Confronto Martelli/Donzelli a Point Break: due pianeti diversi e lontani della politica italiana

Ludovico Falzone
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Due personalità, due ere della politica italiana. Claudio Martelli e Giovanni Donzelli si alternano ai microfoni di Point Break (San Marino RTV), offrendo una staffetta generazionale. Da un lato il delfino del Partito Socialista Italiano e l’estetica della Prima Repubblica, dall’altro il motore organizzativo di Fratelli d’Italia e il pragmatismo dei social: due voci distinte per rappresentare le metamorfosi del potere e della geopolitica di ieri e di oggi.

Il primo, storico esponente del Partito Socialista Italiano, è stato l’autore della prima legge sull’immigrazione e il diritto d’asilo. Ministro della giustizia dal 1991 al 1993, ha lavorato al fianco di Giovanni Falcone alla nascita della Superprocura Antimafia e oggi presiede la Fondazione Pietro Nenni. Il secondo è invece uno degli uomini più fidati di Giorgia Meloni. Attuale vicepresidente del Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), Donzelli è cresciuto nella destra giovanile universitaria e ha affrontato una lunga gavetta come consigliere comunale e regionale in Toscana, distinguendosi per un’opposizione dura e d’assalto.

La loro partecipazione alla trasmissione fa emergere due modelli politici contrapposti che si sono trovati a reagire a contesti culturali diversi, passando dal politico che parla agli intellettuali a un volto che parla alle masse. I mezzi sono cambiati: non più saggi accademici da convegni di partito del PSI, ma storie Instagram e talk show, all’origine di una comunicazione di tipo mediatico che punta al consenso tramite i social. In questo scenario, Claudio Martelli – legato a un’idea di socialismo distante dalle logiche attuali – chiarisce la sua posizione: «Non amo essere definito di sinistra. Io sono socialista», aggiungendo che la formula del campo largo è «troppo generica e a tratti qualunquista». Di contro, Giovanni Donzelli difende con stile incalzante la premier e il suo partito, senza cedere alle domande dei due conduttori che tentano di scoprire in anteprima i nomi dei candidati alle prossime elezioni. Così come il linguaggio dei social anche quello della politica è diretto, veloce e semplice, non più colto e ispirato ai grandi pensatori, elementi che segnano il passaggio tra la prima e la terza Repubblica che oggi sembra ormai lontana.

Durante la trasmissione, Giovanni Donzelli ha parlato di politica interna: dopo aver escluso una possibile alleanza di Vannacci con FdI, ha risposto alle provocazioni sul ruolo dell’Italia e della presidente del Consiglio tra i Volenterosi che appoggiano l’Ucraina nella guerra con la Russia. Riguardo alle critiche sull’assenteismo della premier agli incontri internazionali, Donzelli ha risposto in modo netto: «Sono dispiaciuto per un’opposizione molto miope, invece di gioire per il successo dell’Italia a livello internazionale. È normale che i Volenterosi si vedano e si confrontino, quando arriveremo alla trattativa vera con l’Ucraina e capiremo il peso dell’Europa, sicuramente l’Italia avrà il ruolo che le spetta per la grande nazione che siamo. Auspichiamo l’ingresso dell’Ucraina nell’UE».

Claudio Martelli analizza invece la situazione globale, ipotizzando un futuro dominato dalle potenze asiatiche. In questa visione, il Medio Oriente viene ridefinito “Asia occidentale”, un mutamento geopolitico che rischia però di rendere opaco lo studio del presente a favore di proiezioni future guidate da leader orientali. Un contesto che evoca da vicino le tesi del filosofo tedesco Oswald Spengler ne Il tramonto dell’Occidente del 1918. In questo ambito, l’Europa deve decidere come posizionarsi: «Noi europei siamo una grande potenza economica. La debolezza dell’Europa sta nell’assenza di un meccanismo decisionale rapido: d’altronde, con 27 Paesi, non si può pretendere l’efficienza di uno stato unico. Proprio per questo non si comprende perché la Presidente Meloni si aggrappi all’unanimità: teme l’esclusione, ma così rischia di isolarsi da sola dal gruppo di guida dell’UE. Sorprende poi la linea del vicepremier Tajani: pur prendendo atto delle difficoltà di discutere con Trump, mette il rapporto con gli Stati Uniti al primo posto delle priorità italiane. C’è da chiedersi dove sia finito quello che nel passato era il partito più europeista», ha detto Martelli.

Sul fronte opposto, Donzelli replica abbandonando i riferimenti filosofici e affidandosi a metafore pop, immediate e quotidiane per spiegare la linea del governo: «L’Italia è ancorata all’occidente», in riferimento alla gestione dei rapporti con Donald Trump e continua: «L’occidente si basa su un’alleanza storica tra Europa e Stati Uniti, a prescindere dai governi. È bene che l’Italia rimanga amica degli Stati Uniti. È necessario e strategico avere un buon rapporto. Come tra amici, si dice quando si sbaglia, ma questo non significa essere zerbini. All’estero andiamo a difendere l’interesse nazionale».

Posizioni diverse, ma che potrebbero trovare punti di contatto in una rinnovata prospettiva europeista. Per Martelli, tuttavia, l’errore originale è da attribuirsi al trattato di Maastricht, colpevole di aver generato angoscia negli imprenditori italiani e di aver causato la svendita del Paese ai grandi capitalisti; «Una burocrazia comunitaria più snella potrebbe invece andare a vantaggio dell’Italia e della sua posizione sull’asse mondiale», sostiene Martelli.

«In certi casi il governo dovrebbe fare di meno: appoggiarsi meno a Trump e non invitarlo a guidare l’Occidente. Ci sono in comune alcuni valori che, però, l’America di Trump sta abbandonando: la libertà, la democrazia. In Europa si aggiungeva un principio di solidarietà sociale alla base dell’economia di mercato, nata originariamente come economia sociale di mercato. Questo carattere sociale, a protezione dei lavoratori e degli ultimi, che si distingueva nettamente dal modello economico degli Stati Uniti, è tramontato proprio con il trattato di Maastricht. Il compito del socialismo è portare avanti chi resta indietro, come diceva Pietro Nenni», ha detto Martelli richiamando ancora una volta le radici ideologiche della sua formazione.

L’ex Guardasigilli, storicamente al centro della lotta antimafia, chiude con una riflessione giudiziaria dopo la recente archiviazione delle indagini sui presunti mandanti occulti delle stragi del 1993, in cui la magistratura ha escluso i rapporti tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra: «La mafia segue una tecnica precisa: prima ti delegittima e ti sporca – in siciliano si dice ti mascarìa –, poi ti isola e alla fine ti uccide. È accaduto persino a Falcone, i cui detrattori lo accusavano di essersi costruito da solo l’attentato fallito all’Addaura. Per questo con i pentiti serve massima cautela. Falcone stesso ripeteva sempre che un magistrato non deve mai mostrare il proprio obiettivo a chi interroga: se lo fai, il pentito ti dirà quello che vuoi sentirti dire, rendendoti prigioniero delle sue parole».

nella foto di copertina: Claudio Martelli con Monica Guidotti, Daniele Ruvinetti e gli studenti della Scuola di Giornalismo della LUISS

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