Il 2 novembre. “Nel vortice del ricordo: ciò che rimane”- “Oltre il cielo: ciò che nessuno sa”

redazione
redazione 38 Views
9 Min Leggere

da Critica Arte Contemporanea riceviamo e pubblichiamo:

Contents

Un grande crisantemo come sole della memoria, il Castello di Pietrarossa e il Cimitero degli Angeli di Caltanissetta: nelle nuove opere di Francesco Guadagnuolo la storia dell’uomo e il destino individuale vengono attraversati dalla stessa tempesta del tempo.

Ci sono ricorrenze che non appartengono soltanto al calendario. Tornano ogni anno, ma ogni volta sembrano parlare una lingua diversa. Il 2 novembre è una di queste.

I cimiteri si riempiono di fiori, le famiglie ritrovano nomi che durante l’anno vengono pronunciati più raramente, i ricordi escono dagli album fotografici e ritornano nelle conversazioni. Per qualche ora il passato smette di apparire lontano.

Osservando le due nuove opere di Francesco Guadagnuolo, “Il 2 Novembre. Nel vortice del ricordo: ciò che rimane” e “Il 2 Novembre. Oltre il cielo: ciò che nessuno sa” (tecniche miste, acrilico e collage su tela), si ha l’impressione che l’artista abbia diviso una sola riflessione in due immagini distinte.

La prima guarda a ciò che i morti lasciano ai vivi. La seconda prova a immaginare ciò che i vivi non possono sapere dei morti.

Due opere diverse, ma unite dallo stesso interrogativo. Non tanto che cosa sia la morte, piuttosto che cosa la morte non riesca a cancellare e che cosa invece porti via con sé.

Il vortice del ricordo

La prima impressione che si riceve davanti a “Nel vortice del ricordo: ciò che rimane” è quella di essere attratti all’interno di un movimento continuo, non vi è nulla di fermo. Le immagini compaiono, si allontanano, ritornano.

Architetture, segni, frammenti di memoria, superfici che sembrano appartenere alla città e alla storia si mescolano all’interno di una grande corrente visiva.

Più che un vortice atmosferico, sembra il funzionamento stesso della memoria, chiunque abbia cercato di ricordare una persona scomparsa conosce questa sensazione. Un volto riaffiora, poi si allontana. Un episodio ritorna nitido, poco dopo si dissolve. Nulla rimane esattamente uguale a se stesso.

Si ha la sensazione che Guadagnuolo abbia voluto rappresentare proprio questo processo. Non il ricordo conservato in modo immobile, ma il ricordo mentre continua a trasformarsi.

Al centro della composizione compare un grande crisantemo luminoso, è impossibile non esserne attratti.

Nella tradizione del 2 novembre il crisantemo accompagna da sempre il gesto della commemorazione. Qui però il fiore perde ogni funzione decorativa e diventa qualcosa di diverso, assomiglia a un sole, un sole malinconico. Non illumina il mondo dall’alto, sembra emergere dall’interno stesso della memoria, come se tutte le immagini del dipinto ruotassero attorno a quel nucleo luminoso.

Guardandolo viene spontaneo pensare a quelle presenze che continuano a vivere dentro di noi anche quando non sono più accanto a noi. Non occupano più uno spazio reale, occupano uno spazio interiore.

Nella parte inferiore dell’opera emergono due luoghi profondamente legati alle origini, alla storia personale dell’artista e alla memoria della città: il Castello di Pietrarossa e il Cimitero degli Angeli di Caltanissetta.

Chi conosce Caltanissetta sa che Pietrarossa non è soltanto una rovina medievale, per molti nisseni rappresenta un’immagine dell’anima della città. Le sue mura sopravvivono al tempo e alle trasformazioni come certi ricordi d’infanzia che continuano a esistere anche quando tutto il resto cambia. Il castello affiora dal dipinto come una presenza che resiste. Di fronte a esso compare il Cimitero degli Angeli, ma non è il cimitero del dolore, non è il cimitero della perdita. Somiglia piuttosto a un luogo della memoria collettiva, un punto nel quale generazioni diverse continuano a incontrarsi attraverso il ricordo.

Fra Pietrarossa e il Cimitero degli Angeli sembra dispiegarsi l’intero percorso dell’esistenza umana.

Da una parte le origini, dall’altra la memoria, in mezzo il tempo.

Forse è per questo che l’opera non comunica disperazione, c’è malinconia, certamente ma c’è anche la consapevolezza che alcune cose sopravvivono alla loro stessa scomparsa: un volto, una voce, un gesto, una frase dimenticata da tutti tranne che da una persona.

Oltre il cielo

La seconda opera “Oltre il cielo: ciò che nessuno sa” affronta una domanda ancora più difficile. A dire il vero non sembra volerle dare una risposta.

Ed è forse questa la sua qualità più interessante, non cerca di descrivere un aldilà, non propone visioni religiose, non offre rassicurazioni.

Guadagnuolo sceglie una strada diversa, accetta il mistero.

L’intera superficie del dipinto è attraversata da profondi azzurri, da bianchi luminosi, da improvvise aperture di luce che sembrano formarsi e dissolversi nello stesso istante.

Non ci sono città, non ci sono monumenti, non esistono riferimenti terrestri.

È come se tutto ciò che appartiene alla vita quotidiana fosse stato lasciato alle spalle.

Le figure umane emergono da questo mare di colore come apparizioni, alcune sembrano galleggiare, altre sembrano raccogliersi in nuclei silenziosi altre ancora paiono dissolversi nella luce.

Ciò che colpisce non è tanto la loro presenza quanto la loro trasformazione, i corpi non appaiono definitivi, sembrano attraversati da un processo continuo.

Come se la materia stesse lentamente perdendo il proprio peso, come se quelle figure stessero diventando qualcos’altro senza sapere esse stesse che cosa.

Quel cielo evocato dal titolo non appare come un luogo, assomiglia piuttosto a uno spazio del pensiero, a una regione immaginata dall’uomo ogni volta che s’interroga su ciò che non può conoscere.

Osservando l’opera viene una considerazione molto semplice. Tutte le civiltà hanno cercato di immaginare ciò che accade dopo la morte, nessuna ha mai potuto raccontarlo davvero.

Forse è proprio questa impossibilità che Guadagnuolo prova a dipingere. Non ciò che esiste oltre la vita, ma il nostro bisogno di continuare a porre la domanda.

Due opere, una sola riflessione

Osservate insieme, queste opere si completano a vicenda. La prima parla della memoria, la seconda dell’immaginazione.

La prima raccoglie ciò che resta, la seconda si confronta con ciò che sfugge.

Nella prima domina il vortice, nella seconda il volo.

Nella prima il pensiero ritorna verso la terra, nella seconda si solleva verso l’inconoscibile.

Eppure entrambe nascono dalla stessa esigenza.

Comprendere che cosa significhi davvero la parola assenza. Si ha l’impressione che Guadagnuolo non dipinga la morte ma dipinga ciò che la morte lascia dietro di sé e ciò che la morte porta via con sé.

La prima opera osserva le tracce. La seconda osserva il silenzio.

Fra l’una e l’altra si apre quello spazio di interrogazione che accompagna da sempre la vicenda umana.

Forse nessuno saprà mai che cosa accade oltre la vita. Eppure continuiamo a tornare nei luoghi della memoria.

Continuiamo a deporre fiori sulle tombe. Continuiamo a pronunciare nomi che appartengono al passato.

In fondo è proprio da questi ricordi che sembrano nascere le due nuove opere di Francesco Guadagnuolo.

Una guarda ciò che rimane, l’altra ciò che nessuno sa.

Fra queste due direzioni continua a muoversi, da sempre, la nostra umanità.

 

 

 

 

 

 

Condividi Questo Articolo