Oggi è il 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Una data che ritorna, anno dopo anno, come un rintocco necessario, quasi severo, che ci ricorda ciò che il mondo troppo spesso dimentica: che la violenza non è un fatto lontano, non è un’ombra del passato, non è un caso isolato relegato nei notiziari.
È presente, è quotidiana, è subdola.
E continua a insinuarsi nelle case, nelle strade, nelle scuole, nelle relazioni che dovrebbero essere rifugi e invece diventano prigioni.
C’è un nome che rischiava di restare sospeso nell’oblio: Santina Cannella. Una ragazza di quindici anni, una studentessa come tante, una giovane donna che aveva deciso di dire no. No a una relazione che non voleva più, no a un destino già scritto per lei da altri, no all’idea che il matrimonio fosse l’unico traguardo possibile.
Voleva studiare. Voleva diventare medico dei bambini. Voleva scegliere.
Quel sogno lo aveva pagato con la vita.
Era arrivata a Caltanissetta da Marianopoli, ospite di una signorina che abitava accanto alla chiesa di San Giuseppe, per frequentare il Liceo Classico. Nel suo paese c’era un barbiere che la voleva a tutti i costi; lei lo rifiutava, con la semplicità e il coraggio di chi difende il proprio futuro. Lui non accettava quel rifiuto. La perseguitò. La seguì. La aspettò. Fino al giorno in cui decise di toglierle tutto.
L’8 marzo 1954, proprio quel giorno destinato — anni dopo — a diventare la Giornata internazionale della donna, un colpo di pistola segnò il confine tragico tra ciò che Santina era e ciò che avrebbe potuto essere.
Prima di spirare, raccontano che cercò di difendersi con ciò che aveva: i libri. Un paradosso crudele, come se la cultura — che l’aveva resa libera — fosse diventata all’improvviso lo scudo fragile della sua ultima resistenza.
La tragedia scosse la città come un urlo improvviso, ma ciò che più ferì — e che ancora oggi inquieta — furono le parole che molti pronunciarono allora:
«Perché suo padre l’ha mandata a scuola?»
«Se l’avesse tenuta in casa, sarebbe ancora viva.»
Un’eco che sapeva d’ignoranza, di paura del progresso, di sospetto verso l’istruzione femminile.
Santina era una nostra vicina, una possibile compagna di classe, forse un’amica. Una delle tante ragazze che ogni giorno prendono un libro e vanno a scuola.
Il luogo in cui tutto accadde è via Firenze, sui gradini che introducono alla via. Oggi una lapide la ricorda. E una panchina rossa, realizzata dai bambini della scuola “Caponnetto”, ne custodisce la memoria.
La libertà delle donne passa attraverso la cultura, e che ogni volta che qualcuno tenta di fermarla, la storia deve tornare a parlare.
Non basta ricordare, bisogna cambiare.
E cambiare significa educare, parlare, denunciare, ascoltare.
Significa soprattutto proteggere il diritto delle donne a vivere, scegliere, studiare, amare — senza paura.
E forse, proprio grazie a questo 25 novembre che ritorna come una bussola, la voce delle donne che non ci sono più continua a guidarci.
Perché la loro assenza non sia vana.
Perché nessun’altra storia debba spezzarsi così.
Il 25 novembre è allora un invito — urgente — a non voltarsi dall’altra parte. A riconoscere che dietro ogni nome c’è una storia, un volto, un sogno interrotto. E che ricordare storie come quella di Santina Cannella non è un esercizio di memoria, ma un atto di responsabilità verso il presente.
Oggi più che mai.
Qui, tra le nostre strade.


