di don Massimo Naro
1. Tutto è in relazione, tutto è connesso. Lo spiegano da parecchi decenni a questa parte i fisici quantistici, in Italia – per esempio – Carlo Rovelli, in libri interessanti come quello che raccoglie le sue “lezioni americane”, edito non molto tempo fa da Adelphi col titolo: Sull’eguaglianza di tutte le cose. In quelle sue pagine Rovelli illustra un’«interpretazione relazionale» del reale, spiegando che, di fatto, esiste solo ciò che sta in rapporto con qualcos’altro. Rovelli parla da scienziato. Ma la sua riflessione concorda con quella di filosofi come Carmelo Meazza, che ha pubblicato un’Ontologia del simultaneo, in cui – sulla scorta di un grande pensatore francese, da poco scomparso, Jean-Luc Nancy – spiega l’importanza del “con”: la preposizione che collega tutto e tutti, nonché il fulcro in cui si incardina tutto l’essere e l’esserci di tutti.
Dunque, tutto è connesso, tutti stiamo in relazione. Lo aveva insegnato anche papa Francesco, nella sua enciclica Laudato si’, parlando di «ecologia integrale» e intendendo con quest’espressione il fatto che il reale attorno a noi è costituito da dimensioni diverse dimensioni, che influiscono l’una sull’altra, innescando un permanente e generale processo olistico, una universale catena cinetica, vale a dire un “effetto domino”, in forza di cui ciò che accade a un elemento innesca ciò che accade agli altri elementi che formano la realtà tutta quanta.
Nel n. 142 dell’enciclica, papa Bergoglio così annotava: «Se tutto è in relazione, anche lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana». La qual cosa significa che anche la “salute” ha una valenza rapportuale, a tal punto che la guarigione di una persona ammalata non prescinde dalla salute delle altre persone che, magari, dovranno prendersi cura dell’ammalato. Come pure la salute dell’ambiente, in cui le persone vivono, influisce sulla loro salute. Mentre la salute delle istituzioni – che devono garantire la salute dell’ambiente in cui le persone vivono – ha pure un suo ruolo affinché tutto e tutti stiano in buona salute. Come il malessere, anche il benessere è contagioso: solo che nel caso del benessere si tratta di un contagio virtuoso.
Faccio questa premessa per sottolineare che se si recupera una visione olistica della realtà, valida sul piano naturale non meno che su quello sociale, allora si riesce a comprendere olisticamente anche la singola persona umana. E viceversa: se abbiamo una concezione integrale della persona umana, allora riusciamo a capire che la realtà si tiene, o cade, tutta insieme.
2. Se c’è una parola che nella tradizione biblica da sola riesce a dire tutto questo, tale parola è certamente shalom, che in ebraico significa “pace”. Lo shalom, la pace, nelle Scritture dell’antico Israele, voleva dire la somma di tutti i beni. Augurare lo shalom, augurare la pace (la pace sia con te!, va’ in pace!), significava – per il credente biblico – auspicare ogni sorta di bene: materiale, certamente; ma anche e soprattutto spirituale. Il bene fisico, esteriore. Ma anche il bene interiore, morale. Il benessere, ma pure il benestare. La personale salute psicofisica, ma anche l’armonia relazionale con le altre persone e col mondo intero. E, in una prospettiva religiosa come quella biblica, anche l’armonioso rapporto con Dio, creatore del mondo e degli esseri umani. Stare in pace, nella prospettiva biblica, significa stare in rapporto con gli altri, condividendo le loro migliori aspirazioni e speranze, ma pure facendosi carico delle loro fatiche, delle loro necessità, dei loro problemi: tutto il contrario di ciò che “stare in pace” significava per i filosofi greci – pensiamo a Epicuro, o agli stoici –, secondo cui era cosa saggia – per stare in pace – vivere nell’atarassia e nell’apatia, cioè nell’indifferenza totale verso gli altri, specialmente verso le loro sofferenze e i loro guai.
La frase «va’ in pace», dunque, nella Bibbia, non suona semplicemente come una formula di cortesia. Dice molto più che un saluto educato. Prospetta, a coloro cui tale frase viene rivolta, l’orizzonte di una vita piena, salda nella buona salute, ma anche garantita dal rapporto mantenuto con gli altri e radicata nella grazia divina. Non a caso Gesù rivolge questo saluto agli ammalati, che egli incontra e guarisce lungo la sua strada. E siccome per lui il peccato era la malattia peggiore, la più debilitante e degradante delle debolezze umane, allora questo suo saluto si estendeva anche ai peccatori cui egli rivelava la misericordia di Dio. Pensiamo, pertanto, all’emorroissa sanata dalle sue perdite di sangue, alla quale il Maestro di Nazaret dice appunto: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male» (Mc 5,34). E pensiamo, inoltre, alla donna peccatrice, probabilmente una prostituta, incontrata da Gesù in casa di Simone il fariseo e convertita in una sua discepola «perché molto ha amato», alla quale similmente infine il Maestro dice: «La tua fede ti ha salvata, va’ in pace» (Lc 7,50).
La salute fisica e quella spirituale, il benessere esteriore e quello interiore, sono intercambiabili nel caso di quelle due donne. E s’intrecciano sempre in tutte le guarigioni operate da Gesù. Si pensi, per esempio, a quella del paralitico in una casa di Cafarnao, riferita nei tre vangeli sinottici: «Ed ecco, gli portarono un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati”. Allora alcuni scribi dissero fra sé: “Costui bestemmia”. Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: “Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire ‘Ti sono perdonati i peccati’, oppure dire ‘Àlzati e cammina’? Ma, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico –, prendi il tuo letto e va’ a casa tua”» (Mt 9,1-6), espressione, quest’ultima, che possiamo considerare equivalente a “vai in pace”.
Il richiamo della fede, che ricorre in tutti questi episodi, ci aiuta a registrare un dato fondamentale: la pace è, per tutte quelle persone guarite da Gesù, una condizione integrale, che riverbera all’esterno (con la salute fisica recuperata, con la reintegrazione nel consesso sociale, con la ripresa della vita ordinaria), ma che sorge dall’intimo, lì dove i sentimenti si sono serenati, i pensieri si sono rischiarati, il cuore e la mente hanno finalmente recuperato l’equilibrio e la compostezza che prima avevano perduto, la coscienza ha fatto spazio alla compagnia del Signore, incontrato e riconosciuto nel Rabbi galileo.
3. L’interiorità umana, difatti, coincide con la coscienza. Immanuel Kant, nella chiusa della sua Critica della ragion pratica, ne ha rimarcato l’importanza, parlando del «cielo stellato sopra» di lui e della «legge morale in» lui. Una frase, questa, che – nel secolo dei lumi – per un verso sanciva la laicità del mondo (il cielo si dimostra ormai uno spazio astronomico, non una metafora teologica) e per altro verso consacrava l’autonomia e la responsabilità umana.
Freud, che del kantismo enfatizzò il potenziale ateistico, ha capovolto il cielo, sprofondandolo al di sotto della coscienza stessa e affollandolo di remore, paure, complessi. Altri psicanalisti, dopo di lui, hanno persino parlato del subconscio, il luogo delle memorie ferite, da curare e risanare. Le più recenti neuroscienze, dal canto loro, vanno gettando luce sul funzionamento del cervello, delle sinapsi cerebrali, dei neuroni, da cui dipende anche la resilienza fisica di fronte alle sofferenze e l’anelito alla felicità. In ogni caso, tutte queste discipline si ritrovano d’accordo nel rilevare che già nell’essere umano, mirabile microcosmo, tutto è connesso, il dentro e il fuori, il sopra e il sotto, la materia e lo spirito, il corpo e la coscienza. Ragion per cui se sta male una parte, tutto il resto finisce per contagiarsi del suo stesso disagio.
Quando il disagio è primariamente mentale o psichico, allora possono esserci delle somatizzazioni che si palesano con vere e proprie malattie del corpo. Quando invece lo stress è fisico, ne può derivare una depressione profonda dell’animo. Ma cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia. Ci sono modi di dire popolari, più o meno coloriti, emblematici a tal riguardo: “sta male, perché non ha la coscienza a posto”, “quanta bile ho fatto!”, “mi rode il fegato”, “ho il voltastomaco”, o – per citare il commissario Montalbano – “mi stanno atturrando i cabbasisi”. Sono tutte espressioni che collegano il disagio interiore con il malessere fisico. I latini erano certamente più eleganti nel sottolineare l’intreccio tra le varie dimensioni della persona umana e il carattere olistico della salute: mens sana in corpore sano; oppure – purtroppo – il contrario: mens insana in corpore infirmo. E l’insania era per loro la follia che si aggiunge all’infirmitas, alla debolezza del corpo. Insania e infirmitas si contagiano a vicenda.
Solo i più forti caratterialmente resistono al contagio. Talvolta capita di sentir dire: “è malato, eppure non smette di sorridere”. Ma, per riuscirvi, si deve possedere la tempra di Gesù, che di se stesso, nell’agonia e nell’agone dell’orto, diceva: «Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41 e Mc 14,38). Ma questa sua esperienza può essere rivissuta anche da qualcun altro. Ho letto recentemente della vicenda di suor Cecilia María del Volto Santo, giovane infermiera argentina, divenuta carmelitana a 24 anni e deceduta nel 2016 a 42 anni, di cui è in corso il processo canonico per il riconoscimento della sua santità: una fotografia la ritrae sorridente sul letto dell’ospedale, poche ore prima di spirare e di “andare in pace”, lei che aveva un tumore nel cavo orale.
4. Concludo ricordando che, per chi riconosce Gesù di Nazaret quale proprio Maestro di vita, vale l’interpretazione che della coscienza il concilio Vaticano II ha suggerito in Gaudium et spes n. 16: «La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce gli risuona nell’intimo». Questa voce, «lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male». Tale affermazione ci lascia intuire che la sanità della persona raggiunge la massima completezza nel e dal profondo della coscienza. La sanità psicofisica arriva al suo culmine innestando in sé una piccola “consonante”, la “n”, maturando in santità. La quale è – sempre secondo il concilio – «pienezza di vita» (Lumen gentium n. 40). Vuol dire che la santità non è tenere le mani giunte e il collo reclinato: è, piuttosto, «amare, fare il bene e fuggire il male», ossia vivere in pienezza, come uomini e donne di buona volontà.
Insomma, stare in pace, o andare in pace, significa vivere in pienezza, oltre che morire serenamente. Ma questo è possibile solo se non siamo lasciati soli da Chi, in verità, non rinuncia a noi, facendoci nascostamente compagnia. Coloro che tra di noi si professano “cristiani” dovrebbero esserne consapevoli. E dovrebbero, pur “nascostamente”, testimoniarlo nel contesto sociale e familiare in cui vivono, facendosi carico di tutto ciò che è autenticamente umano: «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, specialmente di tutti quelli che soffrono» (GS n. 1). Si tratta, come nel II secolo d.C. scriveva l’anonimo autore dello Scritto a Diogneto, di essere nel mondo e per il mondo ciò che l’anima è nel corpo e per il corpo. E chi promuove iniziative come quella che stiamo qui realizzando sta già facendo proprio questo.
Intervento di don Massimo Naro al Convegno “Il tuo benessere mentale è un investimento, non una spesa” Caltanissetta, Centro Culturale “Michele Abbate” 10 ottobre 2026

