Intervista (impossibile) con “The Iron Lady” Margaret Thatcher, la Signora di ferro che voleva essere Winston Churchill

Lillo Ariosto
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La Signora di ferro che salvò l’indipendenza economica del Regno Unito. Voleva essere Winston Churchill

Ci siamo trovati, senza accorgercene, a varcare i quarantacinque anni dal dì in cui abbiamo fatto ingresso nel mondo della nostra professione. Ammissione nello Studio dei nostri Maestri, vecchio praticantato, esame di abilitazione, iscrizione all’Albo professionale. Abbiamo deciso quindi di prenderci una breve pausa e recarci – mutuando la celebre battuta del Conte Bolla nel film di Alberto Sordi “Fumo di Londra” – nella nostra “Vecchia Inghilterra”. Chi in anni recenti vi si è recato prima di noi, conoscendo la nostra passione per il british style (almeno quello percepito) ci ha già avvertito che la nostra “Londra Sordiana” non esiste più da oltre mezzo secolo. I filmati you tube vagliati da alcune settimane in previsione del nostro viaggio, ci hanno mostrato una capitale multiculturale, caotica, fredda e piovosa. Nulla della “Classic London” degli anni Cinquanta e niente della “Swinging London” dei “beat days” degli anni Sessanta.

Sappiamo quindi cosa evitare, con cosa illuderci, fantasticando vecchi aplomb di eleganza britannica svaniti nel nuovo tempo. Ci rechiamo in ogni caso al London Ritz Hotel per un iconico the inglese. Salette riservate. Antichi tavolinetti vittoriani, alzate con panini inventati da John Montagu IV Conte di Sandwiches (niente di più che tramezzini con creme varie e cetrioli, tonno o prosciutto), “scones” assortiti, immancabili tranci di Victoria sponge cake, biscotti al burro e tartine varie.

Non ci chiediamo (né chiedetevi) come e perché ma siamo riusciti ad avere un appuntamento per la nostra “intervista impossibile” (questa più delle altre) con Margaret Thatcher. E proprio perché (ancor più) impossibile addirittura in lingua di Dante.

La Lady di Ferro ci ha accordato questo colloquio, quando abbiamo spiegato che ci sarebbe piaciuto un raffronto tra la prima donna Prime Minister britannico e la prima donna in Italia, Presidente del Consiglio. Forse abbiamo toccato il tasto (giusto) della solidarietà tra donne, ricevendo l’assenso per una conversazione attorno a un tea table, naturalmente, dai bordi rigorosamente rialzati.

Good morning, Primo Ministro….

– No. Questo titolo non ci appartiene più.

Ci colpisce la immediatezza della risposta. Una secca negazione. Niente ringraziamenti di maniera, molto in voga in noi latini, niente convenevoli, niente fronzoli. Una risposta asciutta, scarna, precisa. A conferma del carattere energico della Signora per cui è stato coniato l’appellativo di Lady di ferro.  

– I Prime Minister britannici quando non sono più in carica conservano solo titolo onorifico di membri del Privy Council (Consiglio Privato del Sovrano). Tutti i Primi Ministri vengono nominati membri di questo consiglio appena entrano in carica e lo rimangono a vita, anche dopo aver lasciato Downing Street.

– Ci perdoni. Da noi il titolo di “Presidente” (di qualsiasi organo o associazione) rimane a vita…

– Rispetto la vostra consuetudine ma – essa – non appartiene al mio Paese. Né ad essere sincera la condivido.

– Possiamo chiamarla allora Lady Thacher?

– Se lo preferisce. Vorrei comunque che la nostra conversazione rimanesse informale. Se proprio desidera essere messo al corrente del mio titolo, sono la Baronessa Thatcher (Baroness Thatcher of Kesteven n.d.r.). La Regina Elisabetta II nel 1992 mi ha voluto conferire per i servigi resi al Paese un “life peerage” (titolo nobiliare a vita), che mi ha dato diritto a sedere nella Camera dei Lord. 

– La ringraziamo. Ci permetta una domanda rapida. Perché venne eletta?

– Glielo spiego con la brutale chiarezza che userei in un dibattito ai Comuni. Vinsi quelle elezioni, nel 1979, perché la Gran Bretagna era in ginocchio. La gente era stanca di essere governata da leader senza spina dorsale. Il Paese era paralizzato dagli scioperi dei sindacati. La spazzatura marciva nelle strade e i morti restavano insepolti. I treni rimanevano fermi sui binari. Il governo laburista era ostaggio del potere sindacale. Gli elettori capirono che serviva qualcuno capace di dire “no” e di ristabilire l’ordine.

– Quindi, per certi versi, quasi come l’elezione di Giorgia Meloni in Italia. La prima donna Presidente del Consiglio italiano.

– Non conosco le dinamiche italiane. Credo però che in Gran Bretagna, come le ho detto, prevalse la stanchezza. In Italia può darsi che, alle elezioni del 2022, sia prevalsa l’impressione che tutti i governi precedenti non erano stati in grado di parlare di problemi reali o quanto meno così percepiti. L’immigrazione incontrollata, la necessità di difendere il made in Italy, la sicurezza, un dare ordine ai vari poteri e formazioni sociali (sindacati, associazioni varie) perennemente impegnati a conquistare spazi lasciati liberi dalla politica dettata dai tecnocrati o da coalizioni arcobaleno che non avevano nulla in comune.

– Per una persona che afferma di non conoscere l’Italia…

– Guardi non credo sia di mia competenza parlare di fatti del suo Paese.

– In effetti siamo qui per parlare di Lei ma, comprenderà, da noi molte cose vengono comprese più dall’esterno…

– Bene ma desidero parlare del mio Paese. Per trent’anni, sia conservatori che laburisti avevano accettato un sistema di eccessiva spesa pubblica e nazionalizzazioni che ci stava portando alla rovina. Io proposi una rottura totale. Prese il nome di “Thatcherismo”. Come Winston Churchill non promisi nulla di buono. Solo “Sangue, fatica, lacrime e sudore”.

– Come la presero i sudditi di Sua Maestà? 

– Io offrivo una visione. Quello che la gente attendeva. Un progetto. Qualcosa che non fosse la solita melassa. Non promettevo una vita facile, ma una vita libera fondata sul duro lavoro e sulla responsabilità individuale. Lo slogan del 1979, “Labour Isn’t Working” (I laburisti non funzionano), colpì nel segno, perché descriveva una realtà che tutti vedevano: un’economia stagnante e un’inflazione galoppante.  Ma – tengo a precisare – non vinsi perché ero una donna, ma perché ero la persona con la volontà più forte. Il popolo britannico scelse la medicina amara della libertà piuttosto che il lento declino del socialismo.

– La critica più feroce che le viene mossa e quella di aver aumentato le disuguaglianze.

– La mia missione era trasformare il Regno Unito da una nazione assistenzialista in una nazione di proprietari e imprenditori. È meglio avere tutti più ricchi, anche con differenze, piuttosto che tutti ugualmente poveri. La responsabilità individuale è l’unica base solida per la società. 

– Lady Thatcher se potesse guardare al mondo del 2026, cosa direbbe a chi invoca un maggiore intervento dello Stato?

Direi quello che ho sempre sostenuto. Lo Stato non ha altre ricchezze se non quelle che la gente produce da sola. Non esiste una cosa chiamata “denaro pubblico”. Esiste solo il denaro dei contribuenti. Vedo ancora troppa gente convinta che, se ha un problema, sia compito del governo risolverlo. Ma, come dissi una volta, la società in quanto “entità astratta” non esiste. Esistono gli individui, uomini e donne, ed esistono le famiglie. Nessun governo può fare nulla se non attraverso le persone, e le persone devono guardare prima a sé stesse. È nostro dovere prenderci cura di noi stessi e poi aiutare il nostro prossimo.

– Il suo stile di leadership è stato spesso definito divisivo. Pensa che un approccio più morbido o incline al compromesso avrebbe potuto risparmiarle la sua caduta, ci consenta – piuttosto triste – del 1990?

– Non sono mai stata per una politica del consenso, ma per una politica delle convinzioni. Quando la mia stessa squadra ha iniziato a vacillare per paura dei sondaggi, ho capito che non avrei potuto continuare senza l’autorità del partito alle mie spalle. È stato traumatico, certo.

– Un componente del suo governo e compagno di partito, Michael Heseltine, la sfidò, senza avvisarla formalmente. Quasi un tradimento.

– Mi trovavo a Parigi per un vertice con i capi di stato per festeggiare la caduta del muro di Berlino, quando Heseltine annunciò la sfida nei mei confronti il 14 novembre del 1990, candidandosi alla guida del Partito, motivandola con divergenze su Europa e sulla poll tax, la tassa fissa pro capite per l’utilizzazione dei servizi base, come polizia, raccolta rifiuti, illuminazione pubblica etc. Il mio partito, impressionato dai tumulti di Trafalgar Square del marzo del ’90, non mi difese. Compresi allora che i miei ministri stavano pensando più alla loro carriera politica che alle sorti del Paese. Mi dimisi. Ma feci in modo che il nuovo Primo Ministro non fosse Heseltine. Nel novembre del 1990, alle votazioni per la leadership del Partito Conservatore presi posizione in favore di John Major, facendo confluire in suo favore i voti di chi mi aveva appoggiato. Ho preferito essere ricordata come una che ha combattuto per ciò che riteneva giusto piuttosto che come una che è rimasta al potere rinunciando ai propri ideali.

– Cosa pensa della Monarchia inglese?

– Le rispondo con la franchezza e la deferenza che hanno sempre contraddistinto il mio rapporto con la Corona. Il mio pensiero sulla Casa Reale non è mai stato un mistero, sebbene molti abbiano cercato di dipingerlo come conflittuale. Ho sempre nutrito una profonda devozione per la Monarchia. Per me, la Corona non è solo un simbolo, ma l’àncora della stabilità e dell’unità britannica. Ho visto nel Re Giorgio VI e nella Regina Madre l’incarnazione della forza morale del nostro popolo durante la guerra.

A questo serve una Corona.

– Potrebbe fare un raffronto tra la Corona inglese e quella che è stata in Italia dei Savoia?

– Il mio giudizio sulla Casa Reale dei Savoia non può essere separato dalla mia visione delle istituzioni nazionali e dalla storia europea del XX secolo. Come ho detto sono una convinta monarchica. Credo che una monarchia costituzionale fornisca un punto di riferimento che va oltre le turbolenze della politica partitica. Tuttavia, una corona deve essere guadagnata ogni giorno attraverso il servizio e la rettitudine morale.

– Un giudizio storico….

Guardo ai Savoia con il distacco di chi analizza i fatti. La loro caduta nel 1946 è stata la conseguenza inevitabile di scelte tragiche compiute durante la guerra. Quando una monarchia smette di essere lo scudo del proprio popolo e si piega a ideologie totalitarie – come accadde con il Fascismo – perde la sua stessa ragione d’essere. In Gran Bretagna la nostra Monarchia è rimasta con il popolo sotto le bombe. In Italia, il referendum del 1946 ha sancito che quel legame si era spezzato.

– Un giudizio negativo quindi….

– Ho rispetto per la storia dei Savoia come artefici dell’unità d’Italia, ma provo un profondo rammarico per come quella dinastia abbia fallito nel proteggere le istituzioni democratiche nel momento del bisogno. La libertà è un tesoro che non ammette distrazioni. Nemmeno da parte di un Re. 

– Vittorio Emanuele III…

– Il mio giudizio sulla fuga di Vittorio Emanuele III a Brindisi nel settembre del ‘43 è severo e senza appello. L’abbandono del posto di comando non è una opinione. E’ un fatto. Un Capitano non abbandona la nave mentre il suo equipaggio è sotto il fuoco nemico. Quando Londra veniva bombardata dai nazisti la Famiglia Reale rimase a Buckingham Palace, condividendo i pericoli con i cittadini. Vedere un sovrano che fugge all’alba per salvare la propria pelle, lasciando le proprie forze armate senza ordini chiari, è la negazione stessa della monarchia. Un monarca trae la sua legittimità dal patto di protezione con il popolo. Fuggendo, Vittorio Emanuele III ha salvato sé stesso ma ha firmato la fine della Monarchia italiana. Non si può pretendere lealtà dai sudditi se non si è pronti a offrire loro il proprio sacrificio.

– Oltre alla Monarchia, in Italia, è tramontata anche ciò che è succeduta alla stessa, la Repubblica dei Partiti. Cosa ci può dire dei politici che conobbe durante quel frangente politico?

– Il fulcro di quella Repubblica era certamente il partito della Democrazia Cristiana, con alle spalle la Chiesa di Roma. Era il partito che con De Gasperi aveva creato un dignitoso rapporto di oggettiva dipendenza con gli Stati Uniti, mitigando gli effetti negativi della sconfitta dell’Italia nel secondo conflitto mondiale. De Gasperi seppe “spendere” la funzione anticomunista del suo partito e dell’Italia tutta. Riuscì a far passare il suo partito, la DC, come il male minore.

– Cosa allora pensa quindi della Democrazia Cristiana italiana?

– La vedevo come l’unica forza capace di tenere l’Italia ancorata all’Occidente e di impedire al Partito Comunista di prendere il potere. In politica estera, era alleata affidabile nella NATO. Per questo motivo la Gran Bretagna ha sempre sostenuto la sua centralità.

– Nessuna critica quindi?

– Le mie riserve erano sull’approccio economico della DC, per me profondamente irritante. Era un partito che amava lo Stato, le partecipazioni statali e l’assistenzialismo. Per me, la DC era una forma di “socialismo cattolico”. Gestivano l’economia attraverso il clientelismo, gonfiando la spesa pubblica per mantenere il consenso. Non si può creare ricchezza stampando moneta o producendo posti di lavoro fittizi nel settore pubblico. La DC è stata la salvezza dell’Italia dal comunismo, ma è stata la zavorra che ha impedito all’Italia di diventare una vera economia liberale e meritocratica.

– E Giulio Andreotti, uno dei suoi leader più duraturi?

– Il mio rapporto con lui era… – definiamolo – “complesso”. Era l’essenza stessa della DC. Lo consideravo un uomo di straordinaria intelligenza e astuzia, ma rappresentava tutto ciò che detestavo. Il compromesso perpetuo, la mancanza di una visione economica radicale e quel modo di fare politica nei corridoi invece che nelle aule. In un mio celebre commento, lo definii come un uomo che sembrava avere “un’avversione positiva per i principi fissi”.

– Quindi lei inorridiva della DC. Ma il Partito Comunista Italiano?

– Il PCI era il più grande partito comunista dell’Occidente. Non si poteva non tenerne conto. Nella seconda metà degli anni Settanta, con il cosiddetto “Eurocomunismo”, aveva illuso tanti. Giovani, intellettuali, gente delle professioni, qualche industriale e molti giornalisti. Forse alcuni “organici” se non “a libro paga”. Io non mi sono mai lasciata incantare. Sebbene il PCI di Enrico Berlinguer cercasse di presentarsi come una forza democratica e indipendente da Mosca per me restava un ossimoro. Non può esistere un “comunismo democratico”. Il comunismo è per sua natura l’opposto della libertà individuale e del libero mercato. Come ho sempre detto: “Il problema del comunismo è che prima o poi i soldi degli altri finiscono”.

– La sua politica quindi nei confronti del PCI?

– Consideravo l’eventuale ingresso del PCI nel governo italiano come una sciagura. Insieme ai miei alleati, in primis Ronald Reagan, feci tutto il possibile per assicurarmi che l’Italia rimanesse saldamente ancorata alla NATO e lontana da esperimenti di governo che includessero i comunisti. I nostri Servizi ricevevano note riservate dove si esprimeva il nostro interesse a incoraggiare il PCI a recidere i legami con l’URSS, per indebolire il blocco sovietico e non perché approvassimo il loro programma. Vedevo comunque il PCI come un’anomalia storica. Un partito che cercava di cavalcare la modernità rimanendo ancorato a un’ideologia del passato.

– Mentre i socialisti di Craxi….

– Vedevo in Bettino Craxi un leader di un genere molto particolare. Un uomo di innegabile forza, ma prigioniero di un sistema che alla fine lo ha divorato. Non posso che ammirare la fermezza che mostrò nel 1985 durante la crisi di Sigonella. Sebbene le nostre visioni geopolitiche non coincidessero sempre, Craxi dimostrò che la sovranità nazionale non era un concetto negoziabile, nemmeno con gli alleati americani. In quel momento si comportò da vero Primo Ministro, con una spina dorsale che raramente ho visto in altri leader europei dell’epoca.

– Lui voleva creare un partito “labour” in Italia. Un socialismo moderno, applicabile all’Italia della DC e del mondo cattolico romano.

– La modernizzazione della sinistra è stato un suo scopo. Gli diedi atto di aver compreso, molto prima dei suoi colleghi socialisti francesi o dei laburisti britannici, che il socialismo vecchio stampo era morto. Sostituire la falce e martello con il garofano e sfidare l’egemonia del Partito Comunista fu un atto di realismo politico. In questo Craxi fu un modernizzatore che cercò di rendere l’Italia un Paese più dinamico. Anche lui fu tradito da chi pensava di “scansarsela” dite voi nel vostro pittoresco linguaggio. Ma sbagliarono in molti. Chi tradisce non consuma il frutto del suo tradimento. Heseltine docet…

– Cosa non le piaceva di Craxi?

– La gestione dell’economia. Sebbene avesse il merito di aver tagliato la scala mobile nel 1984 – una mossa che richiese coraggio contro i sindacati – il suo governo contribuì enormemente all’esplosione del debito pubblico italiano. Craxi credeva nella spesa pubblica come motore di consenso. La spesa pubblica senza controllo è la strada per la rovina. Craxi è stato un gigante della politica italiana, ma un gigante che ha costruito la sua casa sulla sabbia di un sistema clientelare ereditato e da lui mutuato dalla DC.

– Su Giorgia Meloni?

– Vedere una donna, la Signora Meloni – inorridisco al vostro “la Meloni”, poco dignitoso istituzionalmente – alla guida dell’Italia è certamente un fatto significativo, ma come sapete, io non ho mai dato importanza al genere, bensì al carattere e alle convinzioni. Mi compiaccio nel vedere una donna che non chiede il permesso per governare. La Signora Meloni ha dimostrato che, per arrivare in alto, non servono le “quote rosa” ma una volontà di ferro e la capacità di vincere la battaglia delle idee.

– Gli esponenti della sinistra italiana definiscono Giorgia Meloni una “sovranista”. Anche Lei, a suo modo, lo è stata.

– Seguo con attenzione la dialettica della Signora Meloni con Bruxelles. Vedo in lei un tentativo di difendere l’identità nazionale e gli interessi del proprio popolo contro l’eccessiva integrazione burocratica dell’Unione Europea.  La sua sfida è sulla economia. L’Italia soffre ancora di un apparato statale troppo pesante e di un debito pubblico che è una catena per le generazioni future. La vera prova del suo governo sarà la capacità di tagliare la spesa pubblica, ridurre le tasse e liberare le energie delle imprese italiane dalle sabbie mobili della burocrazia. Senza una vera cura, a base di libero mercato, il declino non si ferma.

– In molti attaccano la prima ministra Giorgia Meloni per la sua politica estera.

– Ho apprezzato la sua chiarezza sulla scena mondiale, in particolare il sostegno incrollabile all’alleanza atlantica. In un mondo pericoloso non c’è spazio per le esitazioni o per le ambiguità che troppo spesso hanno caratterizzato la politica estera italiana. La Signora Meloni ha la stoffa per essere una leader di lungo corso. Ma deve stare attenta. Il potere attira il consenso facile ma la storia ricorda solo chi ha avuto il coraggio di prendere decisioni difficili. Il suo compito non è piacere a tutti ma fare ciò che è giusto per il futuro dell’Italia.

– E se fosse Lei al governo in Italia?

– Se oggi mi trovassi a Palazzo Chigi nel 2026, non perderei un solo istante in mediazioni sterili. L’Italia è un gigante addormentato, soffocato da uno Stato onnipresente e da un debito che è un insulto al futuro dei vostri figli. Rivoluzione Fiscale e Incentivi al Merito sarebbero i miei primi obiettivi. Seguirebbe lo smantellamento della burocrazia. La libertà economica non può soffocare in moduli e timbri.

– E con l’estero?

– Tratterei con Bruxelles non come una mendicante ma come una partner alla pari che esige rispetto per la propria sovranità. L’Europa deve essere un mercato libero, non un laboratorio di ingegneria sociale burocratica. Non mi farei incantare dai nuovi “potenti”. Rimarrei saldamente ancorata all’Atlantismo.

– Non vogliamo abusare della sua cortesia. Una ultima domanda. Cosa direbbe agli Italiani?

–  Il mio messaggio agli italiani sarebbe semplice: smettete di aspettare che il governo risolva i vostri problemi. Prendete in mano il vostro destino. La “dolce vita” non si mantiene con i sussidi ma con il sudore e l’intraprendenza. Non c’è alternativa.

Con quest’ultima risposta “the Iron Lady”, in perfetto “Thacher style” prende – sbrigativamente – la sua borsetta dalla poltroncina accanto e con un breve cenno del capo ci saluta e ci lascia come una qualsiasi donna indaffarata in procinto di andare a sbrigare le faccende quotidiane. Venendo da una famiglia di droghieri, per lei stare nella sede del Primo Ministro inglese si diceva fosse come vivere sopra la bottega”. Ufficio e abitazione privata nello stesso edificio. La vogliamo immaginare così, al numero 10 di Dowining Street, quando governava con il suo forte piglio (imprestandoci ancora le parole del Conte Bolla) la “Nostra vecchia Inghilterra”.

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