Stefano Gallo: Una voce libera che ha raccontato la nostra realtà

fiorellafalci
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Sette anni fa ci lasciava Stafano Gallo, improvvisamente, tragicamente.

Ha raccontato la nostra città con amore appassionato per quarant’anni dalle pagine del Giornale di Sicilia. Maestro della cronaca, ha scritto di ogni aspetto della vita della nostra comunità. Dallo sport a 360°alla vita delle associazioni religiose e alla Settimana Santa, dalla cronaca alle vicende della vita politica locale, ha saputo comunicare la sua conoscenza profonda della città con garbo e sottile ironia, riuscendo a portare alla luce gli aspetti meno scontati del nostro vivere collettivo con equilibrio e obiettività, senza mai legarsi a interessi di parte e tanto meno di potere. Libero. E forse anche per questo troppo solo.

Il suo amore per Caltanissetta era sincero e senza retorica: aveva il dono dell’autoironia, tanto raro e prezioso nei nisseni, solitamente adagiati nell’autocommiserazione o nella critica corrosiva quanto sterile. Testimone attento della cronaca e della storia della sua città, di cui scriveva per conoscenza diretta, approfondita, critica, di persone, contesti e situazioni. Non un giornalista da “desk”, seduto a comporre notizie preconfezionate, ma cronista “di strada”, capace di scandagliare notizie e retroscena andando sui luoghi in cui gli eventi accadevano e parlando direttamente con le persone, non soltanto famose, dalle cui parole era in grado di ricostruire molto di più di quanto i semplici dati di cronaca potevano dire.

Il suo sguardo acuto e attento, spesso disincantato, di giornalista intelligente gli permetteva, partendo da un gesto, da una parola, di ricostruire un back-stage, di svelare un retroscena, di interpretare il non-detto. Ma nessuno lo ha smentito mai: sapeva raccontare i pensieri inespressi dei suoi concittadini sulle piccole e grandi “tragedie” pirandelliane della nostra quotidianità con la precisione acuta di un antropologo.

Sapeva distinguere i piani della comunicazione, Stefano, e calibrare i registri del linguaggio e le parole, slalom di incisi e virgolettati, con un condizionale che alla fine accreditava tutti i possibili scenari, tenendo alta la tensione senza mai fare del male a nessuno.

Le sue cronache dai back stage della Settimana Santa ne facevano parte costitutiva, una lettura mai scontata che ne comunicava la passione civile, le emozioni e le diatribe, quella rete di relazioni significative che danno ragione di una rilevanza pubblica di quegli eventi che va sempre molto al di là degli aspetti devozionali che vi si esprimono.

Stile asciutto e ricco al tempo stesso, il suo, mai una frase di troppo ma tanti spunti di discussione, una presenza fondamentale nel dibattito cittadino, che riusciva ad animare, per settimane, dalle pagine delle sue cronache.

La solitudine, il vizio capitale della nostra identità nissena, e la precarietà di una professione mai adeguatamente riconosciuta e tutelata ne hanno corroso alla fine la capacità di resistenza. Ma non ne hanno piegato la dignità, anche nel gesto estremo che ha scritto la parola fine sulla sua vita.

Si può fare il giornalista in tanti modi in una piccola città come la nostra: vincolandosi ad una neutralità ipocritamente “obiettiva” per non mettere mai in discussione gli equilibri e gli interessi del potere, piccolo e grande, oppure si può raccontare con la libertà di chi sa accendere la luce dietro le quinte, e squadernare le dinamiche che muovono la vita della società con la sincerità disarmante di chi non riconosce vincoli e condizionamenti, se non quello di offrire ai suoi lettori  informazioni e punti di vista che non perdano mai il contatto con la verità, anche quando propongono interpretazioni.

È la dote dei grandi di questa professione, che non si limitano al “copia e incolla” delle veline di agenzia, ma sanno ricostruire contesti e proporre chiavi di lettura, senza presunzione e senza moralismi. È una libertà che può costare cara, anche in una piccola città come la nostra, anche soltanto in termini di solitudine esistenziale, che alla fine arriva a toglierti il respiro e a farti scegliere di spegnere la luce.

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