La casa editrice Carthago, forte di nuove collaborazioni in ambito espositivo e distributivo, ha deciso di ridare alle stampe l’importante testo del Prof. Giuseppe Piccillo: “E fu…la guerra”.
Già presente alla recente edizione del Salone del Libro di Torino, verrà presentato nuovamente nei principali circoli letterari siciliani entro la fine del 2026.
Il testo diviene specchio sentito dell’appassionata testimonianza, senza tempo né spazio, di un uomo che, senza il suo volere, si trovò precipitato nell’immane tragedia della seconda guerra mondiale e sopravvisse agli orrendi crimini dei campi di concentramento nazisti.
L’autore in questo scritto è mosso dalla consapevolezza che la grande Storia, quella con la S maiuscola, coinvolge e stravolge le tante piccole storie, quelle con la s minuscola, che finiscono, però, per connotarla, segnarla e colorarla di passioni semplici, di emozioni intense, di quotidiani vissuti ora sofferenti, ora gioiosi.
Il testo narra delle vicende vissute da un giovane soldato siciliano che, all’ indomani dell’8 settembre del 1943, fu catturato dai Tedeschi e deportato, con un treno adibito al trasporto animali, nel campo di concentramento di Furstenberg.
La narrazione si fonda sulle testimonianze date ai giovani delle scuole da Giuseppe Mantione, negli ultimi anni della sua vita, dopo un lungo periodo di silenzi e rimozione di quel tempo doloroso e oscuro vissuto durante la prigionia, senza la sicurezza di poter sopravvivere, anzi con addosso lo spettro di una morte certa.
Di quanto patito nei campi Giuseppe Mantione per tanto tempo non ne aveva voluto parlare, temendo forse di turbare la sensibilità degli altri o forse perché preoccupato che si scambiasse la sua narrazione per una ricerca di compassione o per voglia di ottenere riconoscenze.
Pochi a Montedoro, infatti, conoscevano la sua storia e neanche i familiari ne avevano compiuta consapevolezza se non per i frammenti che Lui aveva raccontato, quasi a scusarsi e giustificarsi di quei momenti di sconforto in cui riesplodeva la memoria del dolore subito a causa del rifiuto di arruolarsi nell’ esercito fascista di Salò.
E quando l’abisso, in cui lo aveva precipitato il destino, tornava a riemergere con il suo carico di pungente afflizione, un solco di profonda tristezza attraversava il suo viso mentre diceva che ciò che aveva vissuto era per lui una ferita aggrumata che non voleva si liquefacesse, perché temeva di soccombere al dolore.
Solo negli ultimi anni della sua vita decise di raccontare questa sua storia seppure con fatica e sofferenza, in modo talvolta laconico e frammentario, talvolta frastagliato da colpi di tosse che tentavano di camuffare le sue intime e profonde emozioni.
Il libro nasce come una lettera postuma che Peppe Piccillo scrive al suo amico di lunga data, grato perché la sua testimonianza è un messaggio di pace e di speranza, lanciato nell’ oscurità di un modo sempre più incattivito da cammini di odio, violenza e sopraffazione e per lo più dimentico delle crudeli conseguenze che ogni guerra produce.
Il testo che si sviluppa come una sorta di dialogo in cui le vicende raccontate dal personaggio vengono riscritte, collegate e ricollocate in cornici storiche più generali dall’autore, sulla base delle cose dette nei dialoghi privati, delle espressioni non verbali colte durante gli incontri con i ragazzi e delle proprie conoscenze letterarie e storiche.
Pertanto, anche le parti in cui l’autore viene trasportato dalla propria immaginazione non travalicano mai i confini della verosimiglianza con i fatti realmente accaduti in quegli anni e sono comunque il frutto delle suggestioni suggerite dalle pause emozionali e dai sospiri silenziosi con cui Giuseppe Mantione integrava la sua narrazione, sia in pubblico che in privato.
Nel libro si è voluto inquadrare questa testimonianza all’interno delle vicende storiche e sociali di quella fase storica che sono state con compiuta e competente accuratezza scritte nella Prefazione dalla Professoressa Sonia Lipani. Mentre nella post- fazione il dott. Calogero Messana con scrupolo storiografico ha descritto il contesto socio-politico di Montedoro in quel periodo.
Qual è il reale valore di questo libro? Questo saranno i lettori a deciderlo in base a loro giudizio e alle emozioni provate, ma tanto l’editore che l’autore sono pienamente convinti che bisogna :
“Parlare dei lager
perché le loro porte siano chiuse per sempre,
perché non vi siano più reticolati nel mondo,
parlare perché i morti non possono parlare
e solo i sopravvissuti possono farlo anche per loro”
Vittorio Emanuele Giuntella


