Alex Zanardi, pilota automobilistico e campione paralimpico, avrebbe compiuto 60 anni il prossimo 23 ottobre e da 25 anni viveva e gareggiava senza gli arti inferiori, che avevano dovuto amputargli dopo un terribile incidente durante una gara in Germania.
Dopo 16 interventi chirurgici e 7 arresti cardiaci si era costruito una nuova vita da atleta, con incredibile coraggio e forza di volontà, diventando ciclista paralimpico di fama internazionale, testimonial di come la disabilità non possa fermare il desiderio di mettersi in gioco, gareggiare e vincere, esempio di resilienza vissuta quotidianamente che tutti hanno imparato ad apprezzare.
Campione di Kart italiano ed europeo, pilota automobilistico di Formula 3000 e Formula 1 con scuderie prestigiose in Europa e negli Stati Uniti, il suo stile di guida non temeva di affrontare i rischi della velocità e lo caratterizzava come capace di realizzare spettacolari rimonte anche da posizioni svantaggiate in pista.
Ma l’incidente del settembre del 2001, costatogli la perdita di entrambe le gambe, era sembrato mettere la parola fine alla sua carriera e alla sua passione. La passione è stata però il motore di una nuova rimonta, questa volta per superare l’handicap e tornare a correre in pista, su vetture appositamente modificate, con la BMW, conquistando il titolo italiano nel Campionato Superturismo.
Della sua disabilità parlava con ironia, sdrammatizzando con le sue battute una condizione che avrebbe stroncato chiunque. Dal 2007 comincia a partecipare alle gare per atleti con disabilità con la sua handbyke, con cui partecipa alla Maratona di New York, che vincerà nel 2011, stabilendo il nuovo record mondiale della specialità. Campione alle Paralimpiadi di Londra del 2012, dove conquista due medaglie d’oro e una d’argento. L’anno successivo, in Canada, è campione del mondo. Nel 2016 alle paralimpiadi di Rio de Janeiro ancora due ori e un argento.
E’ stato proprio durante una gara di handbyke, in Italia, durante una gara di beneficienza su strada in Toscana, l’incidente che gli costa il ritiro definitivo dall’attività agonistica. Dopo sei anni di cure e faticosissima riabilitazione, la morte improvvisa il 1° maggio.
Ha dimostrato al mondo che si può ricominciare sempre, ritrovare sempre in se stessi la forza per esprimersi, per esserci, con i propri talenti, contro tutti gli stereotipi della “cultura dello scarto” che discrimina, esclude, affrontando i propri limiti con il sorriso e la volontà di non arrendersi mai, per nessun motivo.
Un esempio che vale per ciascuno di noi, come persone e come comunità, anche quando a “vincere” un futuro positivo sembriamo averci rinunciato


