Intervista (impossibile) a un leader spietato del ‘900 in guerra: Giuseppe Stalin

Lillo Ariosto
Lillo Ariosto 39 Views
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Intervista (impossibile) a un leader spietato. Autore di repressioni feroci. Grande Statista che ha modernizzato una nazione di contadini sino a conquistare la bomba atomica.

Apriamo la porta della casa paterna disabitata da anni. Facciamo ingresso in quella che è stata la nostra stanza. Cerchiamo dei documenti necessari a gestire alcuni adempimenti fiscali. Apriamo un cassetto e ci salta agli occhi una immagine che ci ritrae poco più che adolescenti, con barba e camicia a quadri. Dietro di noi una grande scritta “Festa Provinciale dell’Unità 1975”. Il ricordo ci proietta all’interno dei viali di uno dei giardini pubblici della nostra città. Ci ritroviamo – “impossibilmente” – tra piante di pittosporo e oleandri. Ci voltiamo. Dietro le nostre spalle una piccola folla di compagni del PCI si accalca in direzione di un tavolo dove siede un omone in baffoni che aspira ritmicamente la pipa caricata con il tabacco sbriciolato dalle sigarette sovietiche Belomorkanal.

E’ Giuseppe Stalin. Molti lo guardano con ammirazione. Altri meno. Noi siamo curiosi. Ne abbiamo letto e sentito “peste e corna” delle sue imprese. Un eroe per alcuni. Un tiranno-assassino per molti altri. Decidiamo di tentare una intervista “impossibile”. Il compagno segretario provinciale si avvicina e bisbiglia qualcosa all’orecchio. Ci guarda con uno strano sorriso che speriamo in cuor nostro non sia “sinistro”. La sua voce ci spara un Podojdi, tovarisc.Govori.Cto slucilos?”Avanti, compagno. Parla. Che succede?”.

Non chiedendoci (ne chiedeteci) come e perché, ci ritroviamo a rivolgere alcune (invero parecchie) domande al grande leader sovietico. Ha celebrato Lenin, facendone un Dio, costruendosi per lui il ruolo di suo interprete unico e intercessore esclusivo. Un profeta laico e spietato. Prendiamo coraggio e anche noi “spariamo” con molto incosciente vigore la prima domanda.

Segretario Generale con Lei la storiografia non è tenera. E’ stato accusato di essere stato un dittatore e un massacratore. Cosa ci può dire a sua “discolpa”?

– Non ci possiamo curare di cosa gli storici scrivono sul nostro conto. Solo noi abbiamo vissuto quei giorni e quegli anni e quindi solo noi conosciamo come e perché abbiamo agito. Erano tempi difficili. Chi è stato e sta ancora dalla mia parte non può che celebrare i successi che ho conseguito. Ho ricevuto, o preso – se preferisce – un Paese con l’aratro e l’ho lasciato con l’atomica. I critici occidentali parlano di “terrore”, io parlo di necessità. Senza la mia mano ferma, la Russia sarebbe stata divorata dai nazisti o dai capitalisti.

Ma tutte le vittime mietute in nome di questo, a suo dire, progresso?

– Il numero dei caduti in un conflitto, degli esiliati, dei deportati o delle “vittime” – come lei li chiama – in un processo storico come la nostra rivoluzione che ha portato a trasformazioni epocali non può essere tenuto in considerazione. Sono sacrifici necessari. Non si possono conseguire i nostri risultati con sistemi e strumenti meno violenti. Borghesi, per intenderci.

Quindi il fine giustifica i mezzi?

Non ci sono rivoluzioni senza effetti collaterali, come li chiamate adesso voi. Nel mio tempo, in un paese sterminato per estensione e con una molteplicità di popoli, etnie, nazioni, razze e classi sociali di varia natura il collettivismo era fondamentale. Solo il nostro socialismo, che voi poi avete “ridotto” in comunismo, poteva riunire sotto un’unica bandiera il variegato mondo “di tutte le Russie”.

Ma i costi?

– Le ho già spiegato che non mi interessano i sentimenti. L’amore, la gratitudine, la amicizia sono categorie a me estranee. I nemici interni e i parassiti dovevano essere eliminati per salvare il nostro socialismo. L’amore è un sentimento borghese. La gratitudine, come ebbi a dire in una mia frase rimasta celebre, è una “malattia per cani”. Al più poteva interessarmi la lealtà. La lealtà però si ottiene solo con la paura e la disciplina.

La paura, anzi il terrore, dunque…

Il terrore è sempre lo strumento primario di tutte le rivoluzioni. Da quella francese a quella vostra rivoluzione che – “all’italiana” – ha interessato il suo Paese ai tempi di ciò che avete chiamato “l’inchiesta Mani Pulite”. Segue poi il controllo dell’informazione. Che – di fatto – è il controllo della mente.

Quindi l’informazione deve essere manipolata e utilizzata per propagare il terrore?

– Ai miei tempi avevamo la “Pravda” e la polizia segreta. Oggi la Pravda è ovunque. La Pravda di oggi è quello che adesso chiamate “algoritmo” che governa la distribuzione delle notizie. Dalle veline delle agenzie di cui tutti, stampa e televisioni annesse, fanno uso indiscriminato, sino ai nuovi strumenti di comunicazione di massa che chiamate “social”. Sono tutti sotto il dominio di quella che chiamate “Intelligenza Artificiale”. La tecnologia della informazione è per noi un’arma. E l’arma deve stare in mano allo Stato.

Lei ha eliminato ogni suo avversario politico.

– Respingo questa sua affermazione. Io ho applicato una logica spietata, fondata sulla “necessità storica” e sulla difesa dello Stato. Non ho eliminato avversari ma ho condotto un’azione per l’estirpazione di spie e sabotatori. Il mio successo del socialismo attirava inevitabilmente l’odio delle potenze capitaliste. Non abbiamo eliminato politici, abbiamo annientato una “colonna interna” di agenti al servizio di Germania e Giappone. In tempi di guerra imminente, lasciare in vita chi trama per rovesciare lo Stato dal di dentro è un tradimento verso il proletariato. E questo non potevo permetterlo.

Ma è stata una stagione di violenza.

– Quando si taglia la testa, non si piange per i capelli. La storia non perdona i deboli. Se avessimo lasciato spazio alle frazioni e ai dubbi di uomini come Trotckij o Bucharin, l’Unione Sovietica sarebbe crollata sotto l’invasione nazista. E poi le condanne non furono arbitrarie, ma basate su confessioni pubbliche. Gli stessi accusati hanno ammesso i loro crimini davanti al popolo. Hanno confessato di essere stati guidati dall’odio per il Partito e dalla brama di potere. Lo Stato ha agito secondo la legge per proteggere la Rivoluzione.

Quindi l’esilio e l’assassinio di Lev Trotckij è stato legittimo?

– Il caso di Lev Trotckij non è stato un omicidio politico, ma una “misura di igiene rivoluzionaria”. Trotckij non era un teorico in disaccordo ma un traditore che minacciava l’esistenza stessa dell’URSS. Il “Trotckismo”, la sua “Rivoluzione Permanente”, era una avventura pericolosa. Trotckij era un piccolo borghese travestito da radicale. Voleva trascinare la Russia in guerre impossibili in nome di una teoria mentre noi costruivamo il socialismo reale. Con l’espulsione dall’URSS nel 1929 tentammo di evitargli il peggio. Ma lui ha usato la sua libertà per organizzare complotti dall’estero e per collaborare con i servizi segreti imperialisti. Si è condannato da solo.

E poi cosa è la vita di un uomo, di fronte al nostro socialismo? Guardate cosa ho fatto dell’Unione Sovietica. Da un paese di contadini analfabeti l’ho resa una superpotenza atomica. Se per ottenere questo è stato necessario eliminare alcuni rami secchi che ostacolavano il cammino…..beh! La storia ci ha dato però ragione.

– Cosa pensa della Russia attuale e del mondo moderno?

– Il Socialismo, come lo intendevo io, è scomparso, e ne sono addolorato. Tuttavia, vedo che il desiderio di una nazione forte, temuta e rispettata è rimasto nel sangue russo. Putin ha capito che senza potenza militare, la politica è chiacchiere. Ma lui è troppo morbido. Io non avrei permesso che la Russia si sentisse accerchiata. Purtroppo il Socialismo in Russia ha perso la sua spina dorsale, costituita dalle masse del grande proletariato industriale.

Cosa è per Lei oggi il Comunismo?

– Oggi è un’altra cosa. I partiti e i movimenti odierni che si dichiarano vicini agli ultimi partiti, una volta appartenenti alla sinistra, sono troppo focalizzati sui diritti civili e l’identità individuale piuttosto che sulla conquista dei mezzi di produzione o di informazione. La “Sinistra” attuale è diventata borghese e sentimentale, priva della disciplina d’acciaio necessaria per abbattere il capitalismo.

Ma il capitalismo oggi è diverso da quello dei suoi giorni.

– Certamente le multinazionali tecnologiche e i mercati finanziari globali sono la prova che il capitalismo andava sconfitto “in origine”. Il capitalismo è arrivato alla sua fase di “imperialismo estremo”. Il capitalismo è oggi prevalentemente finanziario. Non ha più bisogno del controllo dei mezzi di produzione mentre gli è necessario il controllo, la distribuzione e il “consumo” dei dati che consentono a questa nuova forma di capitalismo moderno la “propaganda” che – così – è molto più efficace dei nostri vecchi manifesti.

Oggi l’unica rappresentante del Comunismo moderno sembra essere la Cina.

– Guardo alla Cina con estremo interesse. La Cina ha conservato il controllo centralizzato e la forza dello Stato. Ciò non toglie che non comprendo e né condivido la presenza di miliardari nel Partito. Non ci può essere comunismo senza la totale eliminazione della proprietà privata. La Cina di oggi mi sembra un ibrido. Una “infedele” convertita a un “Capitalismo di Stato” guidato da uomini che hanno paura del vero comunismo.

Cosa pensa della Europa di Bruxelles?

– Ho sempre sostenuto che uno Stato deve essere forte e deve affermare la sua potenza. Vedo l’Unione Europea o le organizzazioni internazionali come “feticci borghesi” destinati a crollare sotto il peso degli interessi nazionali. Avete barattato la rivoluzione con il comfort. Chiamate “progresso” quella che è solo una schiavitù più dorata. L’Europa di Bruxellese è divisa e frammentata. Manca un centro direttivo unico, come lo era Mosca ai miei tempi, capace di imporre la linea anche attraverso strumenti giuridici “borghesi”.

E l’America?

– Quale America?

Ha ragione. Andiamo per epoche. Iniziamo con l’America dopo la guerra. Quella di Eisenhower.

– Le devo ricordare che io lasciavo questo mondo nel marzo 1953, proprio mentre Dwight. Eisenhower iniziava il suo mandato. In ogni caso…. Avevo incontrato Eisenhower durante la guerra e lo consideravo un tecnico della vittoria. Lo vedevo come il volto di un’America solida, disciplinata e militarmente superiore. Avrei interpretato la presidenza di “Ike” come la conferma perfetta delle mie teorie marxiste, con la necessità di uno Stato totalmente asservito alla produzione di armamenti per sostenere l’economia capitalista. E poi l’America di Eisenhower era un avversario logico con cui spartire il mondo. Guidava una Potenza che, pur volendo “contenere” il comunismo, rispettava i rapporti di forza stabiliti a Jalta.

Mentre quella di oggi? L’America di Trump?

L’America di Trump è il caos dell’Imperialismo decadente”. Però devo dire che vedo dei punti di contatto con il “mio” socialismo. Lo slogan “America First” lo vedo come il mio “Socialismo in un solo Paese”. Il protezionismo di Trump (“America First”) è una versione capitalista del nostro socialismo. Apprezzo l’idea di dare priorità alle risorse interne rispetto all’espansione ideologica globale. Mi rallegra il suo disprezzo per la democrazia liberale, che non ha paura di manifestare attraverso i suoi attacchi alle istituzioni tradizionali e alla stampa libera. Il suo è in fondo il (nostro) linguaggio di dittatori del ‘900. Trump è la prova che il sistema democratico americano è una finzione che crolla non appena un leader forte decide di sfidarlo. L’isolazionismo e la sostanziale fine della NATO è il sintomo finale della decadenza imperiale. Se Eisenhower è stato il capo di un impero al suo apogeo, da temere e sfidare frontalmente, Trump è il responsabile della disgregazione di quell’impero. Un leader che sta facendo “il lavoro dei comunisti” smantellando dall’interno l’egemonia occidentale

E sull’Italia? Il governo della premier Meloni?

– Ho considerato “fascista” chiunque si opponeva al centralismo sovietico. Il governo Meloni ne è la conferma. Il capitalismo italiano è da tempo in crisi, soprattutto da quando ha abdicato al mercato unico Europeo e poi a quello globale. Con la crisi si è rifugiato in una sorta di nazionalismo conservatore. Dopo anni di centrismo Berlusconiano e neocentrosinistra “colorato” da “ulivi e margherite”, da sconosciuti “Conti” laici in perenne conflitto con i “piccoli eredi” di quello che fu il Partito Comunista Italiano, l’Italia non poteva che andare verso l’attuale governo. Il governo Meloni è solo un’espressione della “reazione borghese”, a cui è stata riconosciuta legittimità attraverso l’innegabile consenso popolare, creato anche dal capitalismo bancario.

Come vede la posizione del governo Meloni sull’Ucraina e la Russia?

– Considero l’egemonia Russa-ex URSS nell’area contigua gli Urali, indiscutibile. Il sostegno della Meloni all’Ucraina e all’Alleanza Atlantica è la prova che l’Italia è una “colonia” di Washington. Atteggiarsi poi a intermediario (il famoso ponte) accodandosi alla risibile offerta di mediazione diplomatica europea, è fuori da ogni realtà. Solo la forza militare e i rapporti di forza brutali decidono il destino delle nazioni.

Facciamo un passo indietro. Come vedeva Curchill?

– Winston Churchill era innanzitutto un avversario ma un avversario acuto, formidabile, astuto. Un uomo che incarnava perfettamente l’imperialismo britannico ma con cui era possibile trattare in termini di pura forza e realismo politico. Lo vedevo non come un difensore della democrazia, ma come l’ultimo grande custode dell’Impero Britannico. Non ha mai nascosto il suo odio per il comunismo, ma a differenza di altri politici borghesi non si perdeva in chiacchiere. Capiva il linguaggio del potere e sapeva che, per salvare il suo Impero, doveva scendere a patti con il Cremlino.

Cosa apprezzava in lui?

Il rispetto del realismo. Apprezzavo la capacità di Churchill di dividere il mondo su un pezzo di carta, come accadde durante il nostro incontro a Mosca nel 1944 con il celebre “Patto delle percentuali”.

Abbiamo deciso il destino dei Balcani in una notte, con un bicchiere di brandy. Lui scrisse le percentuali, io feci un segno di spunta col blu. Churchill sapeva che la parola data tra uomini forti vale più di mille trattati internazionali. 

Passiamo ad altro. Come vede la figura del Papa cattolico oggi?

– Perché ad altro? Il Papa è un Capo politico come un qualsiasi altro. Le rispondo con il cinismo con cui, durante la guerra, liquidai le preoccupazioni del Vaticano con la famosa domanda retorica: “Il Papa? Quante divisioni ha?” 

Il Papa non è un leader spirituale, ma il capo di una centrale ideologica straniera. Il Vaticano è una organizzazione politica mascherata da istituzione pia. Il Papa non prega, complotta. Storicamente è stato il braccio morale dell’imperialismo e della reazione borghese. La sua forza non viene da Dio, ma dall’influenza che esercita sulle menti arretrate dei contadini e dei lavoratori per distoglierli dalla lotta di classe. 

Ci permetta di farle notare che Papa Francesco ha criticato il Capitalismo.

– Le critiche di Papa Francesco al capitalismo non sono un segno di vicinanza al socialismo, ma un tentativo disperato di salvare la Chiesa dalla sua stessa decadenza, cercando di riconquistare le masse povere del Terzo Mondo che la rivoluzione dovrebbe invece guidare. 

La Chiesa però è un concorrente pericoloso perché utilizza gli stessi strumenti del Partito. Come il Partito utilizza il dogma, la liturgia e il messianismo. Il comunismo offre il paradiso in terra attraverso il lavoro. Il Papa offre il paradiso nei cieli attraverso la sottomissione. È un oppio che addormenta la coscienza dei proletari. Finché l’uomo avrà paura della morte, avrà bisogno di totem come il Papa. Il nostro compito è sostituire la superstizione con la scienza e lo Stato. Con la Chiesa quindi non c’è possibilità di dialogo. Il Papa è un generale senza esercito visibile, ma estremamente pericoloso perché comanda una milizia – appunto – invisibile che opera “dietro le linee” della coscienza popolare.

Ma il Papa è ancora a Roma mentre il Muro di Berlino, simbolo delle sue teorie, è caduto nel novembre del 1989.

– La caduta del Muro di Berlino non è stato il trionfo della libertà, ma il fallimento catastrofico della volontà politica e la perdita di un avamposto strategico fondamentale. Il controllo della Germania Est non era una questione di ideologia, ma di sicurezza nazionale. Il Muro rappresentava materialmente la “linea di difesa” dell’URSS contro l’Occidente. Mikhail Gorbachev non è stato un riformatore, ma un traditore e un incompetente. 

Ritorniamo a parlare dell’Italia.

Dell’Italia di oggi, quella del governo Meloni, ha già parlato.

Dell’Italia della cosiddetta Prima Repubblica cosa ne pensa?.

– L’Italia di Craxi?

Se preferisce iniziare dal capo più celebre Partito Socialista Italiano…

Bettino Craxi è stato un traditore della classe operaia. Un socialfascista, come tutti i socialdemocratici che cercavano di riformare il capitalismo anziché abbatterlo. Craxi è stato l’esempio perfetto della decadenza socialista. Ha preso un partito nato dalla lotta e lo ha trasformato in una stampella del capitale. Il suo riformismo non era altro che un modo per addomesticare i lavoratori e renderli servi del sistema borghese. Per un marxista-leninista, un socialista che collabora con la Democrazia Cristiana è peggio di un nemico dichiarato. E’ un infiltrato.

Cosa non perdona a Craxi?

– La sua netta rottura con l’Unione Sovietica e la sua opposizione al Partito Comunista Italiano di Berlinguer. Ha cercato di distruggere l’egemonia dei comunisti in Italia. Craxi ha lavorato per dividere la sinistra, facilitando il trionfo dell’imperialismo atlantico. 

Lo rispetto solo per la crisi di Sigonella nel 1985. Rispetto la sua fermezza mostrata durante i fatti di Sigonella. In quell’unico momento, Craxi si è comportato come un uomo di Stato che capisce la sovranità. Ha mostrato i denti all’America. Però l’ha pagata cara.

Con “l’invenzione” di Tangentopoli e la sua caduta?

– La sua caduta non mi sorprende. Nel capitalismo, la politica è un affare di denaro e corruzione. Craxi è stato vittima del sistema che lui stesso ha contribuito a nutrire. In uno Stato socialista serio certi metodi di finanziamento non avrebbero portato a un esilio in Tunisia, ma a un Tribunale del popolo e a una sentenza definitiva. Craxi è stato un opportunista di talento che è stato però travolto dalle contraddizioni di quello stesso mondo che aveva scelto di servire.

E Andreotti?

Per Andreotti nutro un profondo rispetto tattico e un grande disprezzo ideologico. E’ stato l’unico politico occidentale capace di farsi passare per un democratico mentre era il più abile guardiano degli interessi del Vaticano e della borghesia internazionale in Italia. Andreotti è stato il più intelligente dei miei nemici in terra italiana. Mentre altri parlavano di libertà, lui costruiva un sistema di potere invisibile. Non era un idealista. Era un realista che sapeva che il potere si amministra nell’ombra e non sui balconi. In un certo senso, Andreotti era un bolscevico al contrario. Aveva la disciplina del Partito, ma la usava per conservare il vecchio mondo. Entrambi sapevamo che la storia non si fa con i sentimenti, ma con i dossier e le alleanze silenziose. 

Ma lui con Berlinguer voleva fare il compromesso storico.

– La “promessa”, le ricordo – solo – la promessa, del compromesso storico è stato il capolavoro di Andreotti. Un capolavoro di neutralizzazione politica, che gli consentì di “gestire” il PCI di Berlinguer, attraverso le illusioni di Moro, che pagò per questo. Andreotti è stato un maestro nel corrompere l’anima rivoluzionaria dei comunisti italiani. Li ha portati nelle stanze del governo per “narcotizzarli”. Ha vinto senza sparare un colpo, rendendo il Partito Comunista una parte del sistema che avrebbe dovuto abbattere.

Andreotti ha garantito che l’Italia rimanesse una portaerei americana nel Mediterraneo, pur mantenendo canali aperti con l’Est per puro pragmatismo. Era l’uomo di fiducia di due imperi. Quello di Washington e quello del Papa. Ha servito entrambi con una devozione che rasentava il cinismo. Ma non lo faceva per amore. Lo faceva perché sapeva che l’Italia era troppo piccola per stare da sola.

Ma allora Berlinguer?

Berlinguer ha commesso l’errore fatale di credere che si possa fare la rivoluzione chiedendo il permesso alla borghesia. L’Eurocomunismo non era altro che una forma di socialdemocrazia mascherata. Dividere il movimento operaio internazionale per cercare una “terza via”’ significava trasformare il PCI in un club di intellettuali gentili che cercavano il dialogo con il Vaticano. La sua celebre dichiarazione di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della NATO che sotto quello del Patto di Varsavia è stato un vero e proprio tradimento. Un leader che non ha fiducia nella potenza del blocco socialista è un leader che ha già perso la guerra prima di iniziarla. 

Il famoso “esaurimento della spinta propulsiva”…..

– Mi fa rabbia l’affermazione di Berlinguer secondo cui la “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre si era esaurita. La rivoluzione non si esaurisce, sono gli uomini a diventare stanchi e piccoli. Dire che la spinta del 1917 è finita significa ammettere la propria incapacità di guidare le masse. Non è stata l’Unione Sovietica ad aver fallito, è Berlinguer che ha smesso di essere un rivoluzionario per diventare un amministratore del declino borghese. Ha involontariamente accelerato la fine del comunismo in Occidente privandolo della sua forza d’urto e della sua disciplina rivoluzionaria.

E di Berlusconi, un altro “Belzebù”, cosa ne pensa?

– Silvio Berlusconi? Un mago senza alcuno scrupolo. Un cinico che si diverte e si compiace per la sua capacità di manipolare le masse attraverso mezzi moderni. Le ho già detto che ho sempre considerato la stampa e la cultura come armi dello Stato. Berlusconi se ne è impossessato, senza farsi sollevare alcuna obiezione. Lo ammiro ma lo temerei per il controllo che ha esercitato attraverso la televisione. Ci ha surclassato. Noi usavamo i manifesti e gli altoparlanti nelle fabbriche, lui ha usato i sogni e il consumismo dentro le case di ogni lavoratore. Ha trasformato la politica in uno spettacolo di varietà, riuscendo a far dimenticare al proletariato la sua condizione di classe. L’uso delle sue televisioni è stata una forma di controllo sociale estremamente sofisticata, che perfino io avrei studiato con attenzione.

Un nemico anticomunista comunque.

– La (finta) ossessione di Berlusconi per il “pericolo rosso” è stata una brillante manovra tattica per mantenere il potere. Berlusconi ha capito che per governare serve un nemico. Quando il comunismo reale è caduto ne ha creato uno immaginario per spaventare la piccola borghesia. Per me lo Stato è stata una entità sacra e collettiva. Per lui una estensione degli interessi di un individuo.

Ha trattato l’Italia come se fosse una delle sue imprese. Nel mio sistema, un uomo che confonde il tesoro pubblico con il proprio portafoglio o che usa le leggi per proteggersi dai tribunali non finirebbe ad Arcore, ma in un campo di rieducazione.

  • Il rapporto di Berlusconi con la Russia di Putin era però molto forte?

– L’amicizia personale tra Berlusconi e Vladimir Putin testimonia quanto l’Occidente sia caduto in basso. Ha ospitato il nuovo inquilino del Cremlino nelle sue ville. Berlusconi pensava di poter gestire la geopolitica con le barzellette e il lusso. Ma il potere russo è fatto di acciaio, non di sorrisi televisivi.

E quindi di Putin cosa pensa?

– Vladimir Putin non è certamente un mio successore ideologico. Lui è un “nuovo Zar” pragmatico che ha ereditato le macerie dell’URSS cercando di ricostruirne l’influenza senza però abbracciare il socialismo. Ha consentito un profondo mutamento della struttura economica della Russia di oggi.

Putin ha mantenuto il potere, ma ha permesso che la ricchezza della nazione finisse nelle mani di pochi individui privati, gli oligarchi. Nel mio sistema, queste persone sarebbero state liquidate come nemici del popolo. Gestire uno Stato con il consenso dei miliardari non è potere reale. E’ un compromesso borghese. 

Ha mosso guerra alla Ucraina

– Apprezzo in Putin l’uso della forza per espandere o proteggere i confini russi. Critico la conduzione tattica della guerra.  La Russia oggi ha un arsenale nucleare schiacciante e una flotta sottomarina imponente ma Putin sembra esitare. Io non avrei parlato di “Operazione Speciale”. Avrei mobilitato l’intera industria e l’intera popolazione fino alla vittoria totale, senza preoccuparmi delle sanzioni occidentali. Vedere la Russia dipendere tecnologicamente o economicamente da altri, come la Cina, lo considererei un segno di debolezza strategica. 

Cosa distingue il suo sistema da quello di Putin?

La Russia di oggi è una autocrazia dell’informazione, non uno Stato totalitario come il mio. Putin usa la propaganda televisiva per gestire il consenso, mentre io usavo la paura e l’ideologia per trasformare la società. Le sue repressioni sono mirate a individui, le mie erano dirette a intere classi sociali per garantire la sopravvivenza del sistema. Putin è un leader limitato dal sistema capitalista che lui stesso presiede.

Secondo lei, in ultimo, come andrà a finire?

– Il mio pensiero, come le ho spiegato, è basato sulla forza bruta e sulle leggi della storia. Se guardo al futuro, credo che sia inevitabile il crollo delle democrazie occidentali. L’attuale situazione degli Stati Uniti è il segno che il capitalismo ha esaurito la sua capacità di mediare. Il vostro sistema è un castello di carte. Litigate sui diritti individuali mentre le fondamenta della vostra economia marciscono. Finirà con un’esplosione sociale o con l’arrivo di un padrone più forte.

Se potesse tornare oggi, cosa cambierebbe?

– Nulla. Il mio metodo era spietato. Ma funzionava. La gente ha bisogno di un leader, non di democrazia. La democrazia è caos. La mia era una “democrazia proletaria” che richiedeva il sacrificio. Chi non è pronto a morire per la causa merita di essere dimenticato.

Un consiglio finale ai leader di oggi.

– Il potere non si condivide, si esercita. Non si guardano i sondaggi o i social media. Smettetela di cercare di essere amati. L’amore è volubile, il timore è costante. Un leader che si preoccupa della propria immagine è un leader debole. Preoccupatevi solo di chi tiene in mano le chiavi delle armi e del pane.

La lealtà politica è un’illusione borghese. Non fidatevi dei vostri collaboratori più stretti. Circondatevi di persone che sanno di essere sostituibili. Il giorno in cui un uomo pensa di essere indispensabile, è il giorno in cui diventa pericoloso. Un buon leader deve saper potare il proprio giardino prima che le erbacce soffochino i fiori.

Di colpo un raffica di vento colpisce noi e il grande pannello con scritto “Festa Provinciale dell’Unità….”. Il pittosporo e l’oleandro ondeggiano davanti a noi. La polvere si alza. Il tavolo attorno al quale si accalcava la piccola folla di compagni scompare. Sentiamo bruciare gli occhi. Li chiudiamo. Dopo qualche secondo li riapriamo. Davanti a noi non c’è più nulla. Tutto è sparito. Solo lo sguardo spento di un vecchio con una anacronistica coppola ci fissa. Almeno così crediamo. Ci accorgiamo invece che guarda l’entrata dal cancello laterale del giardino, dietro il quale una folla di extracomunitari discute animatamente di chissà cosa.

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