Undicesima puntata
Il CAF, il 730 ritrovato… e la chiusura dell’occhio.
La richiesta dell’ultima dichiarazione dei redditi per la vedova Lo Celso, da quando aveva incontrato il Commissario per la vicenda riguardante il presunto rapimento del suo gatto Beniamino, era diventata qualcosa di familiare. Falconara, allorché era fortunosamente riuscito a recuperare il povero Beniamino, involontaria vittima di alcuni balordi con propositi più pericolosi rispetto al sequestro accidentale del micio, gliela aveva intimata per rivalersi sulla paventata castrazione (mai pensata, né eseguita) del piccolo felino.
Al momento della dovuta restituzione alla padrona, che si era mostrata ingrata e scioccamente insinuatrice, aveva quindi inventato un macchinoso procedimento per la riconsegna di Beniamino, richiedendo una serie di assurdi documenti igienico-sanitari che si concludevano con la fantasiosa richiesta della denuncia reddituale. Quest’ultima naturalmente nulla aveva a che vedere con la indagine, dal momento che la produzione del documento al più sarebbe stata necessaria per la concessione di un mutuo presso una banca o una società finanziaria. Quest’ultimo aspetto era stato spiegato alla vedova dal personale del CAF del Patronato cui si era rivolta. Spiegazione accompagnata da scherzi e lazzi al momento che la vedova aveva invece chiarito il motivo della richiesta da parte del Commissario.
– Signora ma lei è sicura che per farsi riconsegnare il suo gatto Beniamino dalla Questura lei deve esibire la sua ultima dichiarazione dei redditi?
Queste erano le esatte parole pronunciate dall’impiegato del Patronato a cui era solita rivolgersi la vedova Lo Celso. E queste parole continuavano a ronzare nella sua testa senza un inizio e senza una fine mentre seguitava a rovistare nei cassetti del settimino alla ricerca dell’irritante documento contabile.
– Signora non è che ha capito male?
Il gatto non è un bene che va dichiarato sulla denuncia dei redditi.
Avrà magari confuso con un altro documento.
Non si preoccupi, alla sua età, può succedere.
Vuole un bicchiere d’acqua?
Qualcosa per riprendersi e ricordare meglio?
La vedova, sempre più assillata nella ricerca, aveva negli occhi ancora le facce divertite dell’impiegato e delle due segretarie del CAF che stentavano a trattenere le lacrime per le risa che cercavano di soffocare.
Non sapeva se continuare a dire, nella sua mente, male parole a quei tre giovani impiegati del CAF di cui due ragazze, che la Lo Celso era sicura essere di indole bagascigna o maledire Falconara per il rinnovo della inusuale richiesta.

Smise di dare conto ai fantasmi che si affastellavano nella sua mente quando quasi all’improvviso, tra una camicia da notte, una mutandona smerlettata e un reggiseno extra-size, riuscì a intravedere un lembo del maledetto documento. Lo tirò fuori e si precipitò nella stanza dove aveva fatto accomodare Falconara che era da poco riuscito a smaltire la rabbia per le infondate e assurde insinuazioni della vedova.
– Ecco qui. L’ho trovata.
Così dicendo porse il fatidico modello 730 al Commissario.
Questi prese il documento, fece finta di scrutarlo sino all’ultima riga e – finalmente – decise di mettere fine alla pantomima che aveva inventato come reazione al comportamento, non certo felice, della vedova.
Aveva già allontanato l’ira funesta ritornando ad essere quel bravo cristiano che in effetti era. Rimise, questa volta a fin di bene, i panni dell’attore nato quale riusciva ad essere e iniziò a ricostruire un rapporto sereno con la Lo Celso.
Il suo obiettivo in fondo non era tediare la vedova dirimpettaia ma riuscire ad avere conferma dalla stessa di quanto aveva ipotizzato dopo il colloquio avuto il giorno prima con la Lo Volsi, la lettura della denuncia di esercizio abusivo dell’attività di parrucchiera e il rapporto sull’incendio al “Sette Vite”, atterrati sul suo tavolo.
Passò quindi a preparare il terreno, alleggerendo la tensione prima volutamente creata.
Assunse la solita aria ruffianesca che adoperava quando doveva rimettere a posto un casino che aveva creato ad arte e questa volta senza alcuna irritazione della vedova le si avvicinò e con finto tono confidenziale principiò.
– Signora Lo Celso ha fatto bene a trovare questo documento.
Lei forse non immagina quanto sia basilare l’ultima dichiarazione dei redditi per accelerare l’intera indagine nata dalla denuncia finta-anonima.
Su quest’ultima qualificazione era chiaro il lapsus freudiano.
– Allora che vuole dire?
Chiese la vedova che ancora nulla immaginava del vero intento del Commissario.
– Vuol dire che se lei adesso mi fa vedere Beniamino, senza prima dirlo al gatto però….
Falconara a questo punto si fermò ma non per continuare a tenere sulla corda la vedova ma perché d’un tratto si stava accorgendo dell’assurda fila di minkiate che continuava a mettere insieme oramai senza un filo logico. Pensò che era meglio terminare quella vergognosa sceneggiata ma si rese conto che doveva ancora fingere proprio per chiudere con un senso apparente la situazione surreale che aveva creato.
Riprese, sempre con il modo ruffiano di cui era padrone.
– Le dicevo che se mi fa vedere dove è attualmente il gatto…..potremmo anche chiudere un occhio.
La vedova di riflesso.
– A chi?
Al gatto?
Falconara si convinse che doveva chiudere subito la commedia prima che finisse in tragedia.
– No, no, Signora. Non al gatto.
Potremmo chiudere un occhio noi.
La vedova che sembrava adesso totalmente rintronata.
– Chi?
Io e lei?
E perché?
Cheffà ci fa male la luce?
Di rimando la vedova che mostrava occhi sgriddrati e respiro affannoso.

Falconara temette che la situazione fosse già fuori controllo. Per un attimo pensò che la vedova stesse per subire un collasso. Pensò a un possibile svenimento. Magari una caduta tra le sue braccia per sorreggerla. Ma quello che temette di più fu il possibile rinvenimento della Lo Celso che si sarebbe ritrovata abbracciata al Commissario. Non volle andare oltre nella immaginazione.
Quindi immediatamente volle chiarire l’equivoco.
– No, no. La luce non c’entra niente. Intendevo di chiudere un occhio nel senso che potremmo accelerare la chiusura della indagine e propendere per l’archiviazione.
La vedova ancora più stranita.
– Cosa le deve pendere?
– No, nulla. Lasci perdere ogni pendenza.
Rispose un Falconara intimorito dalla piega che stava prendendo la conversazione.
Ci pensò la vedova a ridare un senso al colloquio.
– Ma come? E tutte le altre carte che mi ha chiesto?
Falconara sempre più re degli imbroglioni.
– Magari, vedrò di farle un favore ed evitare di farle uscire tutti gli altri documenti.
Poi quasi ad assicurare lui e la vedova, precisò.
– Ma è un favore che faccio a lei. Senza secondi fini. Sia chiaro.
Mai menzogna fu più vera.
La vedova, adesso, sembrava ammansita.
Mostrava una accondiscendenza per lei inusuale, se non del tutto estranea.
– Commissario venga. Venga che le faccio vedere dove tengo Beniamino.
I due si incamminarono lungo il corridoio arredato con tavolinetti e specchi, con alle pareti ritratti in bianco e nero dei vari avi della vedova. Tutti sembravano fissare il Commissario, sfoderando un sorriso arcigno, per alcuni un misto di beffardo e di perverso, a riprova di un marchio genetico di cui la vedova Lo Celso era l’ultima adeguata espressione.
Falconara per nulla intimidito da questa lugubre galleria raggiunse lo stanzino ben illuminato che dava sul lucernaio condominiale, dove Beniamino si trovava comodamente disteso all’interno di una cesta, in verità, anche più larga del dovuto e pure graziosamente agghindata.

Non c’era dubbio che la vedova a Beniamino teneva. Eccome.
Finse di esaminare il tutto e mostrandosi sufficientemente soddisfatto si rivolse alla vedova che guardava abbastanza ansiosa.
– Signora…..
Mise in scena una pausa breve che sembrò infinita alla povera Lo Celso, che con il fiato sospeso, rimase in attesa del verdetto.
– Signora….
Riprese per fermarsi di nuovo.
Falconara, non c’era dubbio, per fare “tragedie” era un campione.
Un attore consumato.
Poi assunse un’aria compita, seria, profondamente falsa e nello stesso tempo autorevole e come se fosse appena uscito da una Camera di Consiglio di Corte di Assise, pronunciò con aria solenne.
– Signora.
Un attimo di pausa solenne.
– Dopo avere esaminato la sua dichiarazione dei redditi, avendo constatato l’adeguato stato di mantenimento del suo gatto, nonché l’ambiente, la luce, il colore e il calore dell’aria….
Si fermò per un’altra pausa, questa volta per riflettere ancora una volta su quante ancora innumerevoli minkiate anche adesso riusciva a partorire ma soprattutto per pensare come mettere una degna fine alla pericolosa situazione.
Infine con aria formale sentenziò.
– Signora Lo Celso (evitò volutamente il “cara” che avrebbe potuto ridestare assurdi sospetti) le dichiaro in forma ufficiale che proporrò l’archiviazione del caso.
La vedova stava emettendo un sospiro di sollievo, quando Falconara, aggiunse.
– Sempre che lei, signora Lo Celso, legittima proprietaria del gatto Beniamino, mostri collaborazione nei confronti degli organi investigativi…
Aggiunse di seguito e a voce bassa.
… Che – in questo momento – sono io.
La vedova non sapeva se piangere dalla contentezza o maledire chi gli stava di fronte che poco prima le aveva provocato una mezza sincope.
Decise di optare per la prima, temendo in un ripensamento del Commissario
Tanino “l’Informatore” aveva rivelato al Commissario solo una parte di quello di cui era a conoscenza, limitandosi a dare un indizio su quanto era successo a “capello incendiato”, così aveva deciso di chiamare Giovanni La Muarra, quello che si era rivelato come l’amico del nipote “cosa inutile” della vedova. Il La Muarra era risultato essere un tipico saltuario mercatinaro ma costante frequentatore di pub e birrerie. Sua sembrava essere la coupé andata a fuoco davanti il locale “Le sette vite”. Una delle sette vetture danneggiate nell’incendio davanti l’entrata del locale di (il) Turco e (il) Greco. Falconara aveva pensato a una coincidenza. Un incidente magari dovuto al maldestro tentativo di mandare a fuoco la panineria dei due ragazzotti che avevano negato ogni richiesta di “pizzo”.

Tanino in uno scatto di generosità aveva anche mandato al commissario una lettera (finta) anonima con la scritta “Cherchez la famme”, come aveva visto fare in un film di ballerine che lo avevano attratto perché stampate sulla locandina mezze nude dalla cintola in giù. Anche se all’uscita del cinema era rimasto deluso, riflettendo che aveva avuto “L’ucchi chini e i manu vacanti” (Gli occhi pieni e le mani vuote n.d.a.)
Per Falconara era un chiaro segnale che nella vicenda non era estranea una donna.
Aveva in un primo momento pensato ad Agata Lo Volsi, nota preda agognata di danarosi giovani malavitosi dediti ad estorsione e al piccolo traffico di stupefacenti. Quanto dichiarato dalla donna, insieme ad una intuizione “da sbirro” avuta da Falconara, dopo aver letto il rapporto su “capello incendiato”, aveva aperto un’altra pista.
E per averne conferma occorreva attingere notizie dalla vedova che gli stava davanti e che stava spudoratamente blandendo.
– Signora mettiamola così. Io archivio la indagine sui maltrattamenti a Beniamino, perché ho constatato essere infondata. Ma per chiedere l’archiviazione subito io non devo perdere tempo con altre indagini. E una di queste riguarda quella dell’amico di suo nipote che pare sia caduto sul barbecue durante la cenetta in campagna.
Aveva così iniziato per raggiungere quello che si era prefissato.
La vedova, di rimando, per un momento nuovamente energica.
– E io che ne saccio di quello che mangiavano questi due cose inutili e anche gli altri pure forse un poco più inutili o magari un poco meno inutili?
La vedova dava conferma della personale visione del mondo, operando la divisione delle persone tra cose inutili, più inutili e appena poco meno inutili.
Falconara naturalmente si chiese in quale categoria la Lo Celso avrebbe collocato il Commissario che le stava di fronte. Non lo volle però sapere.
– Signora non vogliamo sapere il menù della serata. Quello che a noi interessa è sapere quali amicizie abbia la vittima dell’incidente domestico, cioè Giovanni La Muarra, l’amico di suo nipote.
La Lo Celso, messa da parte l’ansia per il gatto Beniamino, avendo capito che in fondo il Commissario forse voleva veramente mettere le cose a posto, si convinse a raccontare a Falconara quanto sapeva sul conto dell’amico del nipote.
– Allora mettiamola così. Non capisco ancora perché lei parla sempre di domestico e domestico. Domestico questo Giovanni La Muarra non ne ha. E manco cammarera.
Lui sta solo, senza domestici e senza serve, in una casa che gli lasciato una ziana per parte di padre, perché la madre – mezza buttana – forse manco se la ricorda.
Dicono che sinnì scappò con un camionista che se la è porta alla Germania.
Il padre, pure lui cosa inutile, per non sapere leggere e scrivere, anche lui si prese una belgisa, dello Belgio per capirene, e addotò il figlio a una sorella schetta. Senza marito per capirci
Falconara stava comprendendo di essere riuscito a toccare le giuste corde della vedova, che continuò senza remore.
– Questa se lo ha cresciuto come se il figlio fosse suo mentre invece il figlio, si capiva per come cresceva lagnuso e sdisonorato, era vero figlio della mezza buttana della madre e del tutto cornuto pacifico di suo padre, con l’aggravante di avere la matrigna belgisa pure lei mezza, se non tutta, buttana.
Dopo questa anamnesi, in salsa algebrica, la vedova concluse.
– Quando la ziana è morta ci ha lasciato la casa.
Con questa sintetica cronistoria la vedova aveva descritto quasi vita, morte e miracoli di “capello incendiato” Giovanni La Muarra e della sua “adorabile” famiglia.
Falconara mise da parte le riflessioni sulla morale familiare del La Muarra, arrivando alla domanda per cui aveva preparato tutta la tragedia con la vedova Lo Celso.
– La ringrazio signora. Un’ultima cosa le vorrei chiedere. Un pò delicata.
La Lo Celso meravigliata.
– E che delicata deve essere?
Con la famiglia che ha questo amico di mio nipote….
Che ci possono essere cose delicate?
Tutte buttane e tutti cornuti sono.
Mi chiedesse. Non si preoccupi.
Adesso la Lo Celso si rivelava, vista l’indole votata al “cortiglio” (gossip), molto disponibile.
– Signora sa se questo amico di suo nipote ha un legame sentimentale.
La vedova guardò meravigliata il Commissario.
– Un legame in che senso?
Vuole se sapere se l’amico di mio nipote è allazzato?
E che ne saccio io se porta la cinta o le bretelle.
Falconara si precipitò a chiarire.
– Intendevo dire se questo amico di suo nipote ha una relazione con una ragazza. Un legame affettivo. Un amore. Una compagna.
La Lo Celso adesso sembrava avere capito.
– Una zita vuole dire?
– Si. Una fidanzata o compagna.
La Lo Celso assunse un’aria tra l’ironico e il dispiaciuto.
– E certo che ha una zita. E magari buona.
Buona nel senso che è purtroppo una brava picciotta.
Anche di aspetto è messa bene. Non ci manca niente. Di petto, di gamba.
Dove tocca, tocca… lei suona… e suona bene.
Poi moralizzò il tutto in un impeto di ravvedimento.
– Però, caro Commissario, questa picciotta, a differenza di lui, cosa inutile che passa il tempo ad andare incuietando le povere femmine che lavorano sulla strada… questa povera zita si guadagna la spesa onestamente, andando facendo sciampi e messe in pieghe a parte di casa.

Colore però no. Non è cosa sua di tingere capelli. E poi non ci conviene.
Falconara dribblò le competenze della parrucchiera “porta a porta”, passando alla domanda risolutiva.
– E lei, per caso, la conosce?
– La conosco? Come se la conosco?
La mia parrucchiera è.
Falconara aveva fatto bingo.
To be continued….

