di Angelo La Rosa
MAN AND KARST 2026
INTERNATIONAL SCIENTIFIC CONFERENCE Oasi faunistica di Vendicari (SIRACUSA) ITALY
Con il collega Rosario Ruggieri c’eravamo incontrati a Gabara il 28 gennaio u.s. Tanti anni erano passati dalle nostre frequentazioni in facoltà e il caso volle che proprio una visita nell’area mineraria di Gabara, territorio di San Cataldo, ridesse linfa alla nostra vecchia amicizia. Il collega coglie subito l’occasione per inviarmi la prima circolare della Conferenza Scientifica Internazionale “Man & Karst” (Uomini e carsismo ndr) che si sarebbe tenuta nei caseggiati Marianelli e Cittadella della splendida Riserva Faunistica di Vendicari, (SR) dal 13 al 19 Settembre del 2026. Rosario è fondatore del CIRS ETS – Centro Internazionale di ricerche Speleologiche di Ragusa dal 1974 e promotore di studi e ricerche. Tra i tanti lavori, la sua opera Karst of Sicily, una monografia scientifica punto di riferimento internazionale per la speleologia, rivoluziona la conoscenza del carsismo siciliano attraverso quattro decenni di ricerca. Mi invita a presentare un contributo sull’area mineraria di Gabara. Non nascosi la mia soddisfazione nel pensare che il progetto di recupero e valorizzazione di Gabara avesse potuto suscitare tanto interesse, da meritare un posto in quella prestigiosa conferenza.
Dopo essermi raccordato con il Prof. Rosolino Cirrincione, Direttore del Dipartimento di Biologia, Geologia e Scienze Ambientali dell’UNICT, e con la Prof. Rosalda Punturo, con i quali oramai collaboro da anni al progetto Gabara, per articolare l’intervento in modo congiunto, mi premurai ad inviare un abstract in doppia lingua condiviso dal gruppo, con il titolo:
- San Cataldo: un viaggio attraverso la storia dello zolfo, il restauro e la valorizzazione delle antiche miniere di zolfo.
- San Cataldo: a Journey through the History of Sulphur, through the Restoration and Enhancement of Ancient Sulphur Mines.
È bene ricordare che tramite un accordo [Prot. n. 0236562 del 15/12/2023] siglato tra il Rettore dell’UNICT Prof. Francesco Priolo e il Direttore del Servizio 10 – Servizio per il Territorio di Caltanissetta Arch. Antonio Valenti, si è attivata a Gabara una collaborazione al fine di realizzare studi, gestire corsi di formazione professionale di carattere geologico sulla serie gessoso-solfifera della Sicilia centrale; convegni, seminari e workshop su tematiche inerenti le attività minerarie connesse all’area del territorio di Caltanissetta; accogliere giovani studenti e laureati dell’Università di Catania presso le strutture dei siti minerari dismessi ubicati nel bosco demaniale di Gabara per la realizzazione di stage e dei tirocini; mantenere un elevato livello culturale degli operatori aziendali e degli enti pubblici e privati, favorendo contatti e collaborazioni con le strutture universitarie; favorire attività di formazione congiunta mirata sia all’aggiornamento professionale nel mondo della produzione sia al miglioramento del livello di conoscenze degli studenti; pubblicizzare e promuovere l’attività svolta e/o in fase di realizzazione, utilizzando tutti i mezzi visivi e di comunicazione a disposizione (sia su supporto cartaceo che informatico). In virtù di questo accordo, già nella passata sessione autunnale un primo studente della facoltà di Geologia ha conseguito la laurea di Primo Livello con tesi su Gabara.
Nello stesso anno Gabara ha aderito al Progetto ReMi – Rete Nazionale dei Parchi e Musei Minerari Italiani, un progetto avviato nel 2006 dall’ISPRA, custode del patrimonio mineralogico del Servizio Geologico d’Italia; un progetto di studio nell’intento di conoscere lo stato dell’arte delle aree minerarie dismesse in Italia, con riguardo alla loro valorizzazione e musealizzazione. Con Gabara la rete conta oggi 75 aree.
Ritornando alla Conferenza, si aggiunsero altri due momenti di divulgazione scientifica: le solfare di Assoro, nell’ennese, e il passaggio dallo zolfo alla potassa nell’area mineraria di Contrada Bosco, in territorio di San Cataldo. Quest’ultima, poi inserita nella sessione Poster della Conferenza per essere raccontata attraverso pannelli tematici.
Leonardo Sciascia ci ricorda in modo realistico che «la zolfara non esiste più. Rimangono echi, come segnali su piste abbandonate, a renderci conto di quello che la zolfara è stata nelle sue valenze antropologiche, sociali, psicologiche…una forma morta, un simbolo dunque, remota immagine di un processo e di una deiezione, iperbole, figura, allegoria, o ne resta al di qua rispetto a una realtà inenarrabile».
Allora nel nostro territorio “le vie dello zolfo” non possono darci più nulla? Ha ancora senso parlare di un possibile Geoparco? Questo paesaggio, ricco di tanti segni antropologici, storici, di archeologia industriale, può insegnarci ancora qualcosa? Proviamo a raccontare questa civiltà, non con la utopistica presunzione di farlo in tutti gli ottocento e più siti presenti un tempo nell’entroterra siciliano ma, ove possibile, con una chiave di lettura attuale, moderna, attrattiva, aderente alle nuove generazioni, verso le quali abbiamo il compito di affidare la memoria di una passata civiltà, scheletrita sì da tempo da un offensivo abbandono, ma ancora sostanza per le nostre radici. E Gabara è testimonianza concreta. Con i suoi sette percorsi consente di camminare dentro la storia centenaria dell’oro del diavolo, stimolando nei fruitori di ogni età forti emozioni.
Si parte con la conoscenza scientifica del territorio che ha generato lo zolfo e nei camminamenti s’incontrano scrittori e poeti che hanno prodotto opere e liriche riguardanti la vita di picconieri e carusi. Si raggiunge l’area antropologica, raccontata attraverso una successione logica di foto storiche, immersa tra installazioni monumentali di opere d’arte contemporanea in tema minerario, per poi essere coinvolti a sorpresa in momenti di drammatizzazione teatrale di forte impatto emotivo, con monologhi che segnano una delle pagine più vergognose della Sicilia del tempo, quando le famiglie, attanagliate dai morsi del bisogno, cedevano i loro carusi al picconiere per un pugno di lire. E come rimanere insensibili davanti al pianto di Filomena che ha perduto il suo caruso o al fascino e alla meraviglia coinvolgente di Ciàula che esce all’aperto per la prima volta e scopre la Luna. Piange per lo stupore, il caruso pirandelliano, ma poi in un immaginario abbraccio danza con lei, prima di liberarla definitivamente al suo antico percorso.
L’esperienza si completa con la conoscenza diretta di elementi di archeologia industriale e soprattutto con un camminamento in tutta sicurezza in sottosuolo, calcando gli stessi gradini che provocarono tanta sofferenza ai carusi. La magia di quel camminamento, in penombra, sembra quasi far sentire ancora l’ansimare dei piccoli petti sotto il carico di zolfo, “curvi quasi a toccare con la fronte il gradino che sta sopra”.
Questa è la Gabara che verrà presentata alla Conferenza. Non un sito fossile, ma luogo vivo, dove il caruso, non più prigioniero dell’oblio, potrà lasciare la camicia e il sacco davanti la buca e correre libero tra filari di vigna per recuperare l’infanzia perduta nella memoria delle nuove generazioni.
Nel secondo intervento in programma nella stessa giornata del 14, il gruppo di lavoro, che per la tematica si è avvalso della presenza di Alessandro Pisanu, si illustra una proposta di itinerari di patrimonio culturale nell’area mineraria di Assoro, in provincia di Enna.
- Le miniere di Assoro Enna, Sicilia): una proposta di itinerari di patrimonio culturale
- The Assoro Mines (Enna Sicily): A Propasal for Cultural Heritage Itineraries
specificando che l’area in tema conserva i resti di tre complessi minerari di importanza storica: la miniera di Bambinello (localmente nota come Bimbinello), la miniera di Vodi e la miniera di Zimbalio-Giangagliano. Questi siti rappresentano una straordinaria testimonianza di archeologia industriale legata all’estrazione e al commercio dello zolfo.


Si è deciso di presentare un contributo al congresso Internazionale Man and Karst in quanto tra i vari itinerari culturali e geoturistici che potrebbero essere sviluppati nell’ambito del Geoparco, il distretto minerario di Assoro rimane uno dei meno esplorati e promossi.
Attualmente, questi impianti minerari versano in uno stato di grave abbandono e non sono state intraprese misure sostanziali di conservazione o restauro per salvaguardare le strutture e le infrastrutture superstiti. Se da un lato questa condizione evidenzia la progressiva perdita di un’importante componente del patrimonio industriale siciliano, insieme all’identità culturale e alla memoria storica ad esso associate, dall’altro offre anche una rara opportunità di osservare un paesaggio post-industriale rimasto in gran parte inalterato da quando le attività minerarie sono cessate e l’attività umana è stata abbandonata.
Riteniamo che i siti minerari abbandonati non dovrebbero essere considerati solo come depositi fossili di memoria collettiva che documentano un capitolo relativamente recente della storia siciliana. Queste attività hanno infatti profondamente influenzato lo sviluppo socio-economico della Sicilia per oltre due secoli, fino al declino dell’industria dello zolfo a metà del XX secolo; oggigiorno costituiscono risorse preziose per comprendere la complessa relazione tra le società umane, le risorse naturali e le materie prime, promuovendo al contempo la consapevolezza di una gestione sostenibile con linguaggio attrattivo del territorio e della conservazione del patrimonio in una prospettiva orientata al futuro.
Il passaggio dallo zolfo alla potassa, che per 25 anni ha interessato la Contrada Bosco, territorio di San Cataldo, è il terzo intervento del nostro gruppo di lavoro. Un intervento, come avanti detto, rappresentato nella sessione Poster. Infatti, attraverso immagini fotografiche e opportune didascalie si racconta una storia ricca di luci e ombre, dal titolo:
- Dallo zolfo alla potassa: storia, sfruttamento ed eredità ambientale della miniera di potassa di San Cataldo (Sicilia centrale).
- From Sulphur to Potash: The History, Exploitation, and Environmental Legacy of the San Cataldo Potash Mine (Central Sicily)

La Montecatini, nell’ambito di nuove ricerche di strati mineralizzati a zolfo nel centro Sicilia, incaricò nel 1952 il geologo Leo Ogniben di investigare il sottosuolo nell’intorno dell’ottocentesca solfara Bosco, sita nell’omonima contrada del comune di San Cataldo, già proprietà di Ignazio Florio, come si rileva dal Piano della miniera del giugno 1882, in cui risulta di fatto proprietario e coltivatore il commentatore Ignazio Florio, figlio di Vincenzo e di Giulia Portalupi, e ancor prima proprietà degli eredi del principe Galletti.
Il 6 Maggio del 1952 si avviò quindi una campagna di cinque sondaggi, nelle Contrade Bosco, Dragaito e Apaforte. Anziché trovare zolfo, venne attraversato un banco salino, con uno spessore massimo di 353 m. Si trattava di un banco ricco in Kainite, associata prevalentemente ad Halite, il comune sale da cucina.
La presenza di sali potassici indusse la società milanese a rimodulare gli interessi estrattivi, attivando un nuovo piano di coltivazione, che entrò in produzione nel 1960. L’attività andò avanti senza soluzione di continuità sino al 1973, estraendo contemporaneamente zolfo dalla limitrofa solfara. L’attività venne estesa nel frattempo alla vicina Contrada Palo, vista la continuità del banco salino accertato con successive campagne di sondaggi.
La società milanese dotò subito la miniera dei più moderni impianti di estrazione, capaci di portare a giorno, con l’ausilio di nastri meccanici, 300 tonnellate/ora di minerale. Una catena di automazione invidiabile, che avviava il minerale in un impianto di flottazione per quell’epoca veramente all’avanguardia. Pare si trattasse del primo impianto mai usato in Sicilia capace di separare la potassa dal cloruro di sodio, per la produzione di solfati richiesti nelle attività agricole.

Quando la Montecatini decise di mollare lo sfruttamento dei sali siciliani, le leve dello sviluppo economico e sociale vennero affidate alla Regione Siciliana, attraverso l’Ente Minerario Siciliano e l’ISPEA. Si andò avanti fino al Natale del 1985, ma già da un paio d’anni l’impianto di flottazione arricchiva soltanto la kainite che si estraeva ancora dalla vicina Palo e dalla miniera di Racalmuto.
Il 1986 segnò, dunque, la chiusura definitiva degli impianti della miniera. Seguirono due ordinanze a firma del sindaco di San Cataldo, che imposero addirittura il trasferimento del personale a Palo per ragioni di sicurezza, atteso che, da indagini esperite dalla Geoanalisys di Torino, sotto la direzione del Prof. Barla, emerse un fenomeno di subsidenza attivo, che si manifestò subito con la ciclica perdita di orizzontalità delle vasche di decantazione, l’insorgenza di un quadro fessurativo sempre più severo nei corpi di fabbrica del villaggio residenziale, fino al più recente e improvviso sprofondamento del piano di campagna nei pressi del pozzo 2.
In generale, l’abbandono di miniere di sali determina significative variazioni dello stato tensionale e deformazionale, a maggior ragione se il sottosuolo è interessato da infiltrazioni di acque meteoriche, che tendono ad aggredire le sotterranee strutture portanti (pilastri di sale) a discapito della stabilità delle volte. Il processo di riempimento idraulico naturale può durare anche centinaia di anni. Al fine di ridurre gli effetti dovuti alla dissoluzione dei sali, è sempre importante accelerare il riempimento idraulico con introduzione controllata di salamoie. Nel caso della miniera San Cataldo questa operazione, che avrebbe visto soprattutto l’utilizzo degli sterili e non, come fu fatto, la realizzazione di un notevole bacino di accumulo a valle, che produsse una vera discarica a cielo aperto. Nei punti di maggiore cedimento addirittura si registrò nel 1998 un abbassamento del piano di campagna di 140 centimetri.
Caltanissetta è stato un crocevia di zolfo e sale. Un mondo intrigante che ha appassionato tanti uomini, come tante sono le storie già scritte e tante ancora quelle da raccontare.
Questi minerali hanno dato ricchezza ma anche tanto dolore e la loro storia s’intreccia a doppio nodo con la vita di una Sicilia pozzo di San Patrizio di possibili azioni in ombra, ma anche terra di tanti lavoratori pronti a spaccarsi la schiena onestamente per sé stessi e per la famiglia.
Cosa rimane oggi come eredità ambientale in questo antico crocevia a Bosco? Cumuli di rosticci, buche a malapena messe in sicurezza, brandelli di calcaroni, una montagna di sterili (circa 4 mil. di m3), ferraglie e circa 10.000 m2 di lastre di cemento amianto in gran parte implose a formare discariche incontrollate. Forse dovremmo chiedere ciò che ci spetta: un territorio privo di contaminazioni, dove la natura possa riprendersi il maltolto, rimarginando le sue ferite, riscattando una dignità che non potrà altrimenti mai più avere.







