Daniela Vullo, la passione di una vita per la storia e per l’arte e le ultime scoperte fino agli ultimi giorni di lavoro

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Dal 1° novembre l’architetto Daniela Vullo non è più la Soprintendente ai Beni Culturali della provincia di Caltanissetta: dopo 36 anni di brillante servizio va in pensione, Stimatissima e apprezzata come pochissimi tra i suoi predecessori, Cavaliere della Repubblica, Premio Honos 2024 per l’impegno culturale a favore della collettività e del patrimonio, è stata anche direttore ad interim del Parco Archeologico di Morgantina e della Villa del Casale di Piazza Armerina.

Studiosa appassionata del territorio, autrice di importanti pubblicazioni, fino agli ultimi giorni di lavoro ha scoperto nuove meraviglie tra i beni culturali di cui ha guidato i restauri, sempre divulgate con studi approfonditi e comunicate con entusiasmo, a sostenere l’autostima di una intera comunità, che sui beni culturali potrebbe costruire un modello di sviluppo e ha bisogno di essere incoraggiata e sostenuta.

Ne parliamo con lei in questa intervista che ha voluto concederci, insieme a tante altre cose che hanno reso unica la sua prestigiosa carriera, sempre condotta con discrezione, garbo ed eleganza, senza alcuna supponenza legata al ruolo, attenta al dialogo e al coinvolgimento di tutte le altre istituzioni del territorio.

Quando è cominciata questa “avventura” qui in Soprintendenza?

Sono entrata in Soprintendenza nel 1990, nei primi due anni dipendevamo dalla Soprintendenza di Agrigento, poi nel 1992 è stata istituita la Soprintendenza di Caltanissetta e quindi è cominciata questa avventura. Siamo passati dai magazzini dell’ex GIL, perché la sede della Soprintendenza nissena era lì, dove non c’erano spazi, non c’era nulla, al palazzo Moncada ex Ufficio Tributi, dove c’era una condizione ambientale terribile, però per noi è stato bellissimo perché è stato l’inizio di questa grande avventura.

Seguendo il percorso della sua carriera, ho ritrovato “Orizzonti urbani”, la prima pubblicazione, insieme a Tiziana Amato, e mi sono chiesta: in quegli anni un architetto, che avrebbe avuto la possibilità di scegliere una carriera diversa, per sintetizzare brutalmente “metri cubi e parcella” nei lavori privati, invece ha scelto una professione di studio, sicuramente meno retribuita rispetto alla libera professione. Perché?

Io sin dalla scuola media desideravo fare l’architetto, tant’è che andai al liceo scientifico, contrariamente a tutti i miei amici del mio gruppo, compreso mio marito, che andarono tutti al liceo classico, per il disegno. Mi avrebbe aiutato certamente il greco, il latino l’ho studiato molto bene al liceo scientifico, con la professoressa Lucia Amico che è stata fantastica. C’ero andata per il disegno e la matematica, avevo già le idee chiare. L’ultimo anno di liceo, mio padre, con la mentalità di ingegnere vecchio stampo, mi iniziò a fare capire che forse l’ingegnere aveva qualcosa in più dell’architetto, soprattutto perché in quel periodo la facoltà di Architettura a Palermo era molto “movimentata”, e quindi io, che adoravo mio padre, mi sono fatta convincere e ho fatto i primi sei mesi di università in Ingegneria. Poi sono passata ad Architettura, perché ho capito che era la mia strada. Mio padre, fino all’ultimo giorno della sua vita mi diceva “Ti ho fatto perdere un anno”, ma non è stato così, perché mi sono laureata a 24 anni, nel primo semestre, perfettamente in tempo.

Nei primi anni, da quando mi sono laureata fino a 29 anni, quando sono entrata alla Regione, ho fatto la libera professione. La libera professione, negli anni ’80 era molto redditizia.

È stata decisiva la mia tesi di laurea, che ho fatto con la prof. Maria Giuffrè, sul palazzo Moncada: ho iniziato a toccare con mano i documenti antichi ed è scattato un amore che non si è più fermato. “Orizzonti urbani” è stato fondamentale, perché ho acquisito anche un metodo. Tiziana aveva sicuramente un metodo di catalogazione, e lì ho capito che quella veramente era la cosa che più mi piaceva.

Io avevo vinto anche il concorso a scuola, ho insegnato per un breve periodo e avrei potuto continuare a fare la libera professione, ma io volevo fare questo. Infatti ritengo di essere fortunata perché ho fatto il lavoro che ho sempre desiderato fare.

Nel 1990 sono riuscita ad arrivare in Soprintendenza, dal Genio Civile, dove eravamo stati assunti con un concorso per la sanatoria. Per la Soprintendenza, l’ultimo concorso era stato fatto nel 1984, un mese prima che io mi laureassi, quindi non avevo potuto partecipare.

I lavori più significativi in questi anni di Soprintendenza quali sono stati, tra quelli che ha seguito?

Io nasco come architetto restauratore nel settore architettonico e quindi i lavori principali sono stati di questo tipo. Dovrei dire sicuramente il recupero della nave greca di Gela, esulando dai lavori architettonici, in cui sono stata RUP. Ho seguito il restauro dei legni a Portsmouth e poi la musealizzazione. Per me era veramente uno degli ultimi due obiettivi del mio percorso lavorativo; l’altro obiettivo era quello di trasferire gli uffici della Soprintendenza qui a S. Maria degli Angeli.

Ms il cuore invece mi va ai lavori di tipo architettonico: il ritrovamento della cripta di S. Sebastiano e al restauro del prospetto, questo immobile del convento degli Angeli, la cripta di S. Domenico. È difficile rispondere, perché ho messo mano a tutti gli edifici religiosi di Caltanissetta e molti della provincia

Ogni lavoro spesso è stato consolidato da una pubblicazione

L’ho fatto con delle monografie specifiche su S. Maria degli Angeli, su S. Sebastiano, e in questi giorni è in uscita il volume su S. Domenico. A S. Domenico io mi sono occupata del recupero della cripta, però il volume parla meno del restauro e propone un percorso storico, perché ho voluto restituire la realtà storica della chiesa di S. Domenico, che ho ripercorso, aiutata anche dall’archivio storico della Soprintendenza,

Quando sono arrivata come Soprintendente, nel giugno 2019, la prima cosa che ho cercato è stato l’archivio, sia quando eravamo ad Agrigento sia da quando eravamo qui. Palermo mi ha risposto, comunicando di avere dei faldoni con del materiale, che ho fatto recuperare. Soprattutto per S. Maria degli Angeli e tutto quello che riguarda S. Domenico

Essere donna, a dirigere cantieri, a coordinare maestranze, ha condizionato in qualche modo, in qualche periodo la sua professione o no?

Da un punto di vista strettamente professionale non ho mai avuto problemi, perché ritengo che la competenza e un po’ di autorevolezza, che ci vuole sempre, hanno fatto sì che io avessi veramente il rispetto di tutte le maestranze con le quali ho lavorato e quindi sono stata sempre ascoltata e rispettata. Però è capitato, e mi continua a capitare adesso, io lo dico sempre, a me non interessano i titoli, però se sono in cantiere non sono Signora né Signorina, sono il direttore dei lavori, sono Architetto, e sono qui con una veste ufficiale, sono il Sovrintendente. Mi rendo conto che a volte Signora può essere anche una forma di eleganza e di cortesia, però se si riveste un ruolo a quel ruolo va attribuito il giusto titolo. Questo mi è capitato più volte. Diverse volte ho fatto violenza a me stessa e alla mia natura, riprendendo le persone in cantiere o in discussioni, anche animate.

I beni culturali, che sono anche il patrimonio della bellezza, possono essere la materia prima di uno sviluppo economico serio per questo territorio, o no? Sembra che pochi ci credano

Io ci ho sempre creduto e continuo a crederci, però, come dico sempre, da soli non si va da nessuna parte. È necessaria una sinergia tra amministrazioni, perché soltanto l’assessorato Beni Culturali, la Soprintendenza o il Dipartimento, non possono far nulla se non c’è una sinergia tra istituzioni. Posso fare degli esempi concreti. Abbiamo restaurato diverse cose con attenzione, con cura, che poi abbiamo restituito ai proprietari dell’immobile, e poi ho visto che all’interno di questo immobile facevano delle cose veramente fuori luogo. Quindi se non c’è questa sinergia, fra chi restaura, chi poi li deve gestire non si va avanti.

Rispetto alla gestione dei beni culturali, forse manca un rapporto con gli imprenditori, perché poi, se si parla di sviluppo economico, deve entrare in campo l’impresa privata, come mettere insieme queste componenti?

Io credo che l’Assessorato Beni Culturali e il Dipartimento, devono fare ricorso a professionalità esterne per la gestione dei beni culturali, perché il personale ormai è veramente insufficiente. Tra l’altro ci sono degli esempi virtuosi di questa gestione mista, dove chi ha la tutela dei beni culturali sorveglia e sovrintende a tutto, ma poi chi materialmente deve fare l’imprenditore è il privato, io credo che questa sia la soluzione ottimale

Attualmente rispetto alla normativa vigente, è possibile?

Sì, certo. Ci sono per es. a Palermo diversi siti museali che sono gestiti da società esterne che se ne occupano.

Cosa ci vorrebbe?

Quello che in tanti siti della Regione siciliana è già stato fatto: fare ricorso, con dei bandi specifici, all’affidamento a soggetti esterni che possano fare impresa. Tra l’altro, in situazioni del genere, anche la Regione ha il suo guadagno, perché ovviamente chi si aggiudica il bando una quota degli incassi la versa alla Regione siciliana. Però ci vuole chi sa gestire, e materialmente mette in campo le attività, e chi avvia questo percorso, predisponendo i bandi

Non è possibile pensare al contrario: imprenditori che propongano progetti di gestione dei beni culturali?

Bisognerebbe studiare delle soluzioni specifiche, in base al codice dei contratti pubblici, che in ogni caso bisogna rispettare, bisogna fare un bando di evidenza pubblica, la proposta ben venga però ci vuole poi la giusta procedura

Per la gestione di alcune miniere hanno seguito questo metodo: il privato ha proposto un progetto e sulla base di quel progetto si è fatta l’evidenza pubblica

Si, certo, io intendevo dire non con l’affidamento diretto. Questa è secondo me l’unica via d’uscita per potere superare questa impasse. Perché in questo momento l’Assessorato è in grande sofferenza, perché i dirigenti, che prima erano in gran numero rispetto ai posti dirigenziali disponibili, adesso invece è il contrario. Il nuovo Soprintendente, mi hanno appena notificato che avrà un interim a Palermo.

Per molti, specialmente in passato, ma ancora oggi, le Soprintendenze sono viste come la fonte dei divieti, dei limiti e anche di un potere di veto rispetto a tante cose. Come si fa a superare questa percezione?

È vero che il Codice dei beni culturali lascia, ovviamente sempre passando attraverso la norma, lascia una certa discrezionalità alle Soprintendenze sulle scelte di carattere tecnico-culturale, e quindi è vero che noi abbiamo questo potere discrezionale, sempre nel rispetto del Codice. Però io credo, e devo dire che ho avuto tante manifestazioni di condivisione di quello che era il mio pensiero, io ho cercato sempre di non decidere mai in maniera unilaterale, ho sempre cercato di modulare la mia decisione in funzione di quello che poteva essere l’interesse pubblico; o a volte anche l’interesse privato ma legittimo. Se un cittadino aveva la necessità di fare un certo intervento nella sua abitazione, che era compatibile con la tutela del paesaggio, ma magari nel passato questo intervento era sembrato un po’ arbitrario, io ho cercato di mediare, cioè di trovare la soluzione che potesse andare incontro al cittadino ma di contro tutelasse il paesaggio o il bene culturale. Quindi questo è stato lo spirito con il quale io ho impostato il mio mandato e che credo di avere rispettato, anche perché da parte di tanti mi sono arrivate attestazioni positive in tal senso.

Ci sono certo delle situazioni dove poi le decisioni vanno prese, anche se sono impopolari; e questo è stato il caso dell’Antenna RAI.

È stata forse la cosa più dolorosa per la città

La più dolorosa dei miei quasi otto anni di permanenza a Caltanissetta. È stato un periodo per me di grandissimo stress psicologico, perché ho dovuto prendere delle decisioni che sapevo sarebbero state impopolari. In questo caso mi duole, lo voglio dire apertamente, togliendomi dei sassolini dalle scarpe, che non ho avuto minimamente alcun appoggio dall’attuale Amministrazione comunale. Mi sono ritrovata assolutamente sola, soltanto supportata dal Prefetto Chiara Armenia, perché è stata questo Prefetto che ha preso in mano questa situazione, che diventava veramente critica e difficile. Non ho mai agito da sola, perché mi sono sempre confrontata con i miei diretti superiori, i vari dirigenti generali, perché in questa lunga vicenda ne sono passati diversi, e anche con gli assessori, però poi alla fine la decisione è stata dolorosa anche per me

Adesso, con quello che ne è rimasto, è possibile fare qualcosa?

Sinceramente non lo so, perché nel momento in cui il bene non è più soggetto a tutela non abbiamo avuto più alcun titolo per intervenire. C’erano state tante proposte che secondo me erano interessanti, inizialmente Raiway era disponibile, ma non ci sono stati interlocutori, quindi non saprei dire se si può fare qualcosa

Torniamo allo stato disastroso dell’organizzazione dei beni culturali in Sicilia. Se fosse Assessore regionale, cosa farebbe?

Trovare immediatamente la copertura finanziaria per fare i concorsi, perché è questo il problema. Ci vuole un ricambio generazionale totale, ma la cosa che manca è la disponibilità finanziaria per coprire tutti i posti necessari

Per la Sicilia i beni culturali sono il petrolio. Perché non si investe in questo settore?

Forse ci vuole chi creda veramente in questo

Finora quindi non ci ha creduto nessuno?

Io credo che il lavoro all’interno dell’amministrazione regionale non sia uguale in tutti i settori. Chi lavora ai beni culturali non può lavorare come se stesse lavorando in qualunque altro ufficio, perché ci vogliono delle competenze specifiche, che non si possono inventare. Secondo me il ruolo unico dei beni culturali, che è stato istituito qualche anno fa, che ha fatto sì che tutte le figure professionali potessero accedere al ramo dei beni culturali, non è stato una cosa positiva. Il ruolo unico non ha giovato, perché tutti potevano fare tutto e non è sicuramente la strada giusta.

Bisogna anche distinguere però. La gestione di un Parco è diversa da quella delle Soprintendenze. Quando sono stati istituiti i Parchi, che hanno staccato tutte le aree archeologiche dalle Soprintendenze, lasciandoci solo la tutela, cosa che in tutti questi anni qualcuno non ha capito o non ha voluto capire, chi ha fatto questa modifica all’assetto dei beni culturali, l’ha fatto con giusta intenzione. Perché chi gestisce un Parco può essere un manager, perché il Parco è un ente economico e ci vuole un manager in grado di dirigerlo, ma il manager deve avere all’interno le sue figure professionali tecniche che riescono ad operare. In quel caso la situazione è ottimale.

Ci sono dei casi in Sicilia di gestione dei Parchi affidati a figure professionali non specificatamente attinenti al ruolo, che però vanno benissimo, perché c’è stata l’umiltà di chiedere aiuto e coinvolgere altri. Quindi l’ideale è: le figure professionali giuste all’interno dei Parchi e il direttore che faccia da manager.

Per la Soprintendenza no, perché il Sovrintendente, qui noi facciamo tutela e restauri, deve avere contezza diretta di tutto quello che attiene ai lavori.

Non sempre i restauri sono stati apprezzati. Un caso sta diventando il vecchio gasometro, uno tsunami di cemento armato che ha sostituito le pareti di pietra che sono crollate. In un caso del genere che si fa?

Sul vecchio gasometro noi abbiamo esercitato la sorveglianza, però noi abbiamo approvato un progetto che non è questo, nel senso che poi alla fine hanno dovuto ridurre notevolmente i lavori, perché ci sono state problematiche inerenti il consolidamento in corso d’opera e quindi i lavori che noi avevamo approvato non sono stati portati a termine.

Ci sono diverse cose visibili, al momento, che non vanno, però mi dicono perché ancora siamo in una fase di incompletezza. Quindi fino a quando non vedo i lavori finiti non voglio giudicare.

Un altro caso, ad esempio, che ha fatto tanto chiacchierare è stato il colore bianco di Santa Croce, ma lì io mi sono sentita assolutamente tranquilla, per il fatto che in quel caso è stato un intervento finanziato dal FEC, dal Ministero dell’Interno, dove sono molto presenti. Abbiamo svolto un’attività di tipo veramente scientifico, perché abbiamo fatto una serie di indagini sugli intonaci e sulle murature, affidandoci al laboratorio di diagnostica sui beni culturali di notevole importanza e il risultato è stato che il rosso è stato un colore di transizione, come era quello del Collegio, ma non era assolutamente il colore originario.

Gli affreschi di Borremans della cattedrale si stanno di nuovo sciogliendo, a meno di 30 anni dall’ultimo restauro. C’è chi dice che la Soprintendenza vieta di procedere in maniera difforme rispetto ai materiali storici

Il restauro di Borremans della cattedrale io allora lo seguii più da curiosa, c’era allora l’architetto Toti Rizzo, che era il direttore della sezione storico-artistica e un professionista eccellente che seguiva i lavori. Quindi non conosco dettagliatamente l’intervento, ma i lavori furono fatti dall’Istituto centrale del Restauro, quindi la massima autorità nazionale nel settore del restauro. Mi ricordo che venne, perché allora era il direttore dell’Istituto, Michele Cordaro, e li seguiva da vicino. Quindi i lavori furono fatti in maniera eccellente. Che dopo 30 anni sia necessario un intervento di manutenzione, per fissare la pellicola pittorica è possibile. Il problema è sempre la copertura finanziaria.

I primi anni in cui mi occupavo di restauro, ricordo che i Soprintendenti mi dicevano: “Dobbiamo fare la programmazione” e ogni direttore di sezione doveva fare la programmazione per l’anno in corso e noi mandavamo in Assessorato un elenco, quantificavamo sommariamente gli importi e indicavamo le priorità, e i finanziamenti arrivavano in gran parte. Negli ultimi anni invece la situazione si è ribaltata: ti dicono qual è la somma a tua disposizione e con quella somma devi poi fare la tua scelta. Quindi diventa tutto molto difficile, tutto dipende dalla disponibilità economica della regione.

Quindi sarebbe possibile il restauro degli affreschi?

Certamente

E per le parti ormai dissolte?

Non credo che ce ne siano state dopo l’intervento dell’Istituto del restauro. Già allora c’erano delle parti con gli affreschi completamente dilavati e non c’era nulla. Non credo che la situazione sia cambiata da allora. Magari si vede superficialmente, i sali vengono fuori e ci sono queste efflorescenze, però non credo che sia un problema con ulteriori parti dove non sia più visibile il soggetto.

Un intervento che mi piace tanto e che non è per niente conosciuto è quello che ho fatto qualche anno fa, come direttore dei lavori, della cappella di S. Anna al Collegio, dove fu fatto un intervento di tipo pittorico veramente importante. Gli affreschi erano di Luigi Borremans, però la qualità era comunque elevata.

Un’altra cosa che mi piace dire, era la terza cosa che volevo portare a termine negli ultimi mesi di lavoro, è il restauro della chiesa dell’Assunta, che ho voluto fortemente. È un bene FEC. Quando ci sono stati i finanziamenti per le chiese FEC della provincia con il PNRR, non ci rientrò perché non era la misura giusta. Però più volte al Prefetto Armenia, con la quale avevo veramente un ottimo rapporto, e lei aveva questa sensibilità, ho ricordato la chiesa dell’Assunta, e lei mi fece parlare con il responsabile del Ministero, il prefetto Tortorella, che mi disse “Lo proponga questo intervento, la Prefetto Armenia mi sta supportando la sua richiesta, lo proponga”. Quindi abbiamo predisposto qui in ufficio un progetto di circa un milione di euro, e ce lo hanno finanziato. Il direttore dei lavori è l’architetto Luigi Sciandra, che mi ha consentito di occuparmi della parte storico-artistica dell’intervento. Quindi abbiamo recuperato interamente la cripta, anche se la sua fruibilità non sarà ottimale. È comunque un posto dove bisogna scendere, non è facile perché c’è una botola all’interno della Cappella del Crocifisso, però è interamente recuperato e documentato. Abbiamo ritrovato queste due sepolture, proprio sotto la lapide che ricorda Francesco Moncada. Sono vuote perché sappiamo che è stata profanata, però sono sepolture parallele, l’una accanto all’altra, e io sono certa che si tratta di quella di Francesco e di suo figlio, che morì dopo pochi mesi. Soprattutto abbiamo recuperato tutto l’apparato decorativo.

Quando sarà aperta al pubblico?

È quasi pronta, penso che ci sia ancora un mese di lavoro per completare. Abbiamo fatto anche un intervento coraggioso, in accordo anche con la Curia, perché siccome abbiamo ritrovato, all’interno dove c’è la meravigliosa custodia lignea dei Cappuccini, dietro l’altare maggiore, abbiamo ritrovato l’antica abside della chiesa dei Cappuccini, quando non c’era la custodia dei Cappuccini, quindi c’è parte di questa abside, con delle decorazioni pittoriche con il bianco e con il giallo con dei ramages molto belli, e abbiamo deciso di renderli visibili a tutti. Abbiamo modificato l’altare e abbiamo fatto in modo di rispettare la memoria di chi aveva donato l’altare, quindi tutta la parte basamentale e la parte del tabernacolo sono rimaste, però abbiamo tolto le due parti laterali rispetto al tabernacolo, in maniera tale che si vede alle spalle questa abside.

Il retablo delle reliquie è stato restaurato tutto: sono state aperte tutte, una per una, puliti i vetri, sostituiti quelli rotti, ed è stato rifatto tutto perfettamente.

Ora cosa farà?

Sicuramente ho due lavori in corso: uno di cui dobbiamo soltanto scrivere i testi e dell’altro per scaramanzia non ne voglio ancora parlare. Sono due attività di tipo storico, che ho seguito come storica insieme ad altre persone che hanno a cuore la storia di Caltanissetta. Continuerò le mie ricerche d’archivio, adesso ci potrò andare quando voglio.

Non ho mai interrotto i contatti con la mia professione, sono sempre rimasta iscritta all’ordine degli Architetti, dal 1984. Ho fatto soltanto restauro negli ultimi anni, però se mi capiterà di continuare un’attività professionale nel mio settore, ovviamente non a tempo pieno, perché voglio un po’ di tempo per me. Non staccherò completamente, ma non perché ho bisogno di lavorare da un punto di vista economico, io ringrazio il Signore per tutto quello che ho avuto dalla vita, in tutti i sensi, sono veramente una persona realizzata, anche se ho avuto una vita con dolori e difficoltà pesanti a livello personale, però sono abituata a lavorare, è la mia passione. Per me lasciare il lavoro è un dolore, ma non per il ruolo, quello non mi interessa.

Io, per concludere, ho grande rispetto per l’amministrazione per la quale ho lavorato, per me la correttezza sul lavoro e nella vita viene prima di tutto, quindi io, qualunque cosa succederà e comunque andrà, sarò sempre fedele all’amministrazione regionale. Questo lo dico non per essere di parte, ma per una questione deontologica, per rispetto dell’amministrazione per la quale ho lavorato per quasi 40 anni

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