Verso il bicentenario della Villa Amedeo, un’opera e una riflessione del M° Guadagnuolo

redazione
redazione 62 Views
12 Min Leggere

da Osservatorio Arte contemporanea riceviamo e pubblichiamo:

VERSO IL BICENTENARIO DELLA VILLA AMEDEO (1827 – 2027)

NOTA DELL’AUTORE

Nel 2027 la Villa Amedeo di Caltanissetta, compirà due secoli. Due secoli di storia, di trasformazioni, di memorie che non appartengono soltanto alla città ma ad un immaginario più vasto, stratificato, quasi sotterraneo. In occasione del Bicentenario, ho sentito la necessità di restituire alla Villa non un semplice racconto, ma una forma: quella dello sceneggiato, la più adatta a contenere ciò che non si lascia spiegare, ma solo vedere.

Tutto nasce da un’immagine: il quadro “La Neve che Ritorna”. Una visione dall’alto della Villa Amedeo in cui la neve non appartiene ad un solo anno, ma a più tempi sovrapposti. È un’immagine Transrealista, perché unisce ciò che non dovrebbe coesistere: le nevicate del ’56, del ’63 e quelle che non sono ancora accadute. La Villa non è un luogo: è un organismo. Il Puttino nella fontana non è una statua: è un segno. La neve non è un fenomeno: è un varco.

Ho scelto la forma dello sceneggiato di taglio cinematografico perché è la più fedele alla natura di questa storia. Episodi brevi, tagli netti, apparizioni improvvise, dissolvenze, ritorni. È una narrazione che non procede in linea retta, ma per immagini, come un film che si riattiva ogni volta che lo si guarda.

Questo testo non è un romanzo tradizionale. È un attraversamento. È un enigma. È un ritorno. E come ogni ritorno, non chiede di essere compreso: chiede di essere visto.

Francesco Guadagnuolo

INTRODUZIONE AL BICENTENARIO

Nel Bicentenario della Villa Amedeo (1827–2027), Caltanissetta non celebra soltanto un luogo, ma un tempo che ritorna. La Villa è stata – e continua ad essere – giardino, scenario, memoria. Ma soprattutto è un punto di osservazione. Un luogo in cui il tempo non scorre: si sovrappone.

Lo sceneggiato che segue nasce da questa consapevolezza. Non racconta la Villa: la riattiva. Non descrive la neve: la lascia tornare. Non spiega il Puttino: lo lascia guardare.

È un omaggio alla tradizione degli sceneggiati italiani ma anche un ponte verso il teatro, verso il cinema, verso la pittura. Un’opera ibrida, sospesa, che vive di immagini più che di parole.

IL SEGNO NELLA NEVE

Sceneggiato cinematografico in sette episodi e un epilogo

di Francesco Guadagnuolo

EPISODIO I – 1956

Il braccio nella neve

La neve era caduta nella notte come un pensiero che il cielo non aveva saputo trattenere. A Caltanissetta la neve non è un fenomeno: è un avvertimento. Quando il giardiniere aprì i cancelli della Villa Amedeo all’alba, il suono del ferro gli parve un presagio. Camminò nel viale innevato, ascoltando il rumore dei suoi passi, troppo nitido per essere normale.

Fu la fontana a catturare il suo sguardo. La neve era più alta attorno alla vasca, più compatta, come se fosse caduta solo lì. E allora lo vide: un braccio che emergeva dalla neve, rigido, pallido, come un gesto interrotto. La mano era semiaperta, le dita piegate in un movimento che sembrava precedere qualcosa.

Il giardiniere corse verso l’uscita. Non chiamò ancora la polizia: non era un fatto da verbale. Era un fatto da raccontare. Vide un giovane giornalista avvicinarsi per un servizio minore e lo condusse alla fontana. Ma il braccio non c’era più. La neve era tornata liscia, compatta, perfetta.

Il giardiniere tremava. Il giornalista no. Si chinò, sfiorò la neve con due dita, osservò il Puttino con uno sguardo che non era di stupore, ma di riconoscimento. «Non è scomparso» disse. «Ha cambiato posto».

EPISODIO II – 1963

La fotografia impossibile

Non ricordava la neve del ’63. Non ricordava il freddo, né il silenzio, né la Villa Amedeo. Eppure, quando trovò la fotografia, ebbe la sensazione che tutto fosse iniziato lì. Era in un album che non ricordava di aver mai posseduto. Sul retro, una data scritta a matita: Gennaio 1963.

La fotografia mostrava la Villa Amedeo dall’alto. Un punto impossibile. La fontana appariva più piccola, il

Puttino più nitido. Troppo nitido. E poi lo vide: un’ombra, minuscola, quasi invisibile. La forma di un braccio. Lo stesso braccio del ’56.

Sul margine inferiore, una scritta: Non è la prima volta. Non riconobbe la grafia. Eppure la sentì sua.

La neve del ’63 non era un ricordo. Era un ritorno.

EPISODIO III – 2026

Il Bicentenario e la neve che non dovrebbe esserci

Il giornalista tornò alla Villa Amedeo per un incarico sul Bicentenario. Un compito semplice, in apparenza. Ma quando attraversò il viale, ebbe la sensazione che la Villa lo stesse aspettando. Sotto il Puttino, in maggio, c’era neve. Una sola traccia. Fredda come il ricordo del ’56. Fredda come la fotografia del ’63.

Il sigillo sul petto della statua sembrava più recente. Non era un’incisione. Era un’ombra che non coincideva con la posizione del sole. Il tempo non coincideva con se stesso. Il Bicentenario non era una celebrazione. Era un richiamo.

EPISODIO IV

L’articolo che non ricordava di aver scritto

Una cartellina gialla lo attendeva sulla scrivania. Non ricordava di averla lasciata lì. Dentro, un articolo firmato da lui. Del 1956. Che non ricordava di avere scritto. Il titolo era netto: La neve del ’56 e il Puttino che non guarda mai lo stesso punto. Il 1956 non era solo la nevicata eccezionale. Era anche l’anno in cui, dall’altra parte della città, era nato Francesco Guadagnuolo. Un artista che avrebbe trasformato la visione in un enigma.

Il giornalista ricordò un’intervista che gli aveva fatto nel 2024. Guadagnuolo gli aveva detto: «Ogni artista ha un’immagine che lo precede. Io l’ho trovata da bambino, ma non sapevo ancora che il Puttino mi stava guardando».

Alla fine dell’articolo, una frase sottolineata: Ciò che appare non resta. Ciò che resta ritorna.

Era un messaggio. Non sapeva se lasciato da lui o per lui.

EPISODIO V

L’immagine che non dovrebbe esistere (Il quadro: La Neve che Ritorna)

Il giornalista ritornò nello studio dell’artista immerso in una luce sospesa. Il quadro mostrava la Villa dall’alto, la neve di anni diversi, la fontana come eco, il Puttino come centro. Il giornalista vide un braccio che emergeva dalla neve. Lo stesso braccio del ’56. Lo stesso del ’63. Lo stesso nel 2026.

«Non l’ho dipinto io» disse l’artista. «Quando ho finito il quadro, non c’era».

Il quadro non era un’opera. Era un ritorno.

EPISODIO VI

L’artista e il segno

«Da quanto tempo lo vede?» chiese l’artista. «Dal ’56» rispose il giornalista. «E poi nel ’63. E ora».

«Il Puttino non guarda mai lo stesso punto» disse l’artista. «Non perché cambia direzione. Ma perché cambia il tempo».

Il giornalista comprese. Il segno non apparteneva alla Villa. Apparteneva a lui. L’artista rimase in silenzio, come se avesse già detto tutto ciò che poteva essere detto. Il giornalista uscì dal suo studio con la sensazione che ogni parola ascoltata non fosse una spiegazione, ma un invito. Fuori, la luce del tardo pomeriggio aveva il colore di un ricordo che non appartiene a nessuno.

EPISODIO VII

Il giornalista nei viali della Villa Amedeo

Attraversò il cancello della Villa Amedeo con passo lento, quasi misurato. Non era più un incarico, né un sopralluogo. Era un ritorno. Il viale principale lo accolse con il suo silenzio sospeso. Non c’era neve, eppure ogni passo produceva un suono che non apparteneva alla ghiaia. Sembrava il rumore di qualcosa che si ritira, o che si prepara a tornare.

Si fermò sotto un pino. La fontana, in lontananza, appariva come un punto fermo in un paesaggio che non voleva restare fermo. Il braccio. La mano. Quel gesto interrotto. Perché sempre lui? Perché in tre tempi diversi?

Ripensò al ’56: il giardiniere tremante, la neve compatta, il braccio che sembrava emergere non dalla terra, ma dal tempo. Ripensò al ’63: la fotografia impossibile, l’ombra che non avrebbe dovuto esistere. Ripensò al 2026: la neve fuori stagione, il sigillo del Puttino che sembrava più recente, come se qualcuno lo avesse inciso da poco.

Tre apparizioni. Tre ritorni. Tre richiami. Non un mistero da risolvere. Un disegno da riconoscere.

Si avvicinò alla fontana. Il Puttino, immobile, sembrava guardare un punto che lui non riusciva a vedere.

La mano del braccio – quella mano che aveva visto emergere dalla neve – gli tornò alla mente con una nitidezza inquietante. Non era una mano che chiedeva aiuto. Non era una mano che indicava. Era una mano che ricordava.

E allora comprese: il segreto non era nel braccio, né nella neve, né nella statua. Il segreto era nel ritorno.

Il 1956, il 1963, il 2026 non erano tre date. Erano tre strati dello stesso evento. Tre volte in cui la Villa aveva tentato di farsi vedere. Tre volte in cui lui era stato chiamato.

E ora? Cosa può fare un giornalista davanti a un enigma che non appartiene alla cronaca, ma al tempo stesso?Solo una cosa: accettare che l’indagine non è lineare. Che il Bicentenario non celebra il passato, ma ciò che il passato sta tornando a chiedere. Che il quadro dell’artista non è un’opera, ma un segnale. Che la Villa non è un luogo, ma un varco.

Si voltò verso il Puttino. Per un istante – un istante soltanto – gli parve che la statua avesse cambiato direzione. Non verso di lui. Ma verso ciò che stava per accadere.

Il vento sollevò un soffio di polvere bianca. Non era neve. Non ancora.

Il giornalista capì che l’Epilogo non sarebbe stato una fine. Sarebbe stato un ritorno.

EPILOGO

Il ritorno

Tornò alla Villa Amedeo. La neve cadeva, lenta, silenziosa. La fontana apparve tra i rami. Il Puttino lo guardò. Non con gli occhi. Con il tempo.

La neve si sollevò appena, come un gesto. Il sigillo si incrinò. E il giornalista capì ciò che il segno aveva sempre voluto dirgli: Ciò che non ricordiamo non smette di accadere.

Condividi Questo Articolo