di Emilio Duminuco
Fa freddo a Milano in gennaio e se fai l’idraulico nei cantieri e hai 59 anni, beh! È dura.
Chi non c’è mai stato non immagina quanto freddo possa esserci in un palazzo in costruzione!
La ditta per cui lavora Livio, la Termoidraulica Lombarda, ha firmato un contratto per realizzare gli impianti di condizionamento di un nuovo edificio industriale.
Dentro l’edificio ci sono i muratori dell’impresa principale e poi quelli che devono rivestire le pareti di carton-gesso.
Sono in tanti e c’è la necessità di coordinarsi e programmare bene i lavori per non sovrapporsi.
La palazzina uffici è a due piani e nel corridoio principale c’è il vano dove dovranno installare l’ascensore. Al posto delle porte ci sono delle tavole che sbarrano l’accesso al vano, per non cadere giù.
Livio e il suo collega Piero hanno bisogno della corrente per i loro attrezzi.
C’è un solo quadro elettrico ed è in cortile. Tutti si organizzano con le prolunghe ed anche loro devono farlo. Per comodità ne fanno passare una dalla facciata, ma questo non piace al geometra di cantiere: “ragazzi mi sporcate la facciata” dice, “fatela passare per il vano ascensore”.
È Piero a fare quel lavoro. Dal secondo piano, lega il cavo ad una tavola di legno che fa da parapetto del vano ascensore e butta giù l’estremità del filo, che poi collegherà al quadro elettrico.
Piero e Livio lavorano tutto il giorno. Stanno all’esterno, su di un terrazzino, fa un freddo cane.
È ormai tardi, comincia a fare buio ed i pulmini di alcuni compagni sono andati già via:
“tu rimetti a posto gli attrezzi” dice Livio a Piero: “che il cavo lo ritiro io”.
Il vano ascensore è li vicino. Livio osserva quelle tavole messe a croce, sul vano vuoto dell’ascensore. Il cavo elettrico è legato con un cordino, alla tavola posta in diagonale, ci vuole poco a slegarlo, basta solo trattenere ben saldo il cavo elettrico, per evitare che poi cada giù.
Fa un po’ paura quel buco nero!
Livio fa un rapido calcolo: due piani di tre metri ciascuno più la buca dell’ascensore, beh! Saranno almeno sette metri!
Ma Livio è tranquillo, lui si fida di chi ha fatto il parapetto. D’altronde sul lavoro bisogna fidarsi dei propri compagni: ” siamo tutti sulla stessa barca, pochi soldi e tanta fatica”.
Il nodo fa un po’ di resistenza, forse è colpa del cavo che tira. Si appoggia Livio, si appoggia alla tavola, perché Livio si fida!
Un tonfo! Legni che sbattono! Buio in fondo alla buca!
Qualcuno ha sentito, qualcuno chiama!
Dov’è Livio?
Piero accorre.
C’è il cavo che penzola nella buca ma non vede più la tavola dove l’aveva legato al mattino!
Giù di corsa, i gradini a due alla volta. Livio è a terra, nel pozzo buio dell’ascensore.
Il telefono! Chi chiama l’ambulanza? Sta arrivando!
Dai Livio resisti! Ma Livio non resiste. Alle 20,30 muore in sala operatoria.
C’è freddo il giorno dopo in cantiere, c’è freddo sulla pelle e nel cuore. Fa sempre freddo quando muore un lavoratore, anche ad agosto!
Cerchiamo di capire, dice il dirigente della Polizia Locale, che la sera prima ha sequestrato il cantiere. Chi è il responsabile del cantiere? Chiedono gli ispettori dell’ASL. E guardano la scena del fatto, gli ispettori. E sono stanchi di arrivare sui luoghi di lavoro per capire come e perché qualcuno si è fatto male. Sono stanchi di scrivere rapporti ad un giudice. Vorrebbero parlare di prevenzione e invece, troppo spesso, devono raccontare di dolore e di morte, ma è il loro mestiere e devono farlo bene.
Guardiamole queste tavole, vediamolo questo parapetto! Ma era inchiodato dall’interno del vano ascensore! Ed i chiodi non erano neanche piantati fino in fondo! Come poteva mai resistere ad una spinta dall’esterno?
Non dovrebbero, ma si arrabbiano gli ispettori!
Chi lo ha realizzato? Chi lo ha controllato?
Salvatore dice: “Prima tutte le aperture del vano ascensore erano state sbarrate dall’esterno, con tre tavole orizzontali e una verticale in mezzo. Poi i gessisti hanno chiesto di togliere quello del secondo piano, perché dovevano mettere il carton-gesso. Hanno detto di fissarlo dall’interno. Hanno anche detto che ne avevano parlato con il geometra di cantiere. Allora io ho inchiodato le estremità delle tavole al muro interno dell’ascensore. Quella verticale non l’ho messa perché era corta”.
Hassan dice: “Ricordo che il parapetto era fatto con due fodere di legno incrociate, fissate all’interno del vano ascensore”.
Fa male agli ispettori, verbalizzare quelle dichiarazioni. Chi può mai pensare che delle tavole di legno, semplicemente inchiodate dall’interno, possano resistere alla spinta di un corpo? Che poi parlare di “corpo” non è corretto, è freddo, è distaccato.
Come può una tavola, fissata in quel modo, al contrario, resistere al peso di un tuo compagno di lavoro? È questa la frase giusta. È questa la domanda che dovrebbero porsi tutti, geometri, carpentieri, muratori, compagni di lavoro.
Non serve una legge che lo dica. Basta il buon senso. Si capisce che è un parapetto per finta!
Ma Livio si fidava. Erano i suoi compagni di lavoro.
Il vocabolario alla parola “compagno” recita così: – dal latino cum panis – colui che mangia il pane con te.
Livio si è appoggiato al parapetto perché si fidava di coloro che mangiavano il pane con lui.
Livio era fatto così.

