La festa di Sant’Agata, a Catania, è una soglia.
Sta tra il sacro e il profano, tra la Chiesa e il popolo, tra gli ultimi e i primi. Non esclude, non separa: mescola. Per settantadue ore la città si consegna a sé stessa, attraversata dalla Santa e da chi la segue, sulle grandi strade e nei vicoli stretti, dove il passo rallenta e la memoria resta.
È un’aria che non somiglia a nessun’altra. Densa, viva, irripetibile. Sant’Agata può essere letta con gli occhi della fede, ma anche con quelli dell’antropologia, della società, della socialità, del cibo, della comunità. Dentro questa festa c’è tutto: i fuochi d’artificio che illuminano il cielo, le bancarelle di torrone che saturano l’aria di dolcezza, i venditori, i curiosi, i fedeli di ogni età. E soprattutto la folla.
Una folla smisurata. La terza al mondo, tra le feste cattoliche. Non c’è strada, chiesa, stazione della metro che non sia colma. Fiumi umani che straripano e si intrecciano, catanesi e turisti, giovani e anziani, bambini, uomini e donne. La festa comincia già nel sottosuolo, tra le banchine della metropolitana, nelle file interminabili per raggiungere un centro che, in quei giorni, non si lascia conquistare facilmente.
Poi il bianco.
Migliaia di sacchi bianchi che attraversano la città come una marea silenziosa. Chi è devoto sceglie di indossare il “sacco”: una veste semplice, stretta da un cordone, segno di penitenza e appartenenza. Un bianco che richiama il candore di Agata, giovane donna catanese, martire nel 251 d.C., che sotto l’imperatore Decio preferì morire piuttosto che rinnegare la propria fede.
Già da gennaio, le candelore annunciano l’attesa. Grandi cerei votivi, monumentali, portati a spalla, espressione delle antiche corporazioni cittadine. Ognuna racconta un mestiere, una storia. Il 3 febbraio aprono la via alla carrozza del Senato — quest’anno affidata simbolicamente a tre ragazzi, scelti per la loro gentilezza all’interno di un progetto scolastico — e preparano il cammino al simulacro della Santa.
All’alba del 4 febbraio, durante la messa dell’Aurora, il mezzobusto reliquiario appare. È un istante trattenuto, collettivo. Sant’Agata sale sul fercolo che custodisce il sarcofago con il resto del corpo e attraversa la città spinta a mano da migliaia di uomini e donne in sacco bianco, trainata da una corda lunghissima. I fiori sono rosa, garofani che ricordano il sangue e il martirio. Il giorno dopo, nel giro interno, saranno bianchi: purezza, rinascita, nascita al cielo.
Quest’anno il vento ha fermato le candelore il 4 febbraio, lasciandole sotto i portici di viale Sicilia. Una scelta di prudenza, ma non priva di tensioni. Durante la sosta in Piazza Stesicoro, le parole dell’arcivescovo, mons. Luigi Renna, hanno risuonato forti: «Le candelore non sono un giocattolo. Sono di Sant’Agata. E sulle candelore non si fanno scommesse». Il riferimento era a una “sfida” improvvisata tra portatori il giorno prima, trasformata in pochi minuti in un tifo da stadio.
Nel suo intervento, l’arcivescovo ha citato Ciò che inferno non è, libro di Alessandro D’Avenia dedicato a Padre Pino Puglisi, invitando la città a riconoscere ciò che di meraviglioso già possiede. Ha poi chiesto un applauso per la popolazione di Niscemi, richiamando il valore della solidarietà, sanza il quale nulla avrebbe senso di questa festa.
Le candelore hanno preso parte regolarmente alla processione del 5 febbraio. Una processione intensa, commovente, segnata dalla presenza di uomini in sacco bianco che portano sulle spalle ceri accesi, enormi, pesanti come macigni. Nel silenzio improvviso, capita di sentire grida laceranti: preghiere che diventano urla verso il cielo. Storie di incidenti, guarigioni, perdite troppo grandi. Si grida per farsi sentire dalla Santa, ma anche per testimoniare. È un intreccio continuo di singhiozzi strozzati.
È un continuo di singhiozzi trattenuti e liberati.
Sant’Agata è la festa delle olivette dolci e delle “minne”, piccole cassate che ricordano il corpo martoriato. Il fumo della carne di cavallo arrosto e quello dei ceri accesi finiscono per essere la stessa cosa.
È tutto e il contrario di tutto.
È una città che, per tre giorni, si fa corpo.




