Ricordando Escher

redazione
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di Edvige Presti

Sulla scia del ruscello brillavano tante piccole luci che sembravano muoversi seguendo lo scorrere stesso dell’acqua. Attraversando il ponticello in legno, si recò dall’altra parte della strada. Lasciando la scia d’argento circondata da ombre in movimento, si addentrò nei vicoli stretti della città vecchia. Camminava sovrappensiero, senza porsi una meta, quasi in maniera inconsapevole, come se i vicoli stessi della città la risucchiassero al proprio interno; più diventavano fitti e intricati, più questa forza la attraeva. Le strade erano lastricate in pietra e scarsamente illuminate: niente più scintillio ma solo penombra, niente più colori, tutto era sfumato ai suoi occhi come in un film in bianco e nero.

Lungo la strada stretta e tortuosa che stava percorrendo si aprivano improvvisamente altre vie, alcune in salita, altre in discesa, così ripide che sembrava impossibile immaginare i vecchietti che per la maggior parte abitavano le case antiche percorrerle senza rotolare giù; già pensava alla pioggia che vi batteva, rotta e paurosa, che certo non vi scorreva sinuosa e ondulata come l’acqua del ruscello, ma grigia e sporca, priva dello scintillio di luci brillanti. Alcuni tratti di stradine erano collegati da scalinate così lunghe da far pensare che, anziché camminare, in quella città bisognasse spostarsi salendo e scendendo gradini; niente appariva facile, univoco o rettilineo, tutto si presentava invece problematico e complesso, richiedendo di attraversare diversi livelli, proprio come il tracciato delle vie che la disegnavano.

Era lo sviluppo di una città o tutte quelle linee rappresentavano il tracciato di una vita umana? Come un elettrocardiogramma è il tracciato di un cuore o l’elettroencefalogramma dell’attività cerebrale, così quella era la mappa di una vita difficile, spessa, pesante, ma anche ricca di diverse prospettive e profondità. Pensò che forse, trasferendo il tracciato delle vie su una carta topografica, si sarebbe ottenuta non tanto la pianta di una città — come la città stellare del Rinascimento — bensì il volto di un uomo; un uomo il cui tempo trascorso era segnato da tante piccole rughe, ognuna delle quali, come un solco profondo, emergeva dalla sua anima per stamparsi sulla faccia, o forse come una ferita gli aveva scavato il viso e gli occhi fino ad imprimersi nello spirito.

Ogni ruga raccontava una fatica, una sofferenza, una battaglia difficile spesso persa, qualche volta soltanto vinta, ma non senza l’amarezza di aver battuto qualcun altro. Ogni ruga raccontava di un amore difficile da amare, un amore che non ti ripaga, che sembra non riamare, ma che, proprio quando stai per voltarti dall’altra parte e arrenderti, sempre ti richiama a sé insinuando il dubbio e la speranza. Forse, però, la speranza e il dubbio erano soltanto una sua invenzione per non dover rinunciare ad amare, per non dover rinunciare ad attribuire un senso alla propria vita, per non doversi arrendere anzitempo alla morte; insomma, una costruzione dell’uomo, esattamente come la città.

Camminava lentamente così come avanzava la sera, così avanzava il suo passo esplorando quella città, o quella vita umana, o quel volto: una città come un uomo, come tanti uomini, ma ognuno da solo. La sua sete di conoscenza la spingeva all’interno senza che sapesse più dove si trovasse; più voleva sapere, più ignorava e si perdeva. Vedeva della gente passare, i suoi occhi sostavano qualche attimo sui loro volti, quindi vi scivolavano sopra senza rimanere impigliati in nulla di noto o familiare; nulla le apparteneva di quei visi che le sfilavano davanti come sconosciuti. Questi non si fermavano ad esplorare i suoi occhi, a cercare di conoscerla o riconoscerla; sembrava non la vedessero neppure o, comunque, non mostravano alcun interesse nei suoi confronti.

Cominciò ad assalirla una strana sensazione: non solo una certa ansia nel rendersi conto di perdersi tra i vicoli della città, tra le arterie di quel corpo e le rughe di quel volto, ma la sensazione ancora più forte di stare perdendo se stessa, la propria espressione, l’identità. Esse sembravano dissolversi man mano che si inoltrava nella fitta rete che la catturava. Pensò allora di raggiungere la macchina, un oggetto noto, suo, un punto di riferimento per ordinare il resto secondo una gerarchia; ma non riusciva a ricordare dove fosse. Era un cortile, sì, un cortile angusto, lastricato, con i muri in pietra delle vecchie case a dargli forma. Si girò intorno: i cortili apparivano tutti uguali. Come avrebbe potuto identificare ormai quello da cui era partita, il bandolo della matassa?

I documenti, doveva cercare i documenti; lì sì c’era scritta chiara la sua identità: la foto, il nome, l’indirizzo, la professione. Ma si frugò le tasche: erano vuote. Il cellulare, con quello avrebbe potuto chiamare, riprendere contatto col mondo, riallacciarsi a qualcuno che l’avrebbe pescata come un amo. Aveva perduto anche quello; forse non lo aveva proprio portato con sé, lo aveva dimenticato.

D’altra parte, pensò che forse tutti quegli oggetti non la identificavano veramente. Cos’era in fondo un’automobile? Cosa diceva di lei? Era solo un mezzo, non le aveva mai dato importanza, non l’aveva neppure scelta lei, né pagata per intero, ammesso che il denaro sia un modo per lasciare traccia di sé. Era del tutto impersonale. E i documenti? Solo dati anagrafici; persino il colore degli occhi indicato lì probabilmente non corrispondeva al suo: non l’aveva di certo guardata negli occhi l’impiegato che aveva compilato in fretta quei moduli mentre la fila premeva. E col cellulare, chi avrebbe chiamato? Chi sarebbe stato davvero in grado di raggiungerla? Nessuno l’aveva mai raggiunta in fondo al cuore, dove la testa si reclina stanca del giorno trascorso, come il sole quando tramonta tra i monti. Quante volte, come il sole, avrebbe voluto annegare nel buio della notte, salvo poi riemergere all’alba costretta a proseguire il suo giro. Quale mano l’aveva mai accarezzata per raccogliere la sua delusione? Con quale sguardo aveva mai potuto scambiare il suo dolore? No, nessuno sarebbe stato in grado di raggiungerla così in profondità, in quelle vie così tortuose.

Si guardò intorno: nel vicolo si aprivano prospettive su altri vicoli e altre scale, come in un disegno di Escher. Esisteva un punto di vista principale intorno cui organizzare la visione? Non si poteva sceglierne nessuno. Come orientarsi, come evitare di frammentarsi e prendere le forme dei vicoli distorti che si ramificavano sempre di più. Inaspettatamente scorse un viso che le sembrava conosciuto e sentì che parlava di un incontro con una persona a lei nota, della quale si fidava; per un attimo fu tentata di chiedere spiegazioni per raggiungerla, ma poi… lasciò correre, chissà perché.

Fu in quel momento che, svoltando l’angolo, si ritrovò davanti a un portale socchiuso. Spingendolo, i suoi passi la condussero all’interno di un chiostro. Era l’ora del tramonto e gli ultimi raggi del sole proiettavano le ombre lunghe delle arcate a terra; i disegni radiali delle pietre del pavimento si ripartivano dal centro, segnato da un pozzo ottagonale che ordinava lo spazio tutt’intorno. Qui, ogni punto era in un rapporto preciso col resto, tutto era nella giusta relazione. Non ci si poteva perdere: tutto era chiaro, esposto in superficie. L’unica profondità oscura era quella del pozzo, opportunamente protetta da una grata in ferro. Regnavano il silenzio e la pace; persino le ombre dei monaci che vi passeggiavano rasente i muri seguivano un ordine e un ritmo che pareva immutabile. Le poche nuvole nel cielo e i voli delle rondini non sembravano casuali, ma parte di un mosaico perfetto. Le campane, con rintocchi pesanti, scandivano la regolarità di un tempo che non ammetteva deviazioni.

Tuttavia, nonostante cercasse di trovarvi riposo, quella perfezione cominciò a soffocarla. Quell’armonia geometrica le apparve improvvisamente estranea, una maschera troppo rigida per la complessità che sentiva pulsare sotto la pelle. Così uscì di nuovo, fuggendo da quell’ordine per rituffarsi nel labirinto. Proseguì nel suo cammino e affondò nuovamente in quella strana sensazione di non essere riconosciuta; si sentiva derubata della sua identità. Assorbiva tutto ciò che le stava intorno: la rugosità dei materiali, l’odore del fumo, la modulazione in bianco e nero delle curve dei vicoli che le nascondevano la vista, affinché tutto le fosse noto solo attraverso l’esperienza dei passi, senza anticipazioni dell’intelletto.

Cominciò a chiedersi cos’è l’identità, se fosse realmente qualcosa di consistente o solo un nome per qualcosa che si dilegua nel nulla, annegata nel buio che si faceva sempre più opprimente. Il ricordo di quel pozzo ottagonale, visto poco prima, tornò a perseguitarla con forza magnetica. Non era più un’immagine distante: sentì il freddo della pietra contro la schiena e, in un sortilegio dei sensi, si ritrovò oltre la grata. Nonostante la protezione di ferro posta dai monaci a guardia dell’abisso, lei vi era scivolata attraverso, come se il suo corpo fosse diventato fluido. Si sentì sprofondare, accovacciata nel secchio, mentre il rumore stridente della catena accompagnava la sua discesa nell’oscurità.

Sì, era caduta nel pozzo e ora percorreva una città sotterranea, un labirinto di radici e pietre umide che faceva da fondamento a quella superiore dove regnava l’ordine. Ma allora era questo il segreto? Quella chiarezza solare del chiostro si fondava su questa profondità nerastra e viscerale? Capì perché fosse proibito scendere nel pozzo, perché i monaci ne avessero ostruito l’ingresso: volevano sigillare l’inquietudine, nascondere il tracciato ferito della vita sotto la geometria rassicurante del porticato. Eppure lei era lì, nel cuore del rimosso, in una sorta di città sotterranea speculare a quella sovrastante.

Continuava ad aggirarsi sperduta in quella mappa topografica, in quel tracciato di vita o in quel volto scavato che ora era anche il suo, e l’ansia la opprimeva ad ogni passo. Non ce la faceva più, non riusciva più a guardare quella rete simile a una ragnatela, quel corpo distrutto, quel viso ferito. Si svegliò di colpo, balzando seduta a metà letto con i capelli bagnati di sudore, il cuore che le batteva forte e il respiro affannato.

Edvige Presti

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