Millenovecentosettantatre (o settantaquattro).
Dicembre, prima liceo scientifico, quartiere Santa Lucia di Caltanissetta. Siamo da qualche mese entrati in contatto con la “contestazione studentesca”. Quelli delle classi superiori, quarta e quinta, teorizzano la rivoluzione contro la società “sporca-borghese”.
Entreranno (quasi) tutti in banca, nei giornali, nelle cliniche private.
Non ci sono ancora kefiah, il copricapo tradizionale mediorientale, simbolo storico della resistenza palestinese e della solidarietà anti-imperialista. Eskimo e sciarpa rossa, per adesso bastano e avanzano. Noi, lo confessiamo non indosseremo mai nè l’uno, né l’altra. Rimarremo socialisti “perdenti”.
Il nostro cuore giovanile, in quei giorni, ci fa sentire la necessità di essere informati. Di sapere, di conoscere. Se non sai parlare di “cose difficili” le ragazze (le più carine almeno) non ti considerano.
Siamo a casa di Renato. Troviamo il libro di un giornalista dell’Espresso. Uno importante. Che ne capisce. E’ Sergio Saviane. Lo inizieremo a leggere. Tratta dei “mezzi busti”. I giornalisti che leggono le notizie dei telegiornali ufficiali. All’epoca solo due.
Qualche giorno fa. A casa di amici. Una cena. Buon cibo. Ottimi vini. Relax, conversazione piacevole. Qualche battuta. Molte risate. Un “amaro siciliano” sul divano, in salotto. Scorriamo alcuni titoli della fornita libreria di casa. Ritroviamo il buon (Sergio) Saviane e il suo graffiante “Moravia Desnudo”. Una rapida lettura. E’ una satira feroce nei confronti di una delle più grandi figure della cultura italiana del Novecento. Decidiamo di incontrare il grande scrittore “desnudo”, per la nostra “intervista impossibile”.

La fantasia e il paradosso ce l’ho fa ritrovare qualche giorno dopo.
Lo impattiamo con una prima domanda “diretta”.
– Lei è stato un grande scrittore ma la sua fama è dovuta anche ai suoi amori femminili. Quale è stato il suo rapporto con le donne?
– Il mio rapporto con le donne è sempre stato dominato da una profonda curiosità intellettuale. Non ho mai cercato la “donna ideale”. Per me la donna è stata un modo per capire la verità della vita, sperimentando i diversi modi e mondi dell’esistenza. Con il mio primo grande amore, Elsa Morante, ho avuto un rapporto fra intelligenze feroci. Con Dacia Maraini c’è stato un dialogo più sereno, un legame basato sulla libertà. Carmen Llera ha rappresentato lo stupore della vitalità estrema nella mia vecchiaia. Il rapporto con l’altro sesso è stato per me come un linguaggio. La donna è il ponte che impedisce all’uomo di sprofondare nell’indifferenza della vita. Quindi il mio rapporto con la donna e gli amori relativi è stato un rapporto di necessità conoscitiva. Senza la donna, l’uomo resterebbe un monologo sterile.
– Iniziamo allora con il suo primo grande amore, Elsa Morante. Cosa vi legava? Amicizia, sentimento, convenienza sociale?
– Il rapporto con Elsa è stato l’evento più importante, e probabilmente il più faticoso, della mia vita. E’ stato un groviglio inestricabile ma mai una convenienza sociale. Io ed Elsa eravamo troppo “irregolari” per il nostro tempo. Eravamo troppo orgogliosi per curarci di ciò che pensava la borghesia romana. Il nostro legame si fondava su una simbiosi intellettuale crudele, spietata, al limite di quello che voi oggi definite “tossico”. Eravamo due scrittori che vivevano sotto lo stesso tetto. Ognuno con il proprio mondo creativo, immenso e totalizzante. C’era però un riconoscimento reciproco del valore dell’altro che rasentava l’adorazione, ma che sfociava spesso in una competizione dolorosa. Il sentimento era profondo, ma tragico.

– Il suo rapporto con Dacia Maraini. Quando e come vi siete conosciuti?
– Dacia è stata la compagna della mia maturità, una presenza che ha portato nella mia vita una luce diversa, più distesa rispetto alla tempesta costante che era stato il rapporto con Elsa. Ci siamo conosciuti nel 1959. Dacia era molto giovane. Aveva ventisei anni. Era all’inizio della sua carriera. In quegli anni frequentavo il circolo degli intellettuali romani, da Rosati in Piazza del Popolo. Lei era arrivata a Roma dalla Sicilia. Voleva inserirsi nel mondo di scrittori. Il nostro primo incontro avvenne per il suo primo romanzo. Cercava qualcuno che ne scrivesse la prefazione. Mi colpì per la sua serietà. Per quella sua onestà intellettuale che non l’ha mai abbandonata. Iniziammo a vivere insieme nel 1962, quando il mio legame con Elsa si era ormai consumato. Eravamo due individui liberi che sceglievano di camminare insieme. Abbiamo viaggiato ovunque. In Africa, in Giappone, in Cina. Spesso con l’amico comune, Pier Paolo Pasolini. Siamo stati insieme per molti anni, fino alla fine degli anni Settanta. Anche quando l’amore è svanito è rimasta una gratitudine immensa e una stima che non è mai venuta meno.

– Perdoni la impertinenza ma mi sono sempre chiesto su cosa era basato il suo ultimo rapporto sentimentale. Un uomo avanti negli anni, con una giovane donna che poteva esserle figlia. Carmen Llera, l’ultima donna della sua vita. L’ha pure sposata, nonostante una differenza di età notevole.
– Il mio rapporto con Carmen era basato, fondamentalmente, sullo “stupore”. Quando la incontrai, io ero un uomo al tramonto. Lei era l’incarnazione di una vitalità selvaggia, imprevedibile, indecifrabile. Mi attirava la sua estraneità. Carmen non apparteneva al mio mondo letterario, ai miei rituali romani. Era una forza della natura che mi costringeva a restare nel presente, nell’attuale, direste oggi.

– Continuo nella mia impertinenza ma essendo io un piccolo borghese, e pure di matrice cattolica, le rivolgo un’altra domanda “scomoda”. Sua moglie Carmen Llera scrisse un romanzo dove – fra le altre – descrive una relazione di una giovane donna con il “Bey”, individuato in Valid Jumblatt il leader druso durante la guerra civile in Libano tra gli anni ’70 e ’80. Tutti la ritengono una relazione personale della sua giovane moglie. Lei come l’ha vissuta?
– Alla storia avuta con Walid Jumblatt, poco dopo il mio matrimonio, anche se all’epoca fece molto scalpore, non ho mai avuto modo di smentirlo. Carmen ne scrisse un libro, “Georgette”. Si conobbero a Stoccolma nel 1986 durante i funerali di Olof Palme. La personalità della mia giovane moglie era vivace e spigliata. Lo spirito di una giovane donna, indipendente e disinvolta, era quello che- alla mia età – mi conquistava. Nonostante il matrimonio, non è mai stato un mistero che Carmen rivendicasse la sua libertà sentimentale, a conferma della complessità del nostro legame. Come le ho già detto le relazioni sentimentali e il sesso hanno sempre avuto una grande importanza nella mia vita. Il mio approccio intellettuale e però sempre rimasto distaccato e disincantato. E’ risaputo che non sono mai stato un “marito convenzionale”. La libertà di Carmen, incluse le sue relazioni parallele, è stata per me materia di curiosità intellettuale. Lei stessa ha più volte dichiarato che io l’amavo ma non che non avevo mai cercato di cambiarla o possederla in senso tradizionale. Per me, il legame intellettuale e la complicità quotidiana erano superiori alle convenzioni borghesi della fedeltà sessuale, che avevo sempre criticato nelle mie opere.

– Il sesso, tra di voi, aveva importanza?
– Per rispondere alla sua domanda, “impertinente”, sul sesso non temo di dirle “Si”. Il sesso aveva importanza. Naturalmente non le rivelo né la forma, né e i modi ma le confermo che il sesso aveva un rilievo fondamentale. Ma non nell’accezione volgare che comunemente potrebbe intendersi. Per me, il sesso è sempre stato lo strumento per rompere la solitudine umana. Il modo più diretto per rapportarsi con la realtà, per sentirsi vivi quando tutto il resto, la politica, la società, la letteratura stessa, rischia di diventare un’astrazione. Con Carmen, il sesso era una forma di “conoscenza”. Forse il tentativo di possedere l’altro. Un tentativo che a volte, o forse spesso, poteva fallire. Con lei, quella sfida mi rinnovava ogni volta. Non era solo desiderio fisico. Per me era il rifiuto della morte.

– Facciamo un passo indietro. Lasciamo il mondo delle sue relazioni sentimentali. Come si è scoperto scrittore?
– Mi sono scoperto scrittore non per vocazione romantica, ma per necessità biologica e per isolamento. La mia fortuna, se così vogliamo chiamarla, fu una tragedia. La mia tubercolosi ossea. A nove anni mi colpì la gamba e mi costrinse a letto per cinque anni, di cui due passati nel sanatorio di Cortina d’Ampezzo.
Immagini un ragazzo che, nel momento in cui dovrebbe scoprire il mondo con il corpo, viene immobilizzato. Cosa resta? Restano i libri e la finestra. In quegli anni di immobilità forzata, la scrittura è stata la conseguenza naturale di un corpo malato e di una mente che non poteva far altro che osservare. Quell’isolamento mi ha regalato il distacco dell’osservatore. Mi sentivo un estraneo alla vita normale, ed è proprio da questa sensazione di estraneità che è nato il mio primo romanzo “Gli indifferenti”. Quando finii quel libro, capii che la scrittura era il mio modo di stare al mondo.
– Lei è stato uno scrittore prolifico. Oltre sessantuno romanzi, varie novelle, molteplici scritti, articoli, elzeviri, critiche letterarie e cinematografiche. Sergio Saviane, che come lei lavorava all’Espresso, pubblicò “Moravia Desnudo”, una feroce critica alla sua persona e alla sua opera.
– Sergio Saviane è stato uno dei miei critici più feroci e “scomodi”. Certamente il suo pamphlet “Moravia Desnudo”, pubblicato originariamente da SugarCo nel 1976, certamente – nel primo momento – non mi fece piacere. Col tempo però ho compreso che attraverso me, Saviane conduceva un attacco non solo allo scrittore Moravia, ma a tutto l’establishment culturale romano dell’epoca. Saviane con il suo stile “al vetriolo” denunciava quello che considerava il monopolio intellettuale mio di altri come me. Mi accusava, ma non solo me, di essere un “manovratore” dei premi letterari e dei salotti romani, riducendo la mia opera a un prodotto commerciale ripetitivo. Si criticava il mio “personaggio pubblico” di intellettuale impegnato, il viaggiatore instancabile ma supervalutato. Mi si additava come un cacciatore di “diritti editoriali”, dal momento che dovevo mantenere più famiglie e quindi con un interesse economico preminente, crescente e cresciuto a tal punto da soffocare il valore reale delle mie opere.

– Come ha reagito a tale critica?
– Rimasi fedele al mio stile distaccato. Ritenni di mostrare, anche se intimamente ne rimasi infastidito, di ignorare o a guardare con superiorità razionale gli attacchi personali che mi rivolgevano. Quel libro lo feci apparire come una di quelle cose che facevano parte della “noia” e delle dinamiche borghesi di cui parlavo nei miei romanzi, appunto,“borghesi”. Più realisticamente credo che Saviane vedeva in me il simbolo di un potere culturale italiano intriso di ipocrisie e di contraddizioni. Un potere che si crogiolava nei premi letterari estivi, nelle “terze pagine” dei quotidiani del tempo, delle varie rubriche “critica-tutto” dei settimanali più in voga dell’epoca. Per me forse un altro esempio dell’irrazionalità e del risentimento tipico della società che cercavo di documentare. Anche se forse, come accade anche oggi ma con forme “più televisive”, c’era del vero.
– Lei, al di là delle critiche rivoltele, è stato un protagonista della vita intellettuale romana. Cosa era la “Dolce Vita”? E’ mai esistita veramente?
– La “Dolce Vita”? E’ stata un’invenzione giornalistica e cinematografica più che una realtà vissuta. Se mi chiede se sia esistita, la risposta non può che essere positiva ma è esistita come un momento di euforia collettiva. Una breve stagione di spensieratezza che l’Italia si concesse dopo il trauma della guerra e prima del grigiore degli anni di piombo. Per noi che la vivevamo tra via Veneto e piazza del Popolo, non era “dolce”. Era una sorta di frenesia, un palcoscenico a cielo aperto dove si mescolavano aristocratici decaduti, attori americani, intellettuali e avventurieri. Ma dietro le luci dei flash e i caffè da Rosati, io avvertivo soprattutto un grande vuoto. E’ stato Fellini a capire tutto. Il suo film non celebrava il piacere, ma la disperazione del piacere. Quella Roma era una città che cercava disperatamente di divertirsi per non guardare in faccia la propria mancanza di scopo. Si beveva, si faceva l’alba, si inseguivano scandali, ma era tutto permeato da un senso di provvisorietà.

– E’ lo stesso tema del film di Sorrentino, “La Grande Bellezza”.
– Non credo. Jep Gambardella è un personaggio che conosco bene ma che non appartiene alla “Dolce Vita” di Fellini. E’ più un discendente del mio Michele de “Gli indifferenti” o del Dino de “La noia”. Jep soffre la “insufficienza” della realtà. Il film di Sorrentino è una messa in scena visivamente sovraccarica della noia. Quella stasi esistenziale in cui il mondo, pur essendo bellissimo, appare vuoto e assurdo.
La “Dolce vita” dei miei anni era il sintomo “gridato” della alienazione borghese. Mentre gli altri si godevano il “bel mondo”, io stavo lì a prendere appunti sulla loro insensatezza. La “Dolce Vita” è stata l’ultimo sussulto di una società che credeva ancora che il benessere potesse sostituire la felicità. Poi sono arrivati gli anni Sessanta, la contestazione, e quel teatro di cartapesta è crollato. È rimasta solo la nostalgia per un’epoca che, in fondo, non è mai stata così felice come si pensa.
– Torniamo alla letteratura. Quale è il libro che ha scritto a cui tiene di più?
– È una domanda difficile ma se devo indicarne uno direi “Gli indifferenti”. Forse non è il mio libro migliore. Ero poco più che un ragazzo quando lo scrissi, quindi stilisticamente può dirsi acerbo. Ma è quello a cui sono più legato perché è stato il mio atto di nascita. In quelle pagine – sebbene in forma meno curata – c’è già tutto. C’è il Moravia del tema della noia, dell’aridità dei rapporti familiari, dell’incapacità di agire, del sesso come surrogato della passione. Scrissi quel libro con una febbre addosso che non era solo quella della tubercolosi, ma quella di chi scopre, per la prima volta, di aver trovato il proprio posto nel mondo. Il posto dell’osservatore.
– E allora “La Noia”?
– Come ho detto con “Gli indifferenti” avevo “lanciato” il tema. Con “La Noia” sono riuscito a dare una veste filosofica definitiva a quel senso di insufficienza della realtà che mi ha accompagnato per tutta la vita. Dino, il protagonista, che cerca di possedere la realtà attraverso una donna, Cecilia, senza mai riuscirci, è forse lo specchio più fedele della mia visione del mondo. Però – continuo – considero “Gli indifferenti” il romanzo che è stato il mio passaporto per la libertà di scrivere senza timore.
– Se potesse ritornare giovane nell’Italia di oggi, come si vedrebbe? Cosa farebbe?
– Se tornassi giovane nell’Italia di oggi, temo che mi sentirei ancora più “estraniato” di quanto non lo fossi nel 1929. Vede, ai miei tempi l’ostacolo era la morale borghese, solida e ipocrita, contro cui si poteva almeno urtare. Oggi l’ostacolo è il rumore, l’eccesso, l’urlo, lo “sbraco”.
Come mi vedrei? Mi vedrei come un giovane profondamente solo, non per mancanza di contatti – oggi si è, inesorabilmente, tutti iper-connessi – ma per l’eccesso di una realtà che si consuma prima ancora di essere compresa. Mi vedrei però probabilmente fermo a osservare i vostri riti digitali con lo stesso distacco con cui osservavo i salotti dei miei genitori. Cercherei “il silenzio”.
In un mondo dove tutti parlano e nessuno ascolta, il silenzio è l’unica forma di rivoluzione possibile.

– Quale la sua opinione sullo stato della cultura oggi in Italia?
– Mi sembra che sia diventata una gigantesca appendice del consumo, una sorta di marketing delle idee o meglio delle iniziative “senza idee”. Si pubblica troppo, si parla troppo, si organizzano festival ovunque. Ma questa vivacità è spesso puramente economica. La cultura è stata ridotta a un prodotto che deve essere “facile”, perché la complessità oggi spaventa, allontana, rende” non conveniente” il momento economico della “cultura”. La televisione, che un tempo aveva sostituito scuola e famiglia, oggi è stata sostituita e “superata” dai dispositivi digitali, dalle “piattaforme” personali.
La cultura non è più un’indagine sulla realtà, ma una fuga da essa.
Un tempo la figura del critico aveva un peso, serviva a stabilire un valore. Oggi il giudizio critico è affievolito, quasi “rischioso”. Si preferisce l’approvazione di massa all’onestà intellettuale, portando a un abbassamento qualitativo della narrativa. La vera cultura dovrebbe essere una “coscienza critica” che mette a nudo le contraddizioni, ma oggi preferisce consolare piuttosto che interrogare.»
– Il suo rapporto con il cinema?
– Il cinema per me non è mai stato un’attività secondaria o un semplice svago. Per me il cinema è stato un prolungamento naturale della mia scrittura. Ho sempre scritto in modo visivo, per scene, quasi come se avessi una macchina da presa al posto della penna. Il cinema è il linguaggio del realismo per eccellenza, e io, che mi considero un realista, non potevo che amarlo. Per decenni ho tenuto una rubrica di critica cinematografica su L’Espresso. Guardavo film ogni settimana. Mi affascinava come il cinema potesse rendere concreta l’astrazione del pensiero. Ho lavorato a molti film, collaborando con registi come Soldati o Zampa. Ma il mio rapporto più profondo è stato con Pier Paolo Pasolini. Per lui ho scritto, ho discusso, siamo stati compagni di viaggio. Lui cercava nel cinema il sacro e il mitico. Io vi cercavo la realtà nuda e spesso squallida della società contemporanea.

– Cosa, o chi, votava?
– Non è un mistero che ho sempre gravitato nell’area della sinistra laica e antifascista, ma non sono mai stato un uomo di partito nel senso stretto e dogmatico del termine. Non sono mai stato un comunista ortodosso. Piuttosto un borghese critico. Nel 1984 accettai di candidarmi alle elezioni per il Parlamento Europeo come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano. Venni eletto e svolsi il mio mandato a Strasburgo fino al 1989.
– Un borghese, benestante, romano che sceglie il PCI, anche se con la formula vaga,, ma forse ambigua, dell’indipendente di sinistra…
– Lei denuncia la sua natura “piccolo borghese”, a suo modo perbenista. Non coglie le “contraddizioni necessarie” che un intellettuale possiede. Mi sono sempre sentito vicino alle posizioni laiche, razionaliste e illuministe, rifiutando ogni forma di dogmatismo clericale o reazionario.
Perché scelsi il PCI? Non per una conversione tardiva al marxismo ma per una ragione molto concreta che scrissi anche sui manifesti elettorali. La mia lotta per il disarmo nucleare e per la pace. Temi che come può vedere sono attuali e più pericolosi del mio tempo. In quegli anni di Guerra Fredda, vedevo nel PCI l’unica forza capace di opporsi seriamente al rischio di un conflitto atomico che avrebbe cancellato l’umanità.

– Nella Italia di oggi, quella di Giorgia Meloni, cosa voterebbe?
– Se oggi mi trovassi di fronte alle urne nell’Italia di Giorgia Meloni, proverei probabilmente quel senso di “impegno controvoglia” che ha segnato tutta la mia vita pubblica.
Cosa voterei? Per coerenza storica e intellettuale, continuerei a cercare rifugio in quella sinistra laica, razionalista e antifascista che è stata la mia bussola. Ma solo per una necessità di contrasto. Come intellettuale cosmopolita che ha viaggiato in tutto il mondo, diffido visceralmente di ogni forma di sovranismo o nazionalismo. In un momento di forte polarizzazione verso destra, il mio voto servirebbe a preservare quel pluralismo che è l’unica difesa contro l’appiattimento culturale.
– Si è sempre dichiarato agnostico. Non crede quindi in Dio. In cosa crede?
– Non ho mai creduto in Dio. Mi considero un “agnostico razionalista”. Per me, l’idea di un Dio è un tentativo umano, consolatorio, di dare un senso a ciò che senso non ha.
Vede, io non sento la mancanza di Dio. Il mondo è un fatto biologico, materiale, spesso brutale nella sua casualità. Cercare una volontà divina dietro il dolore o la gioia mi sembra un modo per non guardare in faccia la nuda verità delle cose.
– Ma allora, mi scusi se insisto, in cosa crede?
– Credo nella realtà. Ma credo nella realtà come in un enigma che va costantemente decifrato. Credo che l’unico dovere dell’uomo sia quello di stabilire un rapporto autentico con ciò che lo circonda, senza farsi accecare dalle ideologie o dalle religioni. Credo nella curiosità. È l’unica forza che ci tiene in vita e ci impedisce di sprofondare nella noia. Finché sono curioso di vedere “cosa c’è dietro l’angolo”, come si comporta un essere umano sotto pressione o come cambia il colore del cielo, io sono vivo. E infine, credo nella ragione. Non una ragione trionfante che spiega tutto, ma una ragione umile, uno strumento che serve a sezionare le ipocrisie e a mostrarci per quello che siamo, cioè creature fragili, dominate da impulsi che spesso non comprendiamo, ma capaci di sprazzi di estrema lucidità.
Mettiamo fine alla nostra intervista. Come abbiamo rigidamente iniziato con altrettanta severità chiudiamo il nostro incontro con il gran gurù della cultura italiana del secolo scorso. Abbiamo avuto conferma della sua figura controversa ma anche della grande intelligenza che l’ha resa celebre. A noi – oggi – basta così.
Abbiamo scelto la toga. Ma quella dell’avvocato.


