa oggi: solo un’espressione geografica?”. L’incontro sarà moderato dalla giornalista Fiorella Falci. –
Un convegno sull’Europa e sulle sue “radici” cristiane e, perciò pure, culturali. Dunque uno sguardo rivolto all’origine. Ma qual è la valenza e il valore della parola “Europa” oggi, al tempo degli stravolgimenti geopolitici?
– A dire il vero, lo sguardo che gli organizzatori del convegno vogliono condividere con chi vorrà partecipare, a cominciare dai tre relatori, è caratterizzato da una sorta di strabismo di Venere: per un verso guarda a quella che lei chiama l’origine, cioè al tentativo che fu fatto, all’indomani della seconda guerra mondiale, di riunire le popolazioni europee nel nome della pace, della libertà riconquistata, del diritto ristabilito; per altro verso lo sguardo si posa pure sulla situazione attuale, nella quale possiamo registrare che solo alcune di quelle buone aspirazioni sono state nel frattempo tradotte in realtà, mentre altre, purtroppo, non ancora. Non è una situazione del tutto felice…
– Dunque, per questo nel titolo generale del convegno campeggia la parola “tristezza”: la tristezza d’Europa, che occorre curare. Cosa significa quest’espressione? Di cosa è metafora?
– L’espressione che lei sottolinea è tratta da un testo teatrale di Albert Camus, “Il malinteso”, composto dal grande scrittore francese nel 1943, quando Parigi era ancora occupata dall’esercito tedesco e terrorizzata
dalla polizia nazista: “Quest’Europa è talmente triste…”. Il personaggio, che la pronuncia nel dramma di Camus, si riferisce alle condizioni culturali, sociali, politiche e militari che fanno da sfondo tragico alla
trama. La quale culmina nell’uccisione di un giovane, che dopo essere stato all’estero per una ventina d’anni, ritorna a casa sua, senza però essere riconosciuto da sua madre e da sua sorella, che nel loro paese d’origine gestiscono una pensione. Scambiando il giovane per un avventore qualsiasi, pensano di ucciderlo per impossessarsi del suo pesante e probabilmente ricco bagaglio. Il malinteso sta proprio lì: l’anziana madre e la sorella con disturbi depressivi non riconosco il loro più stretto familiare solo perché dà loro l’impressione d’essere uno straniero. E lo uccidono. Solamente dopo si rendono conto del loro sbaglio e finiscono per disperarsi. In questo scenario, la tristezza d’Europa è prodotta da tanti fattori: la presenza degli stranieri imposta con la forza più che proposta come incontro e confronto, il sospetto che serpeggia ovunque, la violenza che assurge a unica soluzione d’ogni tipo di questione, la memoria di sé che vacilla, il riconoscimento degli altri inibito dal tornacontismo, il cortocircuito delle relazioni che si guastano, la morte che estingue la speranza che quella madre e sua figlia pur avevano nutrito di rivedere un giorno il loro familiare.
– Si spiega bene, così, il senso della metafora contenuta nel titolo del convegno… Etimologicamente “Occidente” sta per terra della sera, quindi una terra, appunto, destinata al tramonto. Una premonizione o, peggio, una sinistra minaccia! Quale pensa sia la condizione odierna dell’Occidente?
– È una situazione complessa, sotto molti aspetti anche complicata. Il cosiddetto “Occidente” è molto esteso, troppo vasto, per farne una diagnosi veloce e schematica. Riferendoci all’Europa, possiamo dire ch’essa sembra smemorata, dimentica delle sue più importanti radici culturali e spirituali, che neppure ha voluto menzionare nella Costituzione che l’Unione Europea s’è data qualche anno fa.
Quest’Europa dà l’impressione d’essere sospettosa verso gli “altri”, a tal punto da presumere che eterogenei alla sua storia e alla sua vita siano anche e proprio coloro che ne hanno partorito e lanciato l’idea, nei secoli scorsi.
Quest’Europa si lascia tentare – in larghe fasce delle sue popolazioni e delle sue classi dirigenti – dalla rivendicazione dei propri interessi, del proprio vantaggio, del proprio benessere, da non condividere, da conquistare e da tenersi stretto. Non è un sentimento condiviso da tutti i governi o da tutti i cittadini europei, ma rischia di allargarsi a macchia d’olio e, comunque, di annidarsi in profondità, pronto a rigurgitare ogni qualvolta le crisi ricominciano a mordere le persone nel loro vissuto quotidiano. Questa complessa condizione (più che semplice situazione) dev’essere decifrata e interpretata con lucidità.
Per questo ai tre relatori del convegno sono state consegnate altrettante domande, con l’invito di suggerire risposte non ovvie, non scontante, al limite neppure definitive o univoche.
– In un suo articolo, lei si chiede come ridare serenità e fiducia all’Europa, come risvegliarla alla gioia, come strapparle di dosso e da dentro la tristezza ancora sembra toglierle i respiro. Quale risposta si dà?
– L’Europa dei nostri giorni, cioè gli stati che fanno parte dell’Unione Europea condividendo regole commerciali, criteri economici, principi giuridici, intenti politici, preoccupazioni difensive, dovrebbe recuperare anche il senso delle sue radici culturali e spirituali: l’umanesimo ellenistico innestato da quello biblico (ebraico e cristiano); il pluralismo che da sempre ne ha connotato la configurazione sotto tanti riguardi, persino sotto il riguardo demografico; la disponibilità a ospitare e non la tendenza a osteggiare (l’ospite è proprio la risemantizzazione del nemico, dell’hostis che diventa hospes); il coraggio della franchezza per chiamare le cose con il loro nome, per dire la parola giusta al momento opportuno, per onorare la verità e impedire l’ingiustizia. Sono “virtù” europee che bisogna tornare a coltivare, come certamente seppero fare i padri ispiratori – penso a statisti di grande levatura come Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Robert Schuman e tanti altri – che, nel secondo dopoguerra, vollero ridare speranza ai popoli smarriti in mezzo a un immenso cumulo di macerie.
– La cura della tristezza, forse, è proprio la speranza, a suo parere?
– Sì, l’antidoto alla tristezza, prima e più che le strategie politiche, militari, economiche, consiste certamente nella speranza. Anzi, farei una precisazione, citando mio fratello Cataldo, che parlò più di una volta della “speranza paziente”. La speranza, cioè, di chi sa che bisogna innanzitutto seminare, anche se a raccogliere potranno esseri altri dopo, in un secondo momento. Occorre seminare speranza, affinché altri abbiano la possibilità di raccoglierne i frutti.
fonte: castelloincantato.it 18 aprile 2026 Emilia Di Piazza

