Colto, elegante, raffinato. Un Italiano troppo moderno e troppo spregiudicato per il suo tempo. Pagò con la vita. Intervista (impossibile) al Conte Galeazzo Ciano

Lillo Ariosto
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Abbiamo avuto la fortuna di aver vissuto gli anni più spensierati della nostra vita, quelli subito dopo l’infanzia, in un ambiente – seppur di provincia – di grande eleganza e raffinatezza, quale era il viale Regina Margherita di Caltanissetta alla fine degli anni Cinquanta. Un giardino pubblico rigoglioso, Villa Amedeo, attentamente curato con tanto di custode in divisa e cappello e giardinieri in tuta da lavoro con l’effige comunale.

“Al Viale”, era così chiamata quella zona, avevano sede due dei locali più rinomati per “trattenimenti”, quelli che oggi sono conosciuti come “eventi”, per festeggiare battesimi e matrimoni. Con i nostri occhi infantili notavamo grandi vetture Mercedes o Fiat 1500 nere che accompagnavano spose in bianco e giovani mariti in smoking. Quest’ultimo abito ci incuriosiva, soprattutto per la cravatta – il “farfallino” – diverso da quella tradizionale che vedevamo indossare a nostro padre. In età adulta abbiamo voluto anche noi nel nostro guardaroba uno smoking (o tuxedo). E’ un abito però che va saputo “portare”. Più volte abbiamo cercato filmati di grandi attori o personalità che hanno saputo “interpretare” lo smoking. Fra questi abbiamo incrociato un diplomatico degli anni Trenta del secolo scorso. Un giovane “rampante”, colto, raffinato, arbiter di eleganza e di savoir faire. Nel nostro mondo “impossibile” lo abbiamo voluto incontrare per una intervista ancora più impossibile. Un italiano che seppe farsi apprezzare da una nazione divenuta nemica (l’Inghilterra) e fronteggiare un alleato “subìto” per “Ragion di Stato” e per cui pagò con la vita.

– Gian Galeazzo Ciano nato il 18 marzo 1903 a Livorno, dal guardiamarina Costanzo Ciano e da Carolina Pini, figlia di un borghese benestante. Lei è stato la star italiana più in vista degli anni Trenta. Come fece a diventare il Conte Ciano?

– La mia ascesa fu un insieme di ambizioneopportunismo e costruzione dell’immagine. Mio padre, Costanzo Ciano, non era un semplice guardiamarina. Era un eroe della Beffa di Buccari, un uomo che Mussolini ammirava profondamente. La sua ascesa politica e la nomina a Conte di Cortellazzo, titolo che ereditai alla sua morte nel 1939, mi fornirono la base economica e il prestigio sociale. Non divenni Conte per grazia divina ma per i meriti bellici di mio padre e che mi aprirono le porte dei palazzi romani.

– Non dimentichiamo che c’è però dell’altro.

– Fui protagonista dell’evento politico e mondano più importante del tempo. Sposai la figlia prediletta del Duce, Edda Mussolini, nel 1930. Sposandola, passai da giovane diplomatico di belle speranze a “Delfino del Regime”. Quel matrimonio mi rese intoccabile e mi proiettò immediatamente sotto i riflettori di tutto il mondo. E poi, lo confesso, inventai la “Superstar” che l’Italia aveva bisogno. Non del cinema o della canzonetta ma della politica e della diplomazia internazionale. Non mi limitai ad affrontare ed esercitare il potere. Io lo misi in scena.

– Ha quindi anticipato di quasi un secolo lo star system?

– Curai il mio personaggio. Diventai il modello del gentiluomo moderno. Il nuovo gentiluomo “italiano”. I miei abiti erano tagliati dai migliori sarti. Frequentavo i circoli del golf e del bridge. Parlavo un inglese fluente. Ero l’antitesi del gerarca rozzo in orbace, il tessuto di lana grezza di cui si dotavano le milizie fasciste, con frustino tra i calzoni alla zuava e gli ordinari stivaloni.

Come Ministro della Stampa e Propaganda, capii prima degli altri l’importanza del cinema e dei media del tempo. Fondai Cinecittà. Usai la mia posizione per proiettare un’immagine dell’Italia, e soprattutto di me stesso, moderna, cosmopolita e vincente con il garbo e l’eleganza.

– Divenne il diplomatico più in voga di quegli anni.

– La mia carriera diplomatica fu rapidissima. Brasile, Cina, Buenos Aires. Sapevo incantare i salotti internazionali, rendendo il volgare e folcloristico Fascismo di mio suocero “presentabile” alle élite europee.

Ministero degli Esteri a 33 anni. Nel 1936, a un’età in cui altri iniziano appena la carriera, divenni il più giovane Ministro degli Esteri d’Europa. Da quel momento ogni mia mossa, ogni mio abito e ogni mia parola furono studiati per consolidare il mito del Conte Ciano. Ero per tutte le Cancellerie d’Europa, l’uomo che sussurrava al Duce e sfidava i grandi del mondo. Diventai il Conte Ciano mescolando il sangue eroico di mio padre, il potere assoluto di mio suocero e un senso estetico che l’Italia non vedeva dai tempi di D’Annunzio.

– Le sue parole sembrano rivelare una sua avversione al Fascismo o quanto meno una presa di distanza da quel regime. Perché secondo lei il Fascismo si affermò in Italia? Dopo tutto l’Italia aveva vinto la prima guerra mondiale a fianco delle democrazie inglesi, francesi e americane

La vittoria mutilata. La Pace di Versailles, per colpa soprattutto dei Francesi, fu una pace disastrosa che umiliò, per ragioni diverse, l’Italia vittoriosa e la Germania sconfitta, seminando quel sentimento di rancore e di rivalsa che incendiò l’Europa e poi il mondo nel secondo conflitto mondiale. Lei dice che avevamo vinto. Ed è vero. Il Piave, Vittorio Veneto, “La valanga che risale”… ma nelle strade di Roma, di Milano, di Livorno, non si respirava l’aria dei vincitori. Si respirava delusione, frustrazione, malessere, polvere, fame e rabbia. Così il Fascismo divenne inevitabile.

– In che senso?

– L’umiliazione diplomatica era sotto gli occhi di tutti. Eravamo seduti al tavolo dei grandi a Versailles, ma ci trattarono come parenti poveri. Wilson, Lloyd George e Clemenceau soprattutto ci negarono Fiume e la Dalmazia, tradendo il “Patto di Londra”. Per un popolo che aveva lasciato seicentomila giovani nelle trincee del Carso, fu un insulto insopportabile. Mussolini comprese di essere l’unico a dare voce a quel senso di tradimento. La delusione nelle folle però andò a vantaggio dei massimalisti e dei comunisti. E poi, va ammesso, le e democrazie liberali di quel tempo soffrivano di caratteri ottocenteschi, obsoleti, inadeguati. Apparivano deboli, sbiadite, perennemente impersonate da personaggi che non riuscivano a capire i tempi nuovi, l’avvento della società di massa. La classe dirigente dell’epoca, i Giolitti, i Facta, parlava un linguaggio che nessuno capiva più. Il Fascismo portò la modernità, il mito della giovinezza, la radio, l’adunata, un sentimento di solidarietà nazionale che la politica del tempo non (ri)conosceva. Era un’estetica nuova per un’Italia che voleva sentirsi grande, non solo sopravvissuta. Aveva vinto la guerra e quindi ne aveva diritto.

– Quindi l’avvento del Fascismo fu colpa degli alleati nella prima guerra mondiale?

– Nelle ore di riflessione amara nel carcere degli Scalzi, ci ho pensato spesso. Se Wilson e i Francesi ci avessero concesso Fiume e la Dalmazia, Mussolini avrebbe perso il suo argomento più potente. Le cannonate italiane sul palazzo del Municipio di Fiume con D’Annunzio dentro fecero da detonatore. Il Fascismo è nato cavalcando l’indignazione nazionale. Senza quell’umiliazione il movimento dei Fasci sarebbe rimasto un fenomeno confinato a pochi reduci esaltati, senza il consenso della piccola borghesia patriottica. Il vero problema però non era solo il trattato di pace, ma il fatto che lo Stato liberale di Giolitti e Facta era un organismo ormai morto. Quel sistema politico era incapace di gestire le masse che entravano nella Storia. Forse saremmo rimasti una monarchia parlamentare inquieta, simile a quella inglese, evitando però l’abbraccio mortale con la Germania.

– Ci dica la verità. Lei sposò la figlia di Mussolini per fare carriera politica e nell’alta società?

– Mio caro, lei pecca di un cinismo che persino io trovo eccessivo. È un’accusa che mi ha accompagnato fin dal giorno del mio matrimonio a Villa Torlonia, nel 1930. La verità è che Edda non era una donna che si sposa per calcolo. Chiunque l’abbia conosciuta sa che non si poteva “usare” la figlia del Duce senza finire travolti dalla sua personalità indomabile. Ma la mia ascesa, la missione a Shanghai, il Ministero della Stampa, poi gli Esteri, non è stata un regalo di nozze. Il Duce esigeva risultati, e io gli ho dato la mia giovinezza e la mia intelligenza.

– Cosa convinse il Duce, suo suocero, ad aver fatto bene a puntare su di lei?

– Sebbene il mio incarico a Shanghai fosse stato un successo di mondanità e diplomazia, la vera prova del fuoco arrivò nel 1936, proprio quando presi le redini del Ministero degli Esteri. Avevo solo 33 anni e i vecchi gerarchi mi guardavano con un misto di invidia e disprezzo. La mossa che mi consacrò agli occhi di mio suocero fu la gestione della Guerra Civile Spagnola. Mentre le democrazie europee tentennavano dietro il “non intervento”, io convinsi Mussolini a gettare il peso dell’Italia al fianco di Franco. Non fu solo una scelta ideologica, ma una pura operazione di potenza mediterranea. Uno schiaffo a quegli alleati che ci avevano tradito a Versailles.

– Lei, però, appariva come un uomo di cultura vicino alla grande Inghilterra del tempo. Come mai non riuscì a distogliere Mussolini dall’alleanza fatale con Hitler?

– Lei coglie nel segno. Mi sentivo un uomo del mio tempo, un europeo che ammirava lo stile e la solidità britannica. Ma vede, distogliere il Duce dalla Germania fu come cercare di fermare una valanga con le mani nude. Mussolini era rimasto folgorato dalla macchina bellica tedesca. Dopo le sfilate di Berlino, vedeva nel Reich il futuro e nelle democrazie occidentali – Inghilterra in testa – un mondo vecchio destinato a soccombere. Il Duce, poi, soffriva il carisma oscuro di Hitler. Voleva essere il suo pari, non il suo cliente, e temeva che restando neutrale l’Italia sarebbe stata schiacciata da una Germania vittoriosa o ignorata da un’Inghilterra sdegnosa. E’ vero, il “Patto d’Acciaio” fu il mio più grande errore diplomatico. Firmammo un trattato che ci legava mani e piedi ai capricci di Berlino, convinti che Hitler non avrebbe scatenato la guerra prima di tre o quattro anni. Ci ingannarono.

– Conte Ciano, quando ha capito che l’alleanza con la Germania ci avrebbe portati alla rovina?”

– Fu un processo lento, una consapevolezza che si fece strada tra il fumo dei sigari e il gelo dei protocolli, ma se devo indicare un momento preciso, fu nell’agosto del 1939, a Salisburgo. Lì, guardando negli occhi Ribbentrop, capii che ci avevano fuorviati. Ribbentrop mi disse con un sorriso glaciale: “Vogliamo la guerra”. In quel momento capii che eravamo legati a dei folli che non cercavano la diplomazia, ma il massacro. Capii che per loro non eravamo alleati, ma servitori da usare per proteggere le loro spalle mentre incendiavano l’Europa. Io amavo la misura, il gioco sottile della politica. I nazisti erano brutali, parvenu senza eleganza che calpestavano i trattati come carta straccia. Cercai disperatamente di convincere il Duce a restare neutrale. Ma lui era ormai abbagliato dal miraggio della forza prussiana.

– Perché votò l’ordine del giorno Grandi? Quella firma la portò alla morte.

– Votai l’ordine del giorno Grandi in quella drammatica notte del 24 luglio 1943 non per abbattere il Fascismo, ma per cercare di salvare l’Italia. Il tradimento, come ho detto prima, era stato della Germania. Io volevo assolutamente e nel modo più celere lo sganciamento dalla Germania. Sapevo che la guerra era perduta e che Hitler ci stava trascinando nel baratro. Restituire il comando delle forze armate al Re era l’unico modo legale per rompere l’alleanza con i tedeschi e tentare una pace separata con gli Alleati. E poi… credevo fermamente che il Re potesse offrire una via d’uscita onorevole. Non potevo immaginare che il Re avrebbe usato quel voto per far arrestare “vigliaccamente” Mussolini in un’ambulanza poche ore dopo. Alle fine, per me, fu un errore di calcolo fatale. Hitler non mi perdonò e mio suocero, una volta liberato dai tedeschi e posto la guida della Repubblica Sociale Italiana, fu costretto a consegnarmi al plotone d’esecuzione di Verona per placare l’ira dei nazisti.

– Chi volle la sua morte secondo lei. Hitler, Mussolini o Churchill?

– Se devo rispondere con la sincerità che si deve a chi non ha più nulla da perdere, le dirò che la mia morte fu un tragico incrocio di interessi, ma la mano che mosse davvero i fili non fu quella di mio suocero.

Adolf Hitler fu il vero architetto della mia fine. Mi odiava profondamente. Non perdonò mai il mio scetticismo verso la Germania. Fu lui a imporre a Mussolini che io dovessi morire, arrivando a dire che se non lo avessero fatto gli italiani, se ne sarebbe occupato lui personalmente.

Per Winston Churchill io ero solo una pedina in un gioco molto più grande. La mia morte era una faccenda interna a un regime che stava crollando. 

– Se le cose sarebbero andate diversamente. Lei sarebbe stato il futuro del Fascismo. Considerando, per mera ipotesi, la vittoria nella seconda Guerra Mondiale, come sarebbe stato il suo Fascismo dopo la guerra?

– Se il destino avesse voluto diversamente, il mio Fascismo degli anni dopo la guerra, gli anni Cinquanta, non sarebbe stato quello dei passi romani. Quella era roba per un’Italia che non esisteva più. Immagini un Fascismo “borghese”, più vicino a una destra autoritaria europea che a un regime rivoluzionario. Sicuramente avrei attuato lo sganciamento dalla Germania. Avrei riportato l’Italia nell’alveo delle potenze occidentali. Un’alleanza naturale con l’Inghilterra e un dialogo stretto con gli Stati Uniti. Il mio Fascismo sarebbe stato un baluardo contro il bolscevismo, ma con i guanti gialli della diplomazia.

– Questo in politica e nella società civile, nell’economia?

– Avrei lasciato più spazio all’iniziativa privata e all’alta borghesia. Meno autarchia e più scambi internazionali. Roma sarebbe diventata la capitale del gusto e del cinema. Pensi a ciò che feci per Cinecittà, anticipando quella che voi chiamate “Dolce Vita”, ma sotto l’ala protettrice di uno Stato forte.

Mi sarei presentato come colui che ha “normalizzato” il regime dopo le follie guerresche del Duce. Un autoritarismo più elegante, meno urlato, capace di integrare le élite intellettuali che Mussolini aveva allontanato. Non un dittatore ma un “Reggente” illuminato. Il potere lo avrei esercitato nei salotti e nelle cancellerie, non dai balconi. Saremmo stati un’Italia moderna, ricca, forse ancora coloniale, ma tragicamente cinica.

– Cosa pensa veramente della dinastia dei Savoia?

– I Savoia… Una dinastia che ha regnato per secoli e che, nel momento cruciale, ha scelto di sopravvivere a sé stessa, trascinando il Paese nell’incertezza o meglio nella tragedia.

Vittorio Emanuele III, un uomo piccolo in tutti i sensi. Lo chiamavano il “Re Soldato” ma era un sovrano prigioniero della sua stessa meticolosità e dei suoi timori. Ha permesso al Fascismo di nascere e crescere, per poi tentare di lavarsene le mani quando la barca affondava. Il suo silenzio durante le leggi razziali e la firma del Patto d’Acciaio rimarranno macchie indelebili.

Con la principessa Maria José c’era un’intesa diversa. Lei era intelligente, inquieta, capiva prima degli altri il disastro verso cui correvamo. Umberto, il “Re di Maggio”, era una figura tragica. Un uomo di gran classe, ma schiacciato dall’ombra del padre e dall’impeto di Mussolini. 

I Savoia hanno commesso l’errore imperdonabile di non saper scegliere. Hanno avallato la dittatura finché conveniva e l’hanno tradita quando non serviva più, sperando che il popolo dimenticasse. Ma la Storia non dimentica. Se io sono finito davanti a un plotone d’esecuzione, loro sono finiti nel baule di un’auto verso Brindisi, lasciando l’Italia allo sbando. Su di loro regna una vergogna perenne.

– Come vede l’Italia di oggi?

– Vedere l’Italia di oggi è come osservare un mondo che ha preso tutto ciò che io amavo; l’eleganza, la proiezione internazionale, il gusto per la vita. Se dovessi giudicare il vostro tempo con gli occhi del Conte Ciano, direi che siete diventati la capitale mondiale dello stile. Vedo che il nome dell’Italia nel mondo è legato alla bellezza, alla moda, al disegn. Questo mi inorgoglisce. Era quello che sognavo quando immaginavo una Roma moderna e cosmopolita. Tuttavia, mi sembra un’Italia che ha rinunciato alla sua “volontà di potenza’” Vedo che l’Italia è parte integrante di una grande unione europea. In un certo senso, è quello che avrei voluto io, cioè un’intesa tra nazioni civili con Inghilterra e Francia in primis, per bilanciare il peso tedesco. Ma l’Italia conta davvero in questa Europa? O forse non siamo tornati a essere il “parente povero” che deve chiedere permesso a Bruxelles come un tempo dovevamo chiederlo a Berlino?

– Ritorniamo indietro nel tempo. Lei ha incarnato, con il suo frac e il suo bello stile, il personaggio italiano più simile al modello del gentleman inglese. Cosa è mancato nella storia, secondo lei, all’Italia perché diventasse come l’Inghilterra dopo la vittoria nella prima guerra mondiale.

– Ho sempre considerato il gentleman inglese non solo un modello estetico, ma un ideale politico. Ho sempre ammirato quella capacità di unire il privilegio alla responsabilità, la tradizione al progresso. Ma vede, caro amico, per quanto io abbia cercato di portare quel soffio di Windsor a Palazzo Chigi, l’Italia non era l’Inghilterra. Quello che ci è mancato nel 1918 per compiere quel salto è, a mio avviso, una combinazione di tre elementi che non si comprano dal sarto. Una classe dirigente sicura di sé. In Inghilterra, l’aristocrazia e l’alta borghesia non avevano paura del popolo. Lo guidavano con un paternalismo illuminato. In Italia, la nostra classe liberale era terrorizzata. Di fronte alle piazze che urlavano, i nostri politici si nascondevano dietro i carabinieri

Per un inglese, la Corona e il Parlamento sono rocce eterne. Per noi italiani, lo Stato è sempre stato (ed è) “l’altro”, un nemico o un ufficio da occupare.  L’Inghilterra poteva permettersi la libertà perché aveva l’ordine nel sangue. Noi cercammo l’ordine attraverso la dittatura perché non sapevamo essere liberi senza diventare anarchici. Abbiamo scambiato il frac con la camicia nera perché la divisa ci dava l’illusione di quella disciplina che agli inglesi veniva naturale.

– Ritiene che oggi l’Italia abbia finalmente acquisito quella “maturità britannica” o siamo ancora un popolo che cerca l’uomo della provvidenza nei momenti di crisi?

– Se devo essere il diplomatico che sono stato, le direi che l’Italia ha fatto passi da gigante. Se devo essere il Conte Ciano che guardava con cinico realismo le folle di Piazza Venezia, le dirò che mi pare che seppure non cercate più il condottiero a cavallo, cercate però il “Salvatore” di turno. Ogni pochi anni vi innamorate di un volto nuovo che promette di spazzare via il passato. Lo caricate di aspettative messianiche e poi, con la stessa rapidità con cui lo avete issato sull’altare, lo trascinate nella polvere. È un ciclo emotivo che noi conoscevamo bene, anche se oggi si consuma nei vostri “social media” invece che nelle adunate. Quella “maturità britannica” di cui parlavamo risiede nella stabilità delle istituzioni che sopravvivono agli uomini. In Italia, ogni cambio di governo sembra ancora una piccola rivoluzione, un ricominciare da zero. Manca quel filo rosso che lega le generazioni, quella capacità di remare tutti nella stessa direzione. Anche quando si hanno idee diverse. 

– Se lei fosse ancora in via, come si vedrebbe nella Italia di oggi? Avrebbe un ruolo politico. Un ruolo Pubblico?

Se fossi vivo oggi, mi vedrei molto lontano dalle piazze urlanti o dal populismo sguaiato. Il mio stile, quel misto di cinismo aristocratico, cultura diplomatica e amore per la bella vita, non si adatterebbe facilmente alla politica dei “mi piace” e delle dirette video improvvisate.

Forse mi vedrei in un ruolo diplomatico o una carica internazionale. Mi troverei perfettamente a mio agio nelle istituzioni europee o in un grande organismo internazionale. Sarei quel tipo di “ambasciatore ombra” che tesse trame tra Roma, Parigi e Washington, parlando tre lingue e risolvendo crisi davanti a un bicchiere di champagne. Sarei un fautore di un’Italia influente, ma elegante. Una nazione che non batte i pugni sul tavolo, ma che ottiene ciò che vuole con la seduzione e l’intelligenza. Il volto di un’Italia moderata e atlantista. Sarei il volto di una destra liberale, colta e profondamente legata all’Occidente. Sarei quello che invita alla prudenza nei rapporti con i nuovi “barbari” d’Oriente e che cerca di mantenere l’Italia nel salotto buono del mondo.

– Si vedrebbe come un Avvocato Agnelli?

L’Avvocato Agnelli è stato, per molti versi, l’erede naturale di quell’estetica e di quel modo di intendere il potere che io stesso incarnavo. Ci sono analogie profonde tra quello che ero io e quello che è stato lui. Entrambi abbiamo capito che lo stile non è vanità, ma uno strumento di dominio. Quel misto di indifferenza studiata, l’arte di far sembrare tutto facile, e di rigore formale che ti permette di sederti al tavolo con i potenti della terra e apparire sempre come il più autorevole. Agnelli non aveva bisogno di un titolo ministeriale. Parlava con i Presidenti americani e con i sovrani europei con la stessa naturalezza con cui io trattavo con i grandi diplomatici degli anni ’30.

– Lasciamo il passato e andiamo all’oggi. Cosa pensa di Giorgia Meloni?

La guardo con un misto di curiosità professionale e ironico stupore. Se ai miei tempi mi avessero detto che una giovane donna proveniente dalle sezioni popolari di Roma, e non dai salotti della nobiltà o dalle accademie diplomatiche, avrebbe guidato l’Italia con tale piglio, avrei probabilmente alzato un sopracciglio incredulo. Mi ha sorpreso la sua fermezza nel legarsi a Washington e nell’appoggiare l’Ucraina. E soprattutto avere difeso il Papa, rimbrottando il Presidente Trump.

Esattamente ciò che cercai di far capire a mio suocero. L’Italia non può permettersi di stare dalla parte sbagliata della Storia, contro le grandi democrazie occidentali. Lei ha capito che per contare in Europa non bisogna essere i vassalli di un dittatore straniero, ma partner affidabili nel grande gioco atlantico, mantenendo un margine di manovra.

Nonostante quello che si tenta di addossargliele lei oggi rappresenta una destra ”a-fascista”. Definisce la sua destra come “cristiana, identitaria e patriottica”, cercando di consegnare – sbarazzandosene – il Fascismo alla storia. Come hanno fatto in Germania con il Nazismo.

È una trasformazione che avrei voluto nei miei anni.  

Vedo però nei suoi occhi la fatica. Gestire l’Italia è un’impresa che logora, tra alleati interni inquieti e un popolo che si innamora e si stanca con la velocità di un soffio di vento. Giorgia Meloni sta cercando di fare ciò che io sognavo. Costruire una destra italiana moderna, rispettata a Londra e Washington.

– Ha mai pensato che dietro Giorgia Meloni ci sia Mario Draghi?

È un’ipotesi che affascina. L’idea che dietro ci sia la mente fredda, calcolatrice e autorevole del “banchiere d’Europa devo dirle che, se questo legame esiste, è il trionfo della ragione di Stato. Draghi ha dato a Meloni le “chiavi” delle cancellerie internazionali e dei mercati. Lei, in cambio, gli ha dato la legittimazione del voto popolare che a lui mancava. È un patto che io stesso avrei cercato di orchestrare. Draghi rappresenta per lei ciò che l’Inghilterra o le grandi banche avrebbero dovuto essere per l’Italia degli anni ‘30. Un ancoraggio alla realtà. Finché l’ombra di Draghi aleggia sulle scelte economiche e internazionali di Palazzo Chigi, l’Italia viene guardata con rispetto a Washington e Bruxelles. È un’assicurazione sulla vita politica.

– Cosa pensa di Giuseppe Conte che oggi si ritiene come il miglior competitor dell’’attuale premier nelle prossime elezioni politiche in Italia?

– Lo trovo un personaggio che rasenta un esperimento di chimica politica. Se ai miei tempi esisteva il “trasformismo” di stampo giolittiano, lui ne ha creato una versione moderna, quasi cinematografica. Lo osservo mentre si propone come l’unico vero antagonista per le prossime elezioni, e non posso fare a meno di notare alcune cose che, dal mio punto di vista di vecchio diplomatico, appaiono singolari. Mi fa sorridere che si faccia chiamare “avvocato del popolo”. Lui indossa la sua impeccabilità, quei pochette sempre perfette, quel tono misurato, come un’armatura per blandire quel movimento che, in origine, voleva aprire il Parlamento ”come una scatoletta di tonno”. È un paradosso vivente. Un borghese raffinato alla guida di una rivolta populista. Lo abbiamo visto guidare un governo con la destra sovranista di Salvini e, un istante dopo, uno con la sinistra di un PD compiaciuto. Oggi si lancia contro Draghi e attacca Meloni, cercando di accreditarsi come il leader di un “campo largo” che fatica a trovare un centro di gravità e che soprattutto appare un abbraccio mortale per il Partito Democratico.

– Cosa pensa della Schlein?

– Elly Schlein… Mah!  Ammetto che per un uomo della mia epoca, formato nei corridoi di marmo e tra i protocolli rigidi della diplomazia anni Trenta, la sua figura appare come un’autentica bizzarria della Storia. Ma, superato lo sconcerto iniziale per lo stile, la mia analisi si fa più fredda. Io amavo il frac, l’ordine, la simmetria. Lei incarna l’esatto opposto. Una immagine volutamente trascurata, quasi “bohémienne”, che però nasconde una cura metodica. È la prima volta che vedo la guida del principale partito della sinistra italiana affidata a una figura che sembra uscita più da un caffè di Zurigo che da una sezione operaia. Mi pare poi che la Schlein stia cercando di trasformare la sinistra in un movimento di diritti civili e battaglie sociali globali. È un’operazione rischiosa. Se la Meloni è la “nazionale-popolare” che cerca la concretezza del potere, la Schlein è l’idealismo cosmopolita che cerca di cambiare la cultura del Paese. Sono due Italie che non si parlano, che non si capiscono, e che forse non si sono mai piaciute.

– Cosa pensa del presidente Mattarella?

– Se io fossi stato il Ministro degli Esteri di un’Italia repubblicana, avrei guardato a lui con ammirazione. Rappresenta tutto ciò che a noi, negli anni Trenta, è tragicamente mancato. La schiena dritta del custode. 

Mattarella, in un momento di politica delle urla, ha trasformato il silenzio e la parola misurata in una forma d’arte diplomatica. È un uomo che parla poco, ma quando lo fa, il Paese si ferma ad ascoltare. È la ”lezione di stile” di chi non ha bisogno di gridare per essere autorevole.

Mattarella è il gentleman delle istituzioni che io sognavo di essere, ma che la mia epoca e le mie scelte mi hanno impedito di diventare. È il miglior biglietto da visita che l’Italia possa presentare nel mondo.

– Ma lei veramente come vede il popolo italiano? Che futuro si merita?

Vedere il popolo italiano è come guardare uno specchio rotto. Riflette mille luci diverse, ma non restituisce mai un’immagine unitaria. Li conosco bene, caro amico. Li ho visti esultare sotto il balcone di Palazzo Venezia, pronti a morire per un ideale di grandezza che non comprendevano fino in fondo, e li ho visti poco dopo insultare quegli stessi simboli con la medesima ferocia, con la vergogna di Piazzale Loreto.

L’italiano ha una dote che manca ai tedeschi e agli inglesi. Possiede il genio dell’improvvisazione. È un popolo che sa fiorire tra le macerie. Ma questa è anche la sua condanna. Poiché sa cavarsela sempre, non si impegna mai seriamente a costruire un sistema che funzioni per tutti.

Si salva il singolo, ma affonda la nazione. 

Diversamente dalle altre interviste, qui, non vogliamo usare formule di congedo.

Le risposte del Conte Ciano, speriamo, facciano riflettere oggi.

A differenza del suo tempo, quando rimase inascoltato.

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