Un docente “quasi” perfetto

Tonino Cala
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Nei tanti incontri e ricevimenti avuti con i genitori degli alunni, mi sono reso conto delle difficoltà che incontrano i genitori a capire i loro figli, a cercare un confronto sereno con loro per farli crescere. La stessa cosa accade ed è accaduta a noi docenti. Quante volte mi è capitato di non capire l’alunno o l’alunna. Lo diceva Sigmund Freud che educare è un mestiere “impossibile”, un’impresa titanica che richiede molta pazienza! Ma, a volte, la pazienza ti viene a mancare. Siamo umani.

Non sempre sei paziente. L’insegnamento è un mestiere “usurante”, anche se agli inizi della carriera può sembrare meraviglioso ed entusiasmante. Mi mancano gli ultimi mesi prima di andare in pensione: ho donato e ho ricevuto, ho ricevuto e ho dato, anche con tutta la gioia e la stanchezza possibile!

L’insegnamento non è una missione, non è un compito autentico o di realtà. L’insegnamento-apprendimento è un’attività complessa e chi lo nega dice delle falsità sulla natura vera dell’educare. Non mi interessava fare bella figura con la preside e con i genitori.

Mi interessava dare qualcosa di me stesso agli alunni, trasmettere loro l’amore per il sapere. E in questo ho scoperto la mia umana imperfezione di uomo e di docente. Mi sono dedicato all’amore per l’insegnamento perché avvertivo l’esigenza di donare ciò che sapevo.

Ho sempre confidato nella comprensione indulgente degli alunni e dei genitori. Ho cercato di fare del mio meglio e in questo non mi sono risparmiato. Amate il sapere perché conoscere può salvare le persone e renderle migliori. Grazie ai docenti e alla loro umanità per quello che si sa. Per quello che non si sa si può dire: io so di non sapere!

Con il trascorrere del tempo ho capito che gli alunni vedono nei docenti, donna e uomo, i loro genitori, proiettando su di loro i vissuti inconsapevoli d’amore e desiderio d’affetto o di conflitto e di odio evolutivo, coltivando la loro contrapposizione al genitore. Per me la relazione affettiva genitori figli e docenti alunni si presta sempre ad un vissuto ambivalente e dinamico che si evolve, si fa dialettico, che supera e si supera nel farsi relazione educativa.

I ragazzi cercano affetto e sostegno per la loro auto stima, si sentono fragili e insicuri, desiderano le parole dell’ascolto e della comprensione affettuosa. “Chi sono io ragazza ragazzo, cosa ci faccio qui, in questo mondo? Gli altri mi amano, mi apprezzano? Capisco, non capisco?”. Continue e ripetitive sono le domande dei ragazzi, degli alunni che crescono.

E in questo “chiedere” degli alunni il docente può svolgere la funzione educativa paterna o materna, non sostitutiva di quella dei genitori biologici. Non sempre i docenti sono consapevoli della loro identità educativa “genitoriale”. I docenti non sono genitori biologici ma genitori “educatori” della transizione evolutiva degli alunni.

Per un breve lasso di tempo limitato, i docenti assolvono il compito pedagogico di essere un punto di riferimento per la crescita psicologica di tutti gli alunni. Ma non tutti sanno e non tutti ne sono consapevoli.   

Basterebbe ricordare a tutti che esistono “Genitori quasi perfetti” e si potrebbe affermare anche “Professori quasi perfetti” per il ruolo educativo che svolgono.

Lo psicoanalista austriaco Bruno Bettelheim osservava: “Non bisogna cercare di essere genitori perfetti o, tantomeno, aspettarsi che perfetti siano i figli. Il segreto sta nell‘essere un genitore “quasi” perfetto, cercare di comprendere le ragioni dei propri figli, mettersi nei loro panni, costruire con loro un profondo e duraturo rapporto di comunicazione emotiva e affettiva”.  

Tonino Calà

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