di Aldo Davide Pilato
Un geometra siciliano ricostruisce il legame tra la strage del ’47 e i vincoli feudali che ancora bloccano migliaia di proprietà nel Mezzogiorno
San Cataldo (Caltanissetta), 1° maggio 2026 – Settantanove anni fa, esattamente in questo giorno, undici contadini inermi caddero sotto il fuoco della banda Giuliano a Portella della Ginestra. Donne, bambini, anziani massacrati mentre celebravano il Primo Maggio e la vittoria del “blocco del popolo” alle elezioni regionali. Oggi un lavoro di ricerca dimostra che la questione per cui morirono – “la terra a chi la lavora” – non è ancora risolta.
Quando il catasto blocca la vendita
Aldo Davide Pilato, 58 anni, geometra di San Cataldo, si è imbattuto più volte nel problema: proprietari che non riescono a vendere i propri terreni perché gravati da annotazioni catastali di “enfiteusi” in favore del Demanio dello Stato o di enti ecclesiastici, senza avere la certezza che esista alcun documento che provi l’esistenza effettiva di questi vincoli feudali.
Nel 2025 ha gestito personalmente un caso emblematico: sette immobili in provincia di Caltanissetta risultavano catastalmente gravati da enfiteusi in favore del Demanio dello Stato (concedente). “Ho presentato formale istanza all’Agenzia del Demanio – Direzione Regionale Sicilia”, racconta Pilato, “che ha risposto per iscritto: ‘la Scrivente non risulta nel possesso di alcun contratto di livello’. Sulla base di quella dichiarazione la compravendita è stata regolarmente stipulata senza necessità di affrancazione”.
Ma quanti altri proprietari, si chiede il geometra, rinunciano a vendere o pagano affrancazioni non dovute semplicemente perché ignari dei propri diritti?
Dal sangue del ’47 alle rivendicazioni di oggi
L’esperienza professionale lo ha spinto a uno studio storico-giuridico con un dossier di oltre 150 pagine, riassunto in un saggio– “Enfiteusi, questione agraria e conflitto sociale nel Mezzogiorno” – che ricostruisce come antichi vincoli feudali continuino a perpetuare strutture di rendita incompatibili con la Costituzione.
La strage di Portella della Ginestra avvenne undici giorni dopo la vittoria elettorale del blocco socialcomunista alle regionali siciliane del 20 aprile 1947. Non fu banditismo casuale: tra il 1944 e il 1949 si contarono in Italia 34 braccianti uccisi, 561 feriti, oltre 10.000 bastonati, migliaia di arrestati. Tra le vittime anche Placido Rizzotto, sequestrato e ucciso dalla mafia il 10 marzo 1948 a Corleone, Accursio Miraglia assassinato il 4 gennaio 1947 a Sciacca, Epifanio Li Puma e Calogero Cangelosi.
“La repressione del movimento contadino“, scrive Pilato, “fu la difesa armata della rendita fondiaria e delle strutture giuridiche che la perpetuavano: i livelli, le enfiteusi, i rapporti che assicuravano ai proprietari assenteisti il controllo passivo della terra“.
I casi recenti: nobili che rivendicano interi paesi
Nel 2009 il Comune di Caltagirone rivendicò canoni enfiteutici a centinaia di agricoltori: a un proprietario di 60 are – valore 5.000 euro – chiese 2.820 euro per l’affrancazione. Nacque un “Comitato NO ENFITEUSI” e il Consiglio Notarile organizzò un convegno per fare chiarezza.
Nel 2014 gli eredi dei principi Licata di Baucina rivendicarono il 20% del territorio di Serradifalco sostenendo di essere ancora titolari del “dominio diretto” feudale su terre coltivate da generazioni da privati cittadini.
In controtendenza, nel 2008 il Comune di Mussomeli rinunciò volontariamente a tutti i diritti enfiteutici “non riscossi da epoca immemorabile”, consolidando gratuitamente la proprietà in capo ai cittadini.
La sentenza che cambia tutto
Il 5 gennaio 2026 la Cassazione (sentenza n. 247/2026) ha chiarito che le annotazioni catastali di enfiteusi non hanno alcun valore probatorio, l’onere della prova grava sul concedente, e in assenza di titolo costitutivo scritto il possessore può usucapire la piena proprietà.
“Questa sentenza tutela già oggi migliaia di proprietari”, commenta Pilato, “ma non risolve alla radice il problema sistemico”.
La proposta: abolire per legge i vincoli storici
La parte conclusiva del lavoro contiene una proposta legislativa: abolire d’ufficio tutti i rapporti di enfiteusi costituiti prima del 1° gennaio 1951, consolidando la piena proprietà in capo agli attuali enfiteuti senza obbligo di affrancazione.
“Chi ha coltivato la terra per generazioni ha un titolo di merito infinitamente superiore a quello del concedente che ha percepito passivamente rendite per decenni o secoli“, argomenta Pilato. “L’articolo 44 della Costituzione impone di trasformare il latifondo. La riforma agraria del 1950 iniziò l’opera ma lasciò irrisolto il nodo dei rapporti enfiteutici preesistenti”.
Secondo il geometra, l’abolizione non sarebbe solo una riforma giuridica ma “un atto di giustizia storica verso chi ha pagato con il sangue la rivendicazione ‘la terra a chi la lavora’“.
E oggi, primo maggio, a 79 anni dalla strage di Portella della Ginestra, quelle parole suonano come un monito: la democrazia incompiuta sulla questione agraria è un debito che la Repubblica non ha ancora saldato con i suoi morti.
CHE COS’È L’ENFITEUSI
Divide la proprietà in due: il dominio diretto (proprietà formale) resta al concedente, il dominio utile (diritto di coltivare) passa all’enfiteuta che paga un canone perpetuo. L’enfiteuta può riscattare la proprietà mediante “affrancazione” (pagamento capitalizzato), ma spesso economicamente inaccessibile ai contadini poveri.
Il lavoro “Enfiteusi, questione agraria e conflitto sociale nel Mezzogiorno” del geom. Aldo Davide Pilato è disponibile presso lo studio in via V. Bellini n. 5, San Cataldo (CL) – Email: aldo.davide.pilato@gmail.com

