Nello Ambra, quasi 80 anni di energia incontenibile, presidente del Comitato di quartiere San Luca, volontario e testimonial FIDAS per la donazione del sangue, sportivo poliedrico, 13 traversate dello Stretto di Messina al suo attivo per sensibilizzare alla donazione, un cittadino nisseno esemplare che interpreta la cittadinanza come impegno quotidiano. Un nisseno, per questo, un po’ contro-corrente in una città che sembra ormai rassegnata al proprio declino irreversibile.
Lo abbiamo incontrato nella sede del Comitato di quartiere a San Luca, un luogo-simbolo della cittadinanza attiva, con le pareti coperte dalle immagini di tutte le iniziative che da quasi 20 anni animano quella comunità, costruendo legami sociali, mettendo in circolazione risorse ed energie, senza risparmiarsi, sempre sorridendo, impegnati a “contagiare” all’impegno civile, anche in collegamento con le esperienze degli altri quartieri e con tante associazioni della città.
- Come inizia l’esperienza del volontariato?
Ho lavorato come agente di commercio per 40 anni, e sono emerso dalla pensione con l’impegno volontario, conciliandolo con la famiglia e l’attività sportiva. Per 40 anni donatore di sangue, poi eletto nel direttivo FIDAS, dopo i 65 anni non potendo più donare, dovevamo inventarci qualcosa. I talassemici hanno bisogno di 2-3 sacche di sangue a settimana, sono 120 circa a CL, circa 200 nei 12 comuni della zona nord della provincia.
La mia idea era coinvolgere i giovani, abbiamo contattato le scuole e da 15 anni andiamo in tutte le scuole superiori per sensibilizzare alla donazione. Per me a settembre inizia l’anno scolastico come se fossi uno studente. Da allora, siamo passati da circa 3000 sacche di sangue all’anno a quasi 6000, il 75% del fabbisogno dell’ospedale.
- L’altra grande passione è stata lo sport. Presidente del Panathlon International provinciale, il Club service che si occupa di divulgare lo sport, di contrastare la droga e il bullismo e mettere in atto i diritti e i doveri dei ragazzi e dei genitori
Lo sport è stato la mia punta di diamante da sempre. Non sono stato mai fermo. La corsa, il nuoto, e poi tanti anni fa avevo un sogno nel cassetto: la traversata dello Stretto di Messina. Un sogno nato tanti anni prima, forse 40 anni fa, tornando da una vacanza in Calabria (mia moglie me lo disse dopo) guardavo il mare estasiato e mia moglie disse ai nostri figli “Un giorno papà farà la traversata dello Stretto di Messina”.

Ho fatto la richiesta alla Capitaneria di porto di Messina e Reggio Calabria, ci vuole una barca che ti segue, le bandierine per l’uomo in mare che nuota, e ho fatto la mia traversata. Avevo circa 50 anni, trent’anni fa. Sono stato incoraggiato a rifarla altre 12 volte perché l’indomani la FIDAS di Messina si è riempita di giovani e meno giovani che allungavano il braccio per fare le prime analisi e donare. Perché i giovani hanno bisogno di esempi: se vedono una persona avanti negli anni, che ha vitalità e continua a fare queste imprese, pensano: “Allora donare sangue fa bene!”
- La necessità di promuovere la donazione è un problema più meridionale, per la carenza delle strutture pubbliche o è un problema nazionale?
Il Sud sta crescendo moltissimo nella donazione. Se i giovani donano poco è dovuto alla mancanza di informazione. Infatti ci accorgiamo che, dopo i nostri incontri, l’indomani la FIDAS si riempie di tantissimi giovani che poi diventano donatori in maniera costante.
- E’ un paradosso, perché oggi sembra che ci sia moltissima informazione e invece sulle cose importanti c’è il silenzio mediatico
I social ci tempestano di informazioni ma di questo argomento non vedo quasi mai parlare. Se invece ognuno di noi in prima persona dà il suo contributo si va avanti.
- Parliamo del Comitato di quartiere di San Luca
Nasce così. Il mio amico Carlo Campione, circa vent’anni fa (dopo un primo tentativo che è stato un flop, perché c’era una finalità politica di visibilità), mi ha proposto di impegnarci per il nuovo quartiere, che non fosse un dormitorio, senza nessuna opportunità per i ragazzi. Ho risposto “Rimbocchiamoci le maniche” con altri amici, Vito Nigro, Borino Gattuso, Enzo Palmeri, e abbiamo fatto questa squadra di cinque persone. Il primo incontro si tenne il 3 novembre 2007, l’assemblea di quartiere.

- Dove vi riunivate? Non c’era neanche la chiesa
Non c’era la chiesa, c’era il capannone; ci riunivamo a casa mia o di Carlo. Il parroco era padre Adamo, ci siamo chiesti se coinvolgerlo o no, abbiamo provato e lui ci rispose: “Bella iniziativa, però noi siamo due agenzie diverse, voi fate il vostro lavoro”
- Quando nacquero i primi Comitati di quartiere a Caltanissetta, negli anni ’70, ci fu un sostegno delle parrocchie molto partecipato: S. Flavia con padre Castiglione, S. Barbara con padre Di Vincenzo. Poi nella nuova fase storica l’atteggiamento è cambiato. Il Comitato su quali obiettivi si è costituito?
C’era carenza di tutto: i ragazzi non avevano punti di riferimento, stavano ad oziare con i motorini. Noi avevamo quello slargo, dove oggi c’è il Giardino della legalità. Scoprimmo che c’era un progetto remoto: lì doveva nascere una piazza. Poi la CMC doveva costruire l’autostrada e il Comune diede qui un casotto per i depositi e i servizi, e ci fu la fase della compensazione, come per il Parco Balate, e allora decidemmo di chiedere di rispolverare il vecchio progetto. Siamo stati ascoltati e hanno fatto questo giardino. Ci sono i bagni per le persone con disabilità e per i normodotati. Noi abbiamo ampliato con le giostre, i murales. Abbiamo lavorato alacremente, Borino da agronomo ha studiato le essenza da piantare. Finché c’è stata l’inaugurazione con il giudice Tona. Perché Giardino della legalità? CMC quando costruì la superstrada verso Agrigento dovette togliere tanto terreno e tanti alberi di ulivo e noi abbiamo chiesto e ottenuto di poterli salvare e portarli qui. Infatti ci sono 13 alberi di ulivo e ogni albero ha una targa che lo dedica a un martire della mafia: Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Boris Giuliano, etc.

È una cura continua per avere la manutenzione, togliere le erbacce. A volte veniva voglia di gettare la spugna, di fronte agli impegni non mantenuti, ma il nostro motto era “Siamo di origini calabresi: abbiamo la testa dura!” e così siamo andati avanti.
Volevamo però qualche struttura sportiva. Da uno spazio libero abbiamo ricavato un campetto con i 40.000 euro stanziati dalla giunta Messana, nel 2008, poi inaugurato da Michele Campisi con il Vescovo.


Oggi a questa nuova amministrazione chiediamo di intervenire nel Giardino sul problema dell’acqua. C’è un pozzo di 15 metri con tantissima acqua, basterebbe sistemare un motorino per potere avere l’acqua d’estate. Dicono che ci sia un investimento di 50.000 euro che dovrebbe essere dedicato al Giardino della legalità. Ce lo hanno detto da un bel po’ di mesi ma ancora stiamo aspettando. Noi vogliamo tifare per il bicchiere mezzo pieno, ma sono un trapattoniano: “Non dire gatto se non è nel sacco”. Poi ogni anno chiediamo all’Amministrazione comunale la pulizia dei tombini, la sistemazione delle strade
- Ma bisogna chiederle queste cose?
Non si dovrebbero chiedere, ma noi abbiamo l’umiltà di pensare che magari hanno tanto da fare…Del resto i Comitati di quartiere nascono per questo motivo: dovrebbero essere l’occhio lungo dell’Amministrazione. Però se noi diciamo qual è la problematica e non viene risolta, ci rimaniamo male. È pure vero che hanno fatto quattro strade in maniera integrale
- Le strade di San Luca sono un monumento alla irrazionalità urbanistica, hanno percorsi strani, strade con cunette, strade senza uscita, piazze con i muri…
Qui io stenderei un velo pietoso, perché questo quartiere si è espanso come nel Far West. C’è una strada, via Michelangelo verso via Leonardo da Vinci, che è stata chiusa ed è diventata un parcheggio privato di una palazzina. C’è un contenzioso legale, da più di 15 anni, ma si va alle calende greche…
- I Comitati di quartiere possono essere una soluzione per la buona amministrazione, possono avere un ruolo più determinante, oppure è più la perdita di tempo dei volontari rispetto ai risultati che si raggiungono?
Ci sono due verità: certe volte è quasi una perdita di tempo, e c’è quasi uno scoraggiamento, ma noi ne siamo consapevoli e siamo così determinati, con il nostro lavoro di squadra, in cui ognuno ha un ruolo ben preciso, e se la politica ci dice che ci vuole un mese per risolvere un problema, noi dopo un mese e mezzo ci facciamo risentire e seguiamo il nostro crono-programma. La nostra agendina non va in pensione, è piena di scadenze.

La funzione dei Comitati di quartiere sarebbe importantissima, per come dice lo Statuto. Noi siamo propositivi. Se non siamo d’accordo noi indichiamo anche soluzioni alternative per risolvere i problemi, perché la critica sterile non porta da nessuna parte.
Questo nostro Comitato funziona da vent’anni perché io ho la mia ideologia e così tutti gli altri, però nessuno ha una tessera di partito, noi critichiamo destra, sinistra e centro, nessuno ci deve tirare per la giacca. Come da statuto nessuno può avere un ruolo politico, il Comitato è apartitico, libero da tutto.
- Il vostro è un Comitato modello, è un riferimento anche per gli altri quartieri. Possiamo dire che sei il Sindaco di san Luca, che è un quartiere di 6000 abitanti, quindi è come se fossi il Sindaco di una cittadina. Non pensi che forse, in un momento molto difficile di perdita di credibilità delle istituzioni e di tutto un ceto politico, non credi che potrebbe essere necessario un impegno politico più diretto?
Mi dai un assist per dire qualche cosa che volevo omettere. Sono prossimi i miei 80 anni, il 20 maggio. Da oltre 40 anni e forse di più, ogni 5 anni in maniera canonica, sono stato sempre cercato dai vertici dei partiti, che offrivano anche prospettive da Presidente del Consiglio, per candidarmi. Io ho sempre detto: No grazie, e l’ho detto anche l’ultima volta.
- Perché?
Perché sarei un pessimo politico se io fossi nel palazzo, magari quello che siamo riusciti ad ottenere dalla politica, forse non sarei riuscito all’interno del palazzo
- Questo può significare che hai una sfiducia totale nel meccanismo delle istituzioni
Non è tanto la sfiducia nelle istituzioni, quanto il fatto che ci sono certi sistemi. A me è piaciuto sempre essere autonomo, dato che ho sposato un lavoro di squadra, con amici con cui parliamo la stessa lingua da 20 anni, per me è un obbiettivo raggiunto. Mentre qui abbiamo realizzato, lì chi lo sa?

- Io penso ad una gestione della città che veda tutti i quartieri protagonisti, non come esperienza personale ma come modello amministrativo
Questo può essere vero. Ma io sono fatto male: se mi impegno per qualche cosa non c’è una via di mezzo. Collaboro con tante attività, ma i miei impegni seri sono pochi: la FIDAS, Noi per Salute-Tina Anselmi, che ho sposato perché il diritto alla salute è importante (non a caso qui c’è lo sportello di ascolto che funziona benissimo). Con la politica devi essere molto presente, seguire passo passo, interfacciarti con la burocrazia, un’altra nota dolente, con cui a volte si impatta. Tralascerei troppo la famiglia, i miei due nipoti, Mattia e Michele con i quali ho un rapporto stupendo e diventiamo tanti momenti sportivi insieme.

- Ti sembra che i ragazzi nisseni siano impegnati nello sport? Io ho l’impressione che siano troppo pochi i ragazzi che fanno sport nella nostra città
Questa è una verità assoluta e mi dispiace moltissimo. Lo sport è qualità della vita, stile di vita. Nelle scuole, quando chiedo agli studenti chi fa sport, la percentuale è minima, non più del 20%, sempre più sedentari e i social non aiutano. C’è tanto da lavorare
- A Caltanissetta peraltro abbiamo delle strutture sportive invidiabili, quindi non c’è l’alibi di non sapere dove andare a fare sport
Infatti, c’è l’imbarazzo della scelta, ogni quartiere ha la sua struttura, ci sono tanti impianti ottimi. È la volontà che manca, forse anche a scuola gli insegnanti si impegnano, ma ci vorrebbe più determinazione. Quando sento quello che succede attualmente nelle scuole, questi fattacci che fanno rabbrividire, penso che, ancor prima di andare a scuola, dove sono cresciuti i ragazzi? Qual è la prima agenzia? Quella genitoriale, da lì bisogna cominciare.

- Voi che vi impegnate nei quartieri siete cittadini esemplari, che si prendono cura del bene comune. Stiamo assistendo a delle espressioni di degrado, di corruzione, del mondo politico e istituzionale. Si parla di “sistema” Caltanissetta. è possibile disinnescare queste dinamiche o siamo condannati a subire questo nuovo feudalesimo?
Questa è una nota dolente che mi rattrista molto, quando succedono queste cose a casa nostra c’è uno scoramento totale, e mi spiego come mai i giovani della politica non ne sanno niente e non ne vogliono sapere. Questo è un’aggravante e non aiuta a far crescere bene la comunità, perché se i punti di riferimento non sono come tu credevi che fossero, cosa si fa?
- C’è un allontanamento non solo dalla politica ma dalla pratica della democrazia: più della metà della gente non va più a votare. Cosa possiamo fare?
Sicuramente non buttare la spugna. C’è tanto lavoro da fare e ci vorrebbe molto tempo. Ma non buttiamo la spugna. Parliamo con i figli, con i nipoti. I giovani hanno nelle persone anziane un punto di riferimento importante, ognuno di noi nel nostro piccolo può fare qualcosa.
- Voi lavorate nella società civile, sul territorio, ma poi non volete impegnarvi direttamente nella politica. Come si copre questo salto, che divide il cittadino impegnato dal cittadino che deve rappresentarlo ma non lo rappresenta più?
Ho sempre detto: spazio ai giovani, diamo nuova linfa, nuova energia. Partiamo dai giovani, anche se consapevoli che nella politica, da sempre, c’è della sporcizia. Il salto si deve fare, lavorando con i giovani, che ci sono, anche a Caltanissetta e si impegnano in maniera tosta.
- Però le visioni della politica, i partiti, non li vediamo più sui problemi del territorio
Ne vediamo pochi, ci vorrebbe la politica che va nei quartieri, a parlare con i giovani, ci sono dei punti di aggregazione: cominciamo da lì, chiediamo quali sono le loro esigenze. Se i ragazzi vengono incoraggiati, tenuti in considerazione, possono impegnarsi. Forse la politica di oggi si culla con i social per influenzare l’opinione pubblica. Prima bisogna lavorare sul territorio, con le persone, altrimenti diventa tutto aria fritta. Così come abbiamo fatto con FIDAS, andiamo nelle scuole, parliamo ma anche ascoltiamo, diventa un dialogo aperto, ci fanno delle domande, per questo ci sono stati dei risultati. Altrimenti avremmo avuto l’1% dei risultati. Questo dovrebbe fare la politica: andare sul posto, consumare le scarpe. Se non lo fa allora ha un altro disegno, meglio non entrare nel merito.
- Cosa fanno i cittadini che non si sentono più rappresentati dalla politica per trovare una rappresentanza? Non si può rinunciarci e non andare a votare, dando spazio ai faccendieri. Che cosa si può fare?
Infatti, facciamo il gioco dei faccendieri. Quando non va a votare più la metà delle persone non è più un discorso di democrazia. Dovremmo avere persone che fanno politica con la P maiuscola e trovare le persone giuste. È una strada difficilissima, non dico utopia, ma bisogna fare qualcosa. Come diceva Don Pino Puglisi “Se ognuno di noi fa qualcosa insieme possiamo fare tanto”



