CEFPAS: “La normalizzazione del nepotismo: tutti devono avere la propria fetta affinchè nessuno rompa il giocattolo”

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di Ettore Garozzo

C’è qualcosa di profondamente offensivo nel vedere una struttura pubblica di primo piano come il CEFPAS trasformarsi, agli occhi dei cittadini, nell’ennesimo luogo di compensazione politica, relazionale e familiare. Ancora più offensivo quando tutto questo avviene dentro enti che dovrebbero rappresentare competenza, formazione, servizio alla collettività e selezione meritocratica.

Le assunzioni concentrate in pochi giorni, incarichi distribuiti a raffica, bandi aperti per tempi talmente ridotti da sembrare costruiti più per impedire la partecipazione che per favorirla. E poi l’elenco, sempre lo stesso: parenti, amici, figli, cognati, persone riconducibili a questo o quel pezzo di potere politico. Un sistema di “accattonaggio spartitorio” che non scandalizza più perché è diventato metodo.

La vera tragedia non è soltanto il nepotismo. È la sua normalizzazione, la sua ingordigia sfrenata nella quale e dalla quale nessuno si vuole smarcare e differenziare per tutelare l’etica e il buon nome della politica ormai adoperata in maniera strumentale per far altro da molti.

Il meccanismo appare semplice: dare qualcosa a tutti. Una poltrona, un incarico, una collaborazione, una consulenza, un posto. Distribuire la “torta” in modo abbastanza capillare da garantire silenzio e complicità. Perché chi riceve difficilmente criticherà. E chi resta fuori verrà spinto ad aspettare il proprio turno invece di denunciare il sistema.

Così si costruisce una rete di reciproca convenienza che soffoca ogni idea di interesse pubblico.

Non importa più se il migliore venga scelto davvero. Non importa se esistano giovani preparati costretti a emigrare o professionisti esclusi senza possibilità reale di competere. Conta mantenere l’equilibrio interno del potere: evitare fratture, scontenti, voci fuori dal coro. Tutti devono avere la propria fetta affinché nessuno rompa il giocattolo.

È questa la degenerazione più grave della politica e dell’amministrazione pubblica: quando gli enti smettono di essere strumenti al servizio della collettività e diventano strumenti di stabilizzazione del consenso.

Il cittadino comune vede tutto questo e comprende immediatamente una verità devastante: le regole non sembrano uguali per tutti. Da una parte ci sono i bandi-lampo, le selezioni opache, gli incarichi assegnati in cerchie ristrette; dall’altra migliaia di persone che studiano, si preparano, attendono un concorso vero, trasparente, aperto. Persone che credono ancora che il merito debba contare qualcosa.

Ma il messaggio che passa è un altro: non basta essere capaci, bisogna appartenere.

Ed è qui che nasce l’indignazione autentica. Non contro un singolo nome o una singola assunzione, ma contro una cultura del potere che considera il pubblico una proprietà privata da distribuire secondo convenienza. Una cultura che usa strutture finanziate dai cittadini come moneta di scambio politica e relazionale.

Quando questo accade, il danno non è solo economico o amministrativo. È morale. Perché distrugge la fiducia nelle istituzioni, umilia chi resta fuori senza protezioni e trasmette ai giovani l’idea che l’impegno valga meno delle conoscenze giuste.

E un territorio che perde fiducia nella giustizia delle proprie istituzioni è un territorio destinato a rassegnarsi. Finché qualcuno non avrà il coraggio di rompere davvero il silenzio e ricordare che il pubblico non appartiene ai potenti, ma ai cittadini.

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