Manovra e sconti: tra beneficiari veri, virtuali e trascurati. (Lo specchietto delle “aliquote”)

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dal Prof. Claudio Vassallo riceviamo e pubblichiamo:

Si avvicina settembre, mese entro il quale il Governo presenterà al Parlamento, per l’approvazione, il  Disegno di Legge di Bilancio (triennio 2027 – 2029) e, così com’è naturale, già si intensificano voci e  indiscrezioni sulle misure che con la prossima manovra verranno adottate.

Tra di esse, sempre con maggiore insistenza, appare scontata quella relativa alla riduzione dell’IRPEF, attraverso l’ampliamento del secondo scaglione di reddito fino alla soglia dei 60.000 euro.

Attualmente gli scaglioni sono tre: 

  • il primo, aliquota del 23%, che interessa i contribuenti con redditi fino a 28.000;
  • il secondo, aliquota del 33%, che ricomprende i redditi da 28.001 a 50.000 euro;
  • il terzo, aliquota del 33%, per i  redditi superiori ai 50.000 euro.

Questa misura, su cui concordano tutte le forze di governo, mirerebbe ad attenzionare quel “ceto medio” dimenticato nei precedenti 4 anni di legislatura. “Tutti d’accordo sull’allargamento della platea del taglio dell’Irpef a quel ceto medio un po’ più trascurato nei primi quattro anni di legislatura”, così come si legge su “Il Sole 24 Ore”, del 24 di agosto, all’interno dell’articolo: Manovra, si studia il taglio delle tasse sulle tredicesime. Pressing della Lega sulle pensioni”.

Ora, pur riconoscendo la legittima della misura, appare opportuno fornire alcune precisazioni in ordine alla motivazione ed agli effetti.

In relazione alla motivazione è il caso di sottolineare come essa risulti almeno imprecisa, stante che i percettori di redditi superiori a 50.000 euro, pur non essendo menzionati nelle precedenti misure, da queste hanno tratto beneficio. È vero che non sono stati menzionati, ma trascurati assolutamente no. Anzi, sono proprio coloro che dalle stesse hanno tratto il maggior vantaggio.

Analizzando gli effetti del provvedimento inserito nell’ultima manovra approvata, quella che a decorrere dal 2026 ha ridotto di 2 punti percentuali l’aliquota prevista per la seconda fascia (redditi da 28.001 a 50.000 euro), ci si accorge che non hanno goduto del taglio dei 2 punti solo i contribuenti con reddito pari o inferiore 28.000 euro (prima fascia), mentre tutti gli altri, seppur con intensità diverse, . Più precisamente:

  • I contribuenti ricompresi nella seconda fascia, i beneficiari dichiarati della riduzione, ne hanno goduto parzialmente e più esattamente per la parte di reddito eccedente i 28.001 euro. Chi, per esempio, ha conseguito un reddito di 30.001 di euro, ha goduto del taglio su 2.000 euro (30.001 – 28.001), traendo quale effettivo vantaggio (riduzione d’imposta) 40 euro.
  • I contribuenti con redditi superiori a 50.000 euro, cosiddetti “trascurati”, appartenenti alla terza fascia, hanno al contrario beneficiato pienamente del taglio, vedendolo applicato su tutti i 22.000 euro che costituiscono la seconda fascia e risparmiando 440,00 euro.

A conti fatti, gli unici a non beneficiare mai delle misure susseguitesi in questi anni, riguardanti l’accorpamento degli scaglioni e la modifica delle aliquote, sono solo quelli i cui redditi non hanno superato i 15.000 euro.

Sono questi i veri trascurati, i quali non hanno tratto vantaggio dall’accorpamento delle prime due fasce previste sino al 2023 (da 0 a 15.000, con aliquota del 23%, e da 15.001 a 28.000, con aliquota del 27% nel 2021 e 25% nel 2022) in un’unica fascia, fino ai 28.000, con l’aliquota del 23% (dal 2024); aliquota che scontavano anche in precedenza e neanche dei successivi tagli, di cui hanno beneficiato solo le fasce superiori. E ciò non appare equo!

L’IRPEF va ripensata, per distribuirne più equamente il carico. Nell’immediato si potrebbero rimuovere quelle distorsioni riconducibili proprio alla riduzione del numero degli scaglioni ed al loro conseguente ampliamento.

Scaglioni ampi, come quelli attualmente previsti, hanno fatto sì che al loro interno coesistano situazioni, che, seppur diverse (talvolta profondamente diverse), subiscono il medesimo trattamento in termini di aliquota.

Oggi nel primo scaglione troviamo quanti posseggono un reddito di 27.000 annui, insieme coloro che di reddito ne posseggono solo 6.000. Potenzialità economiche molto differenti, ma sottoposte alla stessa aliquota del 23%. Considerazione valida anche per il secondo scaglione, all’interno del quale c’è chi di euro ne ha guadagnati 29.000, e chi di 49.000; soggetti, anche in questo caso, trattati alla stessa maniera (aliquota al 33%), pur se con 20.000 di reddito euro di differenza (sostanziale).

Nemmeno il terzo scaglione è esente da critiche, contenendo anch’esso posizioni di gran lunga differenti; basti pensare a coloro che possiedono un reddito di 52.000 euro, che si vedono applicata la medesima aliquota (del 43%) a cui sono sottoposti coloro che hanno percepito redditi per 300.000 euro o più.

A ciò va aggiunto come la riduzione degli scaglioni abbia comportato l’ampliarsi dello scarto esistente tra le aliquote. È irragionevole che il 28.001° euro di reddito guadagnato possa esprimere una potenzialità economica tanto diversa rispetto al precedente, tale da giustificare un salto di tassazione di 10 punti percentuali o che il passaggio dal 50.000° euro di reddito al 50.001° euro giustifichi il secondo incremento di aliquota (dal 33% al 43%).

Certamente esistano i margini per ripensare il sistema degli scaglioni e delle aliquote, al fine di rendere questa imposta più equa e ciò anche senza aggravi per lo Stato (riduzione del gettito).

Ma forse bisognerebbe pensare più in grande, spingere l’analisi ben oltre la sola IRPEF, ridisegnando l’intero sistema tributario, in un’ottica sistemica e senza preconcetti. Occorre considerare la ricaduta complessiva sui contribuenti dei diversi tributi e non analizzarli singolarmente, come se fossero entità autonome. Solo così si può sperare di realizzare un sistema capace di coniugare: “copertura della spesa pubblica”,“equa ripartizione del peso tributario” e “crescita economica”. Compito difficile, ma non impossibile.

In questa ottica, si dovrebbe ragionare sull’effetto cumulativo delle imposte o perlomeno di quelle più importanti in termini di introito, che da sole rappresentano il 68,69% del totale delle entrate tributarie (dati LB 2026 – 2028): l’IRPEF e l’IVA.

L’IVA è un’imposta indiretta (la più importante del nostro sistema), che colpisce i consumi, assicurando un gettito di 217,137 mld (previsione 2026 da LB 2026 – 2028). È un’imposta proporzionale (aliquota ordinaria del 22%) ed ha, sui contribuenti, ricadute economiche differenti, in ragione della diversa quota di reddito consumata.

Per comprendere l’impatto complessivo delle due imposte, tornano utili i calcoli, che, per quanto affetti da semplificazioni, che non inficiano la sostanza dell’analisi, i quali restituiscono un quadro del funzionamento complessivo del sistema. A tal fine può aiutare il confronto tra la posizione di due diversi ipotetici contribuenti.

– Il primo, possessore di un reddito basso, 10.000 euro lordi, che versa 2.300 euro di IRPEF (aliquota 23%) e, che consuma (abbigliamento, elettricità, telefonia, carburante, cibo ….), per necessità, quasi tutto di quei 7.700 euro rimasti, destinando ad acquisti, ipotizziamo, il 90%, ossia 6.930 euro e pagando IVA  (scorporo) per 1.249,67 euro, pari ad un ulteriore 12,50% del suo reddito iniziale.

In conclusione questo contribuente subisce un prelievo complessivo (IRPEF + IVA), rapportato al reddito, del 35,50%.

– Il secondo, percettore di un reddito più elevato, ipotizziamo 50.000, che, versando 13.700 euro di IRPEF (con un’aliquota media effettiva del 27,40, più bassa di quella marginale per effetto del meccanismo della progressività per scaglioni), rimangono 36.300 euro (50.000 – 13.700), dei quali (disponendo di maggiori margini di risparmio) consuma una quota inferiore, che potrebbe essere il 75%, ossia 27.225 euro e per i quali paga IVA per 4.909,43 euro, cioè il 9,82% del suo reddito; importo che aggiunto all’IRPEF, porta l’imposizione complessiva subita al 37,22%, superiore di solo 1,72 punti percentuali rispetto a quella del contribuente meno fortunato.

I risultati che ci restituiscano i numeri, che per quanto perfettibili, cozzano duramente con l’idea ormai consolidata di distribuzione del carico tributario. Ma i numeri sono numeri e il resto è percezione!

Sì, percezione, stante che del peso dell’IRPEF abbiamo tutti precisa contezza (ricordiamo bene sia il versamento legato alla dichiarazione dei redditi, che le ritenute che subite in busta paga), mentre dell’IVA annualmente pagata in occasione dei tanti acquisti fatti, solo nei casi migliori, se ne ha un’idea molto sommaria.  E ciò che sfugge alla percezione, sfugge anche alla valutazione.

Ora, al di là del percepito e non, appare chiaro come sia arrivato il tempo di concentrarsi sul sistema, non considerando più un tabù una sua eventuale riformulazione. Per far ciò occorre una riflessione attenta, aperta e completa, che, non escluda (per partito preso) alcuna possibilità e consideri le diverse alternative al fine di disegnare un sistema tributario veramente giusto, funzionale e equilibrato. 

Con riferimento all’ultimo aspetto, l’equilibrio, non deve (e non può) sfuggire il consistente debito pubblico sin qui accumulato (le ultime stime quantificano nella misura record di 3.207 mld di euro), sul quale quest’anno si pagheranno interessi (previsione di Bilancio) per 108,9 mld, pari (un sesto della spesa corrente e comunque più di quanto lo Stato spende per la salute dei cittadini).

Debito la cui tendenza al rialzo andrebbe, se non  invertita, almeno arrestata e che al contrario continua a crescere, stante che anche nel 2026 è previsto che il valore dell’accensione di nuovi prestiti (Titolo IV – Entrate: 484,383 mld) superi quello del rimborso di quelli a scadenza (Titolo III – Spese: 330,045 mld) per 154,338 mld.

Tra queste alternative, su cui è doveroso ragionare, rientra anche quella della patrimoniale, che, se pensata come misura ordinaria, risulta, a mio avviso, destabilizzante e pericolosa per la crescita economica, ma che può liberare risorse da destinare allo sviluppo, qualora prevista quale contributo straordinario (una volta e basta!) destinato esclusivamente all’abbattimento debito pubblico.

E visto che, pur evidenziandone i pericoli, si è parlato di patrimoniale (argomento a dir poco esplosivo), è bene provare a sfatare alcuni luoghi comuni, che, inevitabilmente e puntualmente, si presentano allorquando la si cita, fosse solo come ipotesi di scuola o per estendere il campo della discussione.

Un’imposta patrimoniale (anche se i più fanno finta che non ci sia) pur se parziale, già esiste da tempo e si chiama IMU. Parziale, poiché colpisce solo il patrimonio immobiliare (terreni e fabbricati) e non quello mobiliare (azioni, obbligazioni, titoli di stato …), attuando così una sorta si discriminazione tra patrimoni meritevoli di tutela e non.

– Poi, se si considera valida la tesi secondo cui i patrimoni non debbano essere aggrediti, poiché, essendo originati da redditi già tassati, si configurerebbe come una seconda tassazione del medesimo reddito (prima in quanto prodotto, poi in quanto risparmiato), allora non si comprende come mai tale eccezione, non debba valere anche per i consumi, anch’essi derivanti da un reddito già tassato all’atto della sua produzione e successivamente colpito nuovamente all’atto del consumo.

In conclusione, spero che il Paese riprenda presto quel cammino di crescita complessivo (economico, culturale e sociale) che da qualche anno è stato abbandonato. Serve che la classe dirigente torni a dirigere lungo un percorso di sviluppo serio, fatto di trasparenza, che significa soprattutto “raccontare le cose per come stanno veramente”; anche quando sono complicate; anche quando richiedono scelte difficili.

Una riforma tributaria indirizzata alla massima equità possibile, in ossequio del disposto dell’art. 53 della Costituzione, potrebbe rappresentare un primo rilevante passo lungo questo cammino e costituirebbe un importante test, poiché i tributi toccano la carne viva del Paese, incidendo significativamente sulla quotidianità degli italiani.

Questa è visione!

Prof. Claudio Vassallo

Coordinamento regionale “Più Uno”

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