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Tonino Cala
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Libertà, legami e desiderio dell’Altro: appunti per restare umani!

In un tempo in cui le parole “destra” e “sinistra” sembrano svuotate, tornano a bussare domande più antiche: che cosa significa essere liberi, a chi (o a cosa) ci leghiamo, dove finisce il sapere e comincia il mistero. Le riflessioni di Tonino Calà, tra psicoanalisi e spiritualità laica, tengono insieme politica e intimità: la Costituzione come promessa comune, la cura come esperienza di libertà, l’Altro come ciò che ci manca e ci muove.

Calà parte da una diagnosi che molti riconoscono: viviamo in un “tempo liquido”, dove le grandi appartenenze si sono dissolte e la politica rischia di ridursi a tifo o a gestione dell’emergenza. Ma proprio quando le ideologie si sfarinano, resta la domanda su quali valori non siano negoziabili.

In una nota tagliente scrive: “Viviamo in un tempo liquido nel quale le vecchie ideologie di destra e di sinistra sono morte e sepolte… Rimangono i valori democratici e la tensione etica dell’impegno… Nessuno violi, ferisca o uccida la nostra Costituzione”.

È una posizione che non si limita alla nostalgia: non chiede di resuscitare etichette, ma di salvare un nucleo etico. Da qui il salto, solo in apparenza improvviso, verso la psicoanalisi. Per Calà la cura non è un manuale di buone maniere e nemmeno un addestramento alla normalità: è, semmai, un laboratorio in cui la persona incontra la propria responsabilità.

Lo dice senza giri di parole: “Nella psicoanalisi non ci sono schemi prefissati. Nulla è stabilito e nulla è normato. La psicoanalisi è l’esperienza vertiginosa della libertà soggettiva!”. In questa frase c’è già un’idea precisa di libertà: non un diritto astratto, ma un attraversamento concreto, spesso faticoso, del proprio desiderio. Libertà come esposizione, non come comfort.

Quando la libertà smette di essere slogan, appare subito il suo antagonista: la tentazione di ridurre l’umano a determinismo, a ingranaggio biologico o sociale. Calà rivendica invece l’irriducibilità di ciò che accade in un’analisi: un lavoro che, se è “significativo”, conduce “alla vita e alla vitalità (che non è il vitalismo) contro la pulsione di morte”, riprendendo un’intuizione freudiana. Qui il punto non è negare la scienza, ma smascherare la pretesa che ogni cosa sia prevedibile. Anche il positivismo, scrive, è una ideologia: quando pretende di spiegare tutto, finisce per impoverire la vita.

Da questa crepa nel “tutto spiegato” si apre quello che lui chiama spiritualità: non un pacchetto di risposte, ma “qualcosa di indecifrato e di indecifrabile”, un lasciarsi toccare dal mistero e persino dalla “follia della vita” che non è prevista né prevedibile. È una spiritualità senza altarini: non addomestica l’angoscia, la ascolta; non promette garanzie, chiede presenza.

È qui che il tema dei legami entra in scena. Commentando Légami di Pedro Almodóvar, Calà distingue tra legarsi per scelta e legarsi per obbligo. È una distinzione decisiva: i legami possono diventare prigioni quando vengono vissuti come necessità, come dovere cieco, come paura della solitudine. Eppure, aggiunge, non siamo fatti per l’autosufficienza: “non si può vivere da soli perché l’essere umano desidera sempre la presenza dell’altra/o”.

Il passaggio più radicale arriva quando la solitudine viene nominata senza sentimentalismi: “L’uomo non nasce solo! L’uomo muore solo! In vita, cerca l’Altro”. L’Altro, in senso lacaniano, non è soltanto la persona amata: è anche il luogo del desiderio, ciò che ci eccede e ci costituisce. In questa prospettiva, l’individualismo non è libertà; è spesso il suo travestimento, una difesa che irrigidisce invece di aprire.

In un appunto che richiama Lacan, Calà riprende l’idea della donna come “Altro” non riducibile a oggetto, come enigma che sfugge a ogni appropriazione. La sua conclusione è più affettiva che teorica: l’altro non si “spiega” fino in fondo, si incontra. L’amore, allora, non è possesso né comprensione totale; è riconoscimento della differenza e della sua irriducibilità.

Da qui Calà spinge oltre: per chi non si riconosce nelle religioni, il tema della spiritualità può riaprirsi come questione del desiderio e della cura, non come certezza dogmatica. Le religioni, scrive, possono funzionare come risposte umane a bisogni umani: affetto, protezione, senso. Ma la “questione vera” resta ciò che l’inconscio mette in moto: un desiderare che non si esaurisce, “infinito e assoluto”, e proprio per questo concreto, quotidiano, corporeo. Non un cielo lontano: un ritorno alla Terra.

Alla fine, i “sentieri del mistero” non sono una fuga: sono una pratica di consapevolezza. In una riga che suona come un promemoria minimo, Calà annota: la consapevolezza genera il sorriso. Non perché tutto si risolva, ma perché qualcosa si vede. E vedere cambia il modo di stare con sé e con gli altri.

“Libertà vo cercando,
per le strade infinite del mio essere finito.
Libertà da me stesso.
Libertà per la mia vita!”.

Tonino Calà

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