Ciao zio Nicola

Francesco Daniele Miceli
7 Min Leggere

Poche sono le persone che si conoscono come «zio». E ancor meno quelle che vengono chiamate così da tutti. Non per un legame di sangue, ma per qualcosa di molto più profondo: un affetto che si costruisce nel tempo, una presenza che diventa famiglia, un cuore capace di fare spazio a tutti. Nicola Spena è stato per tutti semplicemente zio Nicola. 

Un uomo che ha dedicato la sua vita alle sue battaglie. E le sue battaglie avevano un nome preciso: la Settimana Santa. Ma, soprattutto, le Varicedde.

Il suo racconto d’infanzia era sempre lo stesso. Sua nonna, che nel ceto aveva voce in capitolo, lo metteva sui gradini sulla vara dell’Ecce Homo quando era ancora piccolissimo. Proprio lì, accanto all’uomo che si morde la mano.

Lo raccontava sempre. Di continuo.Come se quel ricordo fosse rimasto vivo davanti i suoi occhi. Perché, in fondo, le vare erano state il suo primo incontro con la meraviglia. Il suo ricordo più antico. Il luogo da cui tutto era cominciato.

E a quel mondo Nicola ha dedicato la vita.

Le sue attenzioni, le sue battaglie, il suo impegno. Soprattutto per la vara del Sinedrio, alla quale era legato anche attraverso il suo lavoro di impiegato comunale.

Ma c’era una Varicedda che gli apparteneva un po’ di più. Il suo grande amore: la Varicedda del Cireneo, del 1924, commissionata dal suocero.

E poi quella nuova, Gesù incontra la sua Santissima Madre, del 1987, commissionata insieme all’amico Grimaldi.

E ancora, nel 2005, l’acquisizione della piccola Scinnenza, portata in processione con amore, anno dopo anno, come si accompagna qualcosa a cui si vuole bene davvero.

Perché per Nicola le vare non erano soltanto statue da custodire. Erano memoria, appartenenza, storia. Erano pezzi di vita che attraversavano le generazioni, legando il passato al presente e consegnando al futuro qualcosa che non poteva andare perduto.

Nel 1994 fu il primo a realizzare un’associazione legata alla Settimana Santa. Un’intuizione che aprì una strada e spinse gli altri ceti e le altre organizzazioni a seguirla.

Anche questo era Nicola: uno che non si limitava ad amare le tradizioni, ma cercava di farle crescere, di renderle più grandi, di consegnarle a chi sarebbe venuto dopo.

Per lui le vare e le Varicedde erano «gioie» e «gioielli».

E forse, per capire quanto le amasse, bastava guardarlo mentre ne parlava.

Non dimenticheremo mai le sue battaglie. I suoi sforzi, la sua tenacia, la sua ostinazione nel voler portare la processione delle Varicedde a un livello mai raggiunto prima. Non si accontentava. Sognava sempre qualcosa in più, perché quando si ama davvero qualcosa non si smette mai di desiderare che diventi ancora più bella.

Ma Nicola non era soltanto le sue battaglie. Era molto, molto di più.

Zio Nicola aveva sempre un Crodino per tutti gli amici. Lì, nella sede di via Palermo, quel piccolo gesto diventava un rito. Un modo per accoglierti, per farti sentire a casa, per dirti che c’era posto anche per te nel suo mondo.

E chi ancora non era suo amico lo diventava subito dopo averlo conosciuto.

Perché, per lui, offrire qualcosa era un gancio. Un pretesto per avvicinarti, per farti entrare nella sua vita, per accompagnarti dentro quel mondo che amava tanto.

Ti avrebbe portato nella sede dei piccoli gruppi sacri. Ti avrebbe mostrato con orgoglio le iniziative realizzate per il Giubileo del 2000, il francobollo commemorativo, le foto, ogni piccolo traguardo conquistato con fatica e passione.

E avrebbe continuato a raccontarti, a spiegarti, a ricordarti.

E poi la raccomandazione frequente: i fiori sono belli, sì, ma soltanto quando non coprono le statue.

Anche in questo c’era tutta la sua filosofia. L’amore per le tradizioni deve custodirne l’anima, non coprirla.

E poi c’erano le telefonate.

Ti chiamava per il compleanno, per l’onomastico e sopratutto perché era da tanto “ca nun ti facivatu sentiri”. Non dimenticava mai nessuno. Perché per lui le persone non erano presenze di passaggio, ma legami da coltivare, affetti da tenere vivi, nomi da ricordare.

Aveva un modo tutto suo di volerti bene. E, in fondo, gli importava una cosa soltanto: che gli volessi bene come lui ne voleva a te.

Ti raccomandava sempre di continuare con queste tradizioni. Di non abbandonarle, di non lasciare che il tempo le consumasse, di portarle avanti con lo stesso amore che lui aveva messo in ogni cosa.

E quando arrivava a parlare delle vare e delle Varicedde, qualcosa dentro di lui si scioglieva.

Piangeva.

Si commuoveva davanti a quelle statue come ci si commuove davanti a una parte della propria vita. Perché certe passioni, a un certo punto, smettono di essere soltanto passioni. Diventano radici. Diventano casa. Diventano la storia di una vita intera.

E forse le sue lacrime erano il modo più sincero che aveva per raccontare tutto quello che le parole non riuscivano a dire.

Zio Nicola, non ti dimenticheremo mai.

Ci hai consegnato un patrimonio che adesso è nelle nostre mani. Un patrimonio che tu stesso hai raccolto, custodito, trasformato. Una storia fatta di persone, di sacrifici, di intuizioni, di battaglie e di amore.

Adesso ne avremo cura.

Perché tu ci hai insegnato una cosa che sembra piccola, ma che in realtà è immensa.

Che non servono grandi gesti per entrare nel cuore delle persone.

A volte basta un Crodino.

Un piccolo gesto.

La voglia sincera di accogliere qualcuno.

E così, senza nemmeno accorgertene, ti ritrovi ad avere un amico.

Buon viaggio, zio Nicola.

E grazie per averci insegnato che le tradizioni più belle sono quelle che continuano a battere dentro il cuore delle persone.

foto di Michele Pecoraro

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