A Caltanissetta ci sono state mani che non si sono limitate a costruire. Mani che si sporcano, che tremano pure a volte, ma che alla fine riescono a tirar fuori qualcosa che resta.
Tempo. Memoria. Fede, pure se ognuno la chiama come vuole.
Perché i nomi, qui, si accavallano davvero. E a un certo punto non sai più dove comincia uno e finisce l’altro. Dall’Alesso ai Biangardi, da Genovese ad Asaro, fino ad Emma. Mani diverse, epoche diverse, ma lo stesso bisogno: dare un volto a qualcosa che non si vede.
Sono loro ad aver creato le statue. Tante… Vare, simulacri e varicedde, le più piccole, ma forse più intime, come se parlassero a chi si avvicina senza fare rumore. E ogni giorno della Settimana Santa sono tantissime le immagini che passano…. una, e poi un’altra, e poi un’altra ancora. Un cammino che non finisce mai, che ogni anno ricomincia ma non è mai uguale.
Dentro questo movimento lento, quasi ostinato, c’è un nome che torna. Salvatore Capizzi.
Capizzi nasce nel 1907, qui. E la sua è una vita che comincia già con un vuoto, con un padre che non c’è più troppo presto e con i suoi fratellini scomparsi in tenera età. E forse certe cose cominciano proprio da lì, da quello che manca. Da piccolo già modellava la creta, senza sapere bene dove sarebbe arrivato. Il primo laboratorio se lo ricavò in casa, in una stanza qualsiasi, di quelle che non sembrano destinate a niente di importante e invece poi ci nasce qualcosa.
Studia, passa dall’Ospizio, arriva fino a Palermo, all’Accademia. Ma la verità è che impara lavorando, sbagliando, ricominciando.
Nel ’37 si sposa, mette su famiglia, apre bottega in via Greci. E da lì non si ferma più. Marmo, legno, incisioni. Chiese, privati, commissioni che crescono piano, senza fretta. È uno che resta, Capizzi. Uno che non ha bisogno di uscire per essere riconosciuto.
Quando arriva il riconoscimento ufficiale, nel ’64, con il diploma di benemerenza, sembra quasi una formalità. E poi c’è la Settimana Santa. Il punto in cui tutto si tiene.
Capizzi non la guarda da fuori. Non è uno spettatore. È dentro. Fa parte del comitato, partecipa, si sporca le mani anche lì. E intanto scolpisce. Dieci varicedde su diciannove portano la sua firma, ma più che una firma è un modo di stare al mondo.
E a un certo punto succede una cosa semplice, ma decisiva: si costruisce una varicedda tutta sua. La Deposizione. Non per venderla. Per tenerla. In casa. Come si tiene qualcosa che ti appartiene davvero.
E ogni anno la prende, la porta fuori, la mette nella processione. Cammina con lei.
Chi lo ricorda parla di un uomo piccolo, con un cappotto marrone, uno di quelli che non cercano spazio ma lo trovano lo stesso. Non faceva rumore, ma c’era. E questo bastava.
Forse è questo che resta di lui. Non solo le opere, non solo il numero, non solo il nome. Ma il fatto che non ha mai separato la vita da quello che faceva. Non ha costruito una tradizione. Ci è entrato dentro, e ci è rimasto.
È morto nel ’91, a ottantun anni. Ma certe presenze non se ne vanno davvero. Restano nelle cose, nei gesti che si ripetono, negli sguardi di chi ancora oggi porta quelle statue per le strade.
E infatti, adesso, il suo nome ritorna. Iniziative, ricordi, racconti.
Ed oggi sempre di più. Qualche anno fa in via Palermo nacque il “Largo Salvatore Capizzi”, e nel mese di Novembre venne inaugurato il piccolo chiosco in piazzetta Tripisciano che oggi porta il suo nome e tre delle sue varicedde. Iniziative, ricordi, gente che ne parla. E qualche giorno fa hanno annunciato pure un cortometraggio, che proprio in questi giorni si sta girando in città, sulla sua vita, del regista Salvatore Riggi, e interpretato da Salvatore Iacono, attore ma anche autore di tante sculture in miniatura e proprietario di una varicedda, come se tutto alla fine tornasse.
E viene da pensare che certe storie non finiscono mai davvero. Restano lì, magari un po’ in silenzio, ma resistono.
Come se, in fondo, il lavoro di Capizzi non fosse finito.
Perché le tradizioni continuano a far respirare e animare questa città.
nella foto: Salvatore Capizzi (dal libro “Le Varicedde” di Alessandro M. Barrafranca)


