I veri vincitori: l’ingombrante Palestina irrompe alla Knesset

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27 October 2026, Israel, Nazareth: Supporters of Palestinian candidate Yousef Jabareen of the Joint List party celebrate early exit poll results, at the party's headquarters in Nazareth, during Israel's legislative election. Photo by: Jamal Awad/picture-alliance/dpa/AP Images

di Gad Lerner su il manifesto

Ospite indesiderata, la questione palestinese irrompe nella Knesset con 19 deputati. Avevano tentato di metterle fuori legge -riammesse in extremis dalla Corte Suprema- e invece le liste palestinesi risultano le vincitrici indiscusse delle elezioni israeliane, raddoppiando la loro rappresentanza. Commette un grave errore chi la considera inutilizzabile, congelata. E sbaglia anche chi continua a chiamarle “liste arabe”. E’ una trappola lessicale definire genericamente aravim, “arabi”, i due milioni di palestinesi cittadini israeliani; perché tali essi si sentono, arabi palestinesi, né più né meno dei loro parenti di Cisgiordania, di Gaza e della diaspora discendenti della nakba. Senza conteggiare i 350 mila palestinesi “residenti permanenti” a Gerusalemme dopo l’annessione, cui tuttora viene negato il diritto di voto.

La scelta dei palestinesi israeliani di recarsi in massa alle urne, anziché rassegnarsi come in passato all’astensionismo, contiene un messaggio disarmato ma potente ai loro concittadini ebrei: continueremo ad esserci, ingombranti, accanto a voi. Non basterà bendarsi gli occhi davanti ai crimini perpetrati nella convinzione che la guerra soltanto garantisca la sopravvivenza, né scaricarci addosso l’odio per i crimini di cui siete stati vittime.

L’inedita, altissima partecipazione al voto dei palestinesi è una conseguenza diretta del clima minaccioso instaurato nei loro confronti dalla destra suprematista al governo che li considera un nemico interno da sorvegliare e discriminare. I loro rappresentanti, dunque, hanno assunto come priorità evitarne la riconferma e per questo si rendono disponibili a un fronte parlamentare alternativo.

La risposta che tocca ora alla disomogenea coalizione dei partiti anti-Netanyahu va molto al di là della contingenza. È fatidica, nel senso che traccerà una via di non ritorno. La loro idea di sionismo li vincola nell’esclusivismo ebraico o ammette la possibilità di allearsi con rappresentanti dei palestinesi? Se Gadi Eisenkot confermasse quanto sostenuto in campagna elettorale -ovvero un no di principio a qualsivoglia collaborazione con le “liste arabe”, cioè palestinesi- il mito residuo della democrazia israeliana non ne uscirebbe incolume. Che senso ha riconoscere (a stento, come si è visto) il diritto di voto a una minoranza del 20% della popolazione salvo poi applicare nei confronti dei suoi eletti una discriminazione di natura etnica, non politica? Chi rifiuta l’equiparazione automatica fra sionismo e razzismo (non a caso chi in Israele e negli Stati Uniti si adopera per la formazione di un governo di unità nazionale col redivivo Netanyahu, lo chiama “blocco sionista”) si troverebbe in forte imbarazzo.

È stato per primo Yair Golan, il leader che ha restituito una presenza dignitosa seppure marginale alla sinistra israeliana nella Knesset, a denunciarlo: attribuire un valore diverso a voti ebraici e voti arabi sarebbe, parole sue, una “distinzione razzista”. Dettaglio non irrilevante: i Democratici, con Golan, hanno ottenuto più voti dei partiti di estrema destra di Ben Gvir e Smotrich.

La situazione di partenza, per quanto ancora possano registrarsi variazioni minime nell’assegnazione dei seggi, consegna un risultato netto: il blocco interetnico anti-Netanyahu sopravanza di 14 seggi il blocco Netanyahu: 67 a 53. E’ una falsa impressione che Bibi sia uscito rafforzato dalle elezioni. Rinunciare alla concreta possibilità di relegarlo all’opposizione gli consegnerebbe il via libera per proseguire una guerra feroce che ha per giunta un obiettivo impossibile: cancellare l’identità nazionale palestinese disciogliendola in un indistinto arabo sottomesso. Di questa guerra i palestinesi cittadini d’Israele fino a ieri sono stati comparse di sfondo. Con la loro irruzione nonviolenta sulla scena, ne potrebbero diventare attori protagonisti.

Gad Lerner Il manifesto 29 ottobre 2026

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