Pubblichiamo il testo dell‘omelia dell’arcivescovo di Palermo, Mons. Corrado Lorefice, nella Messa in ricordo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente Domenico Russo, uccisi dalla mafia il 3 settebre 1982
Carissime, Carissimi,
Gentili Servitori delle Istituzioni civili, militari, accademiche e religiose,
nella pagina evangelica odierna Luca precisa che Gesù è raggiunto dalla folla che lo pressa «per ascoltare la parola di Dio» (Lc 5,1). Dunque, ciò che Gesù dice e fa è “parola di Dio” non solo parola di Gesù. Ma che cosa significa? E soprattutto che cosa può significare oggi per noi che ci ritroviamo a fare memoria del Prefetto Dalla Chiesa che nella nostra isola e nella nostra città è stato capace di proferire una parola umana così alta come quella di chi è disposto a parlare con la vita, fino ad effonderla, a donarla.
Da Torino a Palermo, dalla lotta al terrorismo del Generale, alle strategie del Prefetto contro la criminalità organizzata in Sicilia, la vita intera di Carlo Alberto dalla Chiesa è stata votata all’impegno, alla dedizione, fino al sacrificio esiziale, perpetrato da mano mafiosa.
La particolarità dell’insegnamento di Gesù sta nel fatto che non consiste in soli discorsi, ma anche in atti; per lui dire e fare vanno di pari passo: l’uno spiega l’altro e il secondo conferma il primo. Vi è quindi in lui conformità tra vita e parola: Gesù vive ciò che dice. Per questo si potrà dire di lui che non solo “dice” la parola di Dio ma lo “è”. In lui non vi è iato, divario, tra ciò che insegna è ciò che il suo modo di vivere esprime. La folla ha percepito e perciò si accalca attorno a lui.
Il Prefetto “dei cento giorni” a Palermo anche oggi ci direbbe che invece lo iato tra parola e vita è «il modo di vivere abituale» (Discorso agli studenti del Liceo Scientifico “Gonzaga” di Palermo, 2 giugno 1982). Sostenuto da una solida ed essenziale fede, «una cara, dolce costante» (Diario, 31 marzo – 1 aprile 1978) della sua vita, il Generale Dalla Chiesa viveva con grande passione morale e ferrea determinazione il suo servizio alle Istituzioni dello Stato arricchito da un’alta professionalità acquisita lungo «41 anni […] spesi proprio sulla breccia» (Discorso agli studenti).
Da qui la sua ricerca unicamente di ciò che è giusto, proteso al grido che si leva dalla sofferenza umana, ed in particolare dall’oppressione causata da strutture di peccato create e controllate da uomini e donne che impongono il loro potere ad altri esseri umani. Che cosa è la mafia di ieri e di oggi se non una perversa e subdola struttura
di peccato che può essere combattuta solamente con la forza della coerenza e il culto dei più alti valori umani e civili?
Gesù è sul lago di Gennèsaret, nella Galilea delle Genti, dentro i vissuti umani, il loro travaglio, con le loro notti di magra, quando a casa si porta solo la delusione di non aver pescato nulla. Lì dove un potere opprimente angaria e sfrutta persino la stessa povertà e marginalità di una terra di conquista. Logica intrinseca ad ogni potere perverso. Un potere pervertito si struttura sempre secondo le migliori logiche e prassi mafiose, subdole, autoritarie, totalitarie, opprimenti, violente. Ma sempre stupide. Grette.
Il Generale Prefetto, mosso dalla sua coscienza umana e dalla sua fede nel Figlio di Dio che cominciò la sua missione messianica proprio dalla periferia esistenziale e religiosa galilaica, qui in Sicilia fu sempre «a contatto con la realtà di ogni giorno – come egli stesso affermava il 29 giugno 1982 dinnanzi agli studenti del Liceo “Ranchibile” –, a contatto con i modesti, con gli umili, con i probi, proprio perché fossero difesi dai cattivi».
Gesù si serve della barca di pescatori. Di Pietro, di Giacomo, Giovanni, Andrea. Per proferire la Parola di Dio, annunziare la bella notizia di Dio. L’opera redentrice e liberatrice di Dio che vuole riversare vita in abbondanza nelle loro vene, nei loro vissuti personali e sociali. Che vuole che gli uomini non spengano in loro la chiamata alla vita eterna. Alla pienezza della vita. Che sappiano che la vita ha un compimento e che Dio «al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore» (cfr S. Giovanni della Croce, Avvisi e sentenze, 57). Non sul potere. Non sui titoli umani. Ma su come abbiamo speso la nostra vita.
La nostra vita come una barca capace di prendere il largo, al servizio della vita, del bene: «disse a Simone: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”» (Lc 5,7). (epanágaghe eis tò báthos) e di calare le reti per pescare. Per pescare uomini. «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). Il verbo utilizzato da Luca zogréo contiene l’idea di “prendere vivi” (zoôs e agréo, “catturare per la vita”), non per farli morire, ma per trasmettere la loro vita.
«Allora fecero cenno ai soci dell’altra barca, che venissero ad aiutarli» (Lc 5,7). I soci i compagni di Pietro come quelli del Generale Prefetto Dalla Chiesa: Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo.
Carissime, carissime, viviamo in profondità questa memoria. Lasciamo che questa memoria diventi mandato. Sarebbe una sconfitta radunarci e onorare questi martiri della giustizia e del bene, questi testimoni audaci perché le nostre città fossero liberate dalla stupidità opprimente del terrorismo e della mafia, sarebbe una profanazione tornare a casa uguali. Un tradimento deporre fiori senza farci con tutta la nostra vita loro soci, loro compagni. È tempo di prendere il largo perché, attraverso l’impegno di tutti e il servizio degli uomini e delle donne delle nostre Istituzioni democratiche, le nostre famiglie, le nostre città, le nostre case, possano conoscere vita e libertà.


