di Edvige Presti
Nuvolette blu galleggiano su un cielo dai caldi colori rosati: sono forse le preoccupazioni che invadono la nostra serenità? Eppure appaiono così in armonia con gli altri colori del cielo; sembra che conferiscano movimento e profondità, facendo risaltare le sfumature. Si direbbero appuntate apposta sullo sfondo rosato per decorarlo. Il contrasto crea un’armonia simile a una musica.
Forse è così che dovremmo imparare a guardare alle nostre preoccupazioni: non dovremmo attendere che il nostro cielo interiore sia sgombro, illudendoci che solo allora saremo felici. Forse dovremmo accogliere queste “nuvolette scure” e vivere appieno anche con la loro presenza — non nonostante, ma anche attraverso di esse — comprendendole nel nostro orizzonte e aprendoci fiduciosi alla loro esistenza.
È un’illusione, amplificata ai nostri giorni, che si possa essere sempre e soltanto felici, che il cielo debba essere costantemente sgombro da nubi. Non è così. Dostoevskij ci insegna che si può essere felici anche nel dolore. Ne I fratelli Karamazov scrive:
«Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità».
No, il dolore non va cercato: è la felicità che bisogna cercare anche nel dolore. E questa non è l’assenza di sofferenza, ma qualcosa che può continuare a esistere anche quando soffriamo. Bisogna lasciarsi aperta la possibilità che, accanto alla tristezza, ci sia ancora spazio per la speranza, accanto alle nuvole blu il rosa tenero di una nuova alba.
Gioia e dolore convivono; De André scrive che hanno un «confine incerto». Possiamo infatti sentirci grati e malinconici nello stesso momento, amare profondamente qualcuno e soffrire per la sua assenza, essere felici per un nuovo inizio e, al contempo, provare paura per il cambiamento.
La felicità non giunge soltanto dopo che abbiamo superato ogni difficoltà (non avrebbe senso aspettarla a quelle condizioni, perché presto ne giungerebbero di nuove ad adombrarci ancora). Però possiamo fare in modo che il dolore non sia l’unica voce a raccontare la nostra storia. Possiamo ridere anche se le preoccupazioni ci turbano, emozionarci ammirando un’alba o un tramonto anche quando sentiamo il cuore pesante.
Nessuna ferita può annullare ciò che siamo, la nostra identità, una perdita non rende inutile ciò che abbiamo vissuto. La felicità non deriva dal non conoscere il dolore, ma dal continuare a cercare un raggio di luce anche nel buio più profondo.

