di Donatella Giunta
Non si poteva mancare alla prima nazionale di “Saraceno di Sicilia”, spettacolo scritto e diretto da Michele Celeste, direttore artistico del Teatro d’essai La Condotta e già Direttore Artistico del Parco Archeologico di Gela, che ha avuto luogo sabato 17 ottobre scorso nella suggestiva arena di pietra e fieno del Teatro Naiadi presso il Parco naturalistico Sotto il Monastero, nell’ambito della X edizione de Le Vie dei Tesori curata da Pasquale Carlo Tornatore.
Mi soffermerei volentieri a descrivere il luogo, uno spazio verde e silenzioso che, con mano tesa alle libere creative istanze di arte, cultura e ben-essere, il suo proprietario, Giuseppe Virzì, ha reso disponibile, ospite di eventi, di persone, di relazioni. Ma di questo non siamo qui, oggi, a raccontare, anche se – proprio lì – al centro del teatro delle Naiadi, un piccolo ulivo saraceno è il protagonista involontario dell’ispirazione dello spettacolo. E ai suoi piedi, accanto alle sue radici, Michele Celeste si siede e racconta.
Mi viene subito da pensare che racconta all’ulivo e non a noi, spettatori rapiti , e che all’ulivo chiede ascolto, all’ulivo chiede risposte. All’ ulivo chiede, fors’anche, aiuto a nome di una umanità antica, stanca, affranta che si denuda nell’oggi, nella storia recente e meno recente, di una terra in-colta. Si scorge appena sul palco-scenico il richiamo a Geta, il giovane imperatore romano vittima dell’oblio imposto da Caracalla. Una svestizione appena celata da veli bianchi e neri, da maschere arcaiche, da voci solenni, dal ritmo dei tamburi battenti, dai passi e dalle movenze di una splendida figura danzante, dalle parole che corrono veloci di poeti assettati di verità e giustizia a cui si ricorre e che si rincorrono imponendone la presenza in un oggi di assenze, di vuoti, di apparenze.
In una terra in cui si piantumano le radici del dolore e del pianto, il Saraceno, con la sua uniforme verde e la valigia di ricordi, seduto ai piedi dell’ulivo solitario, segue una scia di sangue che nasce lontano e lo porta nel presente, e ci ricorda i sacerdoti uccisi per mano mafiosa, i bambini venduti e sfruttati nelle gallerie buie delle miniere, i contadini trucidati, la subdola violenza del non detto, della quotidianità che scorre su cicatrici mai curate, accarezzate, lenite.
Ci consegna la cronaca sbiadita delle pagine di giornali e la potenza delle parole della genesi degli dei carpendo frasi della Teogonia di Esiodo come una invocazione al primordiale e alle Muse dai “morbidi piedi” come quelli che poggia danzando sulla pietra Josephine Giadone con tutto il corpo e tutto il cuore.
Quel corpo e quel cuore che si trasferisce nell’immagine di Adnan Siddique, il giovane pakistano ucciso nella notte del 3 giugno 2020. Un’altra vittima della violenza in un contesto di prepotenza e di sfruttamento, fame e bisogno, ghetti inviolabili che mettono a tacere, per sempre, la voce limpida della giustizia e della verità. Nel 2024 la Corte d’Assise di Caltanissetta ha condannato i suoi assassini ma il suo sguardo è irrisarcibile e le quinte del teatro di Michele Celeste ce ne danno tutta l’essenza. A lui, e non è un caso, lo spettacolo è dedicato.
E se i frammenti del mito fanno da sfondo e “risorgono”, i frammenti della vita emergono dal suolo, dal sottosuolo e dal mare lasciandoci a guardare, forse, solo il cielo.



