Intervista “impossibile” (l’ultima) a un “vincitore” del Risorgimento: Calogero Sedara. Sindaco di Donnafugata e “Patriota del maggio 1860”

Lillo Ariosto
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Abbiamo da sempre nutrito un fascino particolare per il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, il romanzo che – insieme ai “Vicerè” di De Roberto – descrive la “felice annessione” della Sicilia al Regno sabaudo, in seguito alla impresa garibaldina del maggio 1860. L’anno appresso sarà il Regno d’Italia. Conserviamo l’abitudine di rileggerlo ogni estate, scoprendone sempre nuove sfumature, nuovi particolari. Recentemente abbiamo rivisto la versione restaurata della trasposizione cinematografica che nel 1963 ne fece Luchino Visconti. 

Il film fu osteggiato all’epoca dal Partito Comunista Italiano (a cui era pure legato il grande regista), che non vedeva di buon occhio il romanzo di Lampedusa, ritenendolo “espressione di un’ideologia reazionaria” e “politicamente conservatore”. Il regista ne dovette montare una versione alternativa per la critica cinematografica della sinistra di area comunista, con l’inclusione di alcune scene estranee al romanzo originale ma conformi alla fede politica, con fermenti di rivolta contadina. Le scene furono però tagliate nella versione definitiva presentata al Festival di Cannes. Questo dette vita a feroci critiche di alcuni intellettuali di sinistra che bollarono il film di anti-storicismo.

Per noi, lontani da fideizzazioni da (oramai ex) “terrazze romane” (cfr.film di Ettore Scola del 1980), rimane un capolavoro, sia per la storia in sé, sia per la scelta degli attori chiamati ad impersonare i protagonisti del racconto. Uno fra questi ci ha sempre attratti, dal momento che in lui è possibile intravedere la serie di “peccati originali” che  contraddistingueranno gran parte della classe politica locale e nazionale. Un grande attore, Paolo Stoppa, ha dato vita nel film di Visconti a Calogero Sedara, il Sindaco opportunista di Donnafugata, paese simbolo del “gattopardismo” politico giunto sino a noi. Abbiamo deciso di incontrarlo per questa – ultima – intervista “impossibile”, giocando a carte scoperte, dichiarandoci chi siamo e cosa facciamo. Quindi a lui non celiamo la nostra professione di avvocato, con il “pallino” della conversazione da divulgare on line.

– Sindaco Sedàra, prima di iniziare la nostra conversazione, una domanda essenziale. Quale è il suo rapporto con Tomasi di Lampedusa, l’autore che lo ha creato?

– Le rispondo con franchezza caro avvocato-intervistatore. Quel Giuseppe Tomasi, il “duca-scrittore”, mi guarda con una punta di disprezzo. Mi descrive come un uomo dalle mani tozze, che non sa radersi bene, né indossare un frac. Ma il signor Tomasi scrive con la penna impregnata dalla nostalgia, dal rimpianto e intrisa nella tristezza. Parla di ordine delle stelle, di monocoli, di profumi di zagara. Parla di cose vecchie. Superate, decadenti. Io parlo di contratti, di rendite, di feudi che cambiano padrone. Lui mi ha creato per rappresentare quello che voi – nel vostro tempo – avete chiamato “il nuovo che avanza”. Una frase che, entrambi sappiamo, ha in sé molto di dispregiativo. Però, nonostante il disgusto, non può fare a meno di ammettere che il mondo “nuovo” appartiene a quelli come me. O meglio, ai miei eredi. Molti – nel suo tempo – si sono anche raffinati. Nei suoi giorni vengono ospitati nei talk show, guidano le supercar, si fanno fotografare sugli yacth o nelle ville in Sardegna. Alcuni creano rinomati ristoranti e locali alla moda.

– Sia più chiaro.

– Ma vuole che glielo spieghi? Ma come? E’ così chiaro!

Mentre il Principe di Salina osserva il tramonto dell’aristocrazia con malinconia e disincanto, io vedo in questo declino un’opportunità di ascesa economica e sociale. Lui guarda le stelle, io vedo patrimoni da acquisire. I palazzi in rovina e le terre trascurate dalla aristocrazia che diventano beni da accumulare, con la mia astuzia, con il mio denaro. Io incarno quello avete chiamato la “rivoluzione borghese”. Una mera invenzione “italiana”. La vostra “rivoluzione” non è certo quella di stampo inglese, con una borghesia imprenditoriale, illuminata, con prospettive sempre nuove, sempre avanzate. Io incarno la borghesia locale. Quella “carnivora”, anzi, “onnivora”, che prende tutto, che si impossessa, che arraffa, che accumula. Ma cosa vuole che ne capisca uno come Tomasi di Lampedusa, che non fatto nulla nella vita, se non fumare, prendere caffè, inseguire fantasmi e aspettare che tutto finisca.

– Sindaco, lei mi sembra risentito….

– Ma no, caro avvocato. Lasci perdere le buone maniere. Non servono a nulla. Con le buone maniere non ci si guadagna. Lei vuole imitare il “duca-scrittore”. Vuole interpretare i sentimenti. Vuole “compatire” gli altri. Quelli che non capiscono il bello, la cultura, il romanticismo.

Ma quale risentimento!?

Il risentimento non si tramuta in guadagno. Non me ne importa nulla di quello che pensa il “Principe di Lampedusa”. E poi perché dovrei? Nel suo tempo, nel 2026, a tanti politici e amministratori non importa quello che “gli acculturati”, quelli come lei, i bravi, i buoni – quel del “buon governo” – pensano e giudicano. L’importante è incassare le indennità, i gettoni, le trasferte…. e magari fare qualche guadagno extra.

Lui, il “Principe”, mi ha descritto come un uomo avido. Dimentica però che è grazie alla mia avidità, che io invece chiamo “spirito d’affari”, che i suoi omologhi e i suoi eredi non sono finiti in mezzo a una strada. Senza i Sedara che comprano le terre e offrono le loro bellissime figlie in sposa ai loro nipoti squattrinati, i suoi amati aristocratici non avrebbero più nemmeno l’olio per i lumi o meglio, nel suo tempo, il gas per scaldarsi e cucinare.

– E quindi? Cosa vorrebbe dire in concreto?

– Che in fondo, tra me e il suo libro c’è lo stesso patto che ho stretto con il Principe di Salina. Lui mi usa per dare realismo alla sua storia. Io uso la sua penna per diventare immortale.

Mi descrive come sgraziato? Poco importa. Alla fine del libro sono io quello che ride, perché sono io quello che ha vinto la partita della storia mentre Bendicò, il cane del Principe, impagliato dopo morto, viene fatto volare via dalle scale trasformandosi in polvere.

Il signor Tomasi di Lampedusa ha guardato la Sicilia dalla finestra sgangherata, o se vuole dalla porta mezza scardinata di un antico palazzo che cadeva a pezzi. Io quella porta l’ho sfondata con le spalle e mi sono seduto sulla poltrona da dove lui si atteggiava a gran Signore mentre io da lì gestisco, dirigo, comando. Guadagno e accumulo. Produco quello che nei suoi giorni viene chiamato P.I.L.

– Va bene, ho compreso. A lei non importa nulla se non il guadagno ma non si sente offeso da Tomasi di Lampedusa per come ha descritto sua figlia Angelica?

– Si vede che lei ama pensare come i nobili o che, in cuor suo, tiene alla genia da cui proviene. Io, Calogero Sedara, riguardo a come Tomasi di Lampedusa descrive mia figlia Angelica, non sento nessuna offesa. Il mio sentimento semmai è di soddisfazione. Una soddisfazione “militare”, di conquista, di presa di campo. Per me, un uomo pragmatico, la descrizione di Angelica nel romanzo non è un insulto, ma è lo strumento, l’arma, la prova del successo del mio “investimento” e della mia “conquista”. Tomasi di Lampedusa descrive la mia Angelica come una donna di una bellezza “abbagliante” e “seduttiva”. Per me quella bellezza “abbagliante” e “seduttiva” è merce preziosa che ha permesso l’ascesa sociale della mia famiglia e il matrimonio con un nobile come Tancredi. 

Passiamo alla sua parte “pubblica”. Al suo attivismo politico. Mi dica la verità. Lei cosa pensava veramente di Garibaldi?

– Garibaldi? Mi viene da ridere. Ci siete cascati tutti. Il “Generale”. Un uomo che ha causato più confusione che altro. Volete sapere cosa ne pensavo davvero, ora che il polverone si è alzato e lui è stato mandato dall’altro “furbo” del Conte (di Cavour) a piantare cavoli a Caprera? Vi risponderò con la schiettezza di chi ha dovuto decidere se sparargli addosso o stendergli i tappeti rossi. Per me Garibaldi non è stato un eroe, ma un attrezzo agricolo. Avete presente quegli aratri pesanti che servono a smuovere le zolle più dure? Ecco. Lui è arrivato e ha scosso un albero che era ormai secco: quello dei Borbone.

Io non avrei mai potuto farlo. Il Principe non avrebbe mai voluto farlo.

Ci serviva un pazzo che abbattesse il portone.

Una volta aperto il varco, però, il pazzo doveva andarsene per lasciar entrare le persone serie. Io l’ho visto sin dall’inizio come un ingenuo pericoloso. Lo guardavo con quel suo barbone e quella camicia rossa e pensavo, ridendo: “Ma questo ci crede davvero”? Credeva nella libertà, nell’uguaglianza, in tutte quelle parole che riempiono i libri ma non le tasche. Se fosse stato per lui, avremmo dovuto dare le terre ai contadini. Un pazzo! La mia terra ai miei contadini…..

Per fortuna, dietro di lui c’erano uomini come Cavour e i piemontesi, gente che capisce il valore della proprietà privata e dell’ordine.

Ma allora? Quando sbarcò a Marsala?

– Quando sbarcò a Marsala, molti di quelli come me, i proprietari, tremavano. Ma non capivano niente. Io no. Io, invece l’ho capito subito. Bisognava assecondarlo per disarmarlo. Gli ho dato uomini, provviste e sorrisi. Perché? Perché se lo avessi avversato, sarei stato spazzato via. Appoggiandolo, sono diventato uno dei “liberatori”.  Uno di quei “patrioti” a cui avete intestato piazze, vie, corsi. È così che si fa. Don Fabrizio non lo avrebbe mai fatto. Anche se io non ho avuto intestato nemmeno un vicolo, uno slargo, un cortile. Ma a me cosa importa! Io mi sono intestato, da me, terre, palazzi e intere contrade. Interi partiti.

– Pensa che senza gli Inglesi nel porto di Marsala, Garibaldi ce l’avrebbe fatta a conquistare la Sicilia e poi il sud d’Italia?

– La prego avvocato non faccia l’ingenuo con me. L’Italia senza l’opera degli Inglesi – e lei lo sa bene – non sarebbe mai nata. Oramai è risaputo che i soldi della massoneria riuscirono a corrompere i generali borbonici e che senza i brigantini inglesi, nelle acque di fronte il porto di Marsala, Garibaldi non sarebbe riuscito a sbarcare e non avrebbe vinto nessuna battaglia, né a Calatafimi, né altrove.

Ma allora Lei cosa pensa, davvero, degli Inglesi?

– Ecco, adesso ci siamo. Vedo che lei è un uomo che sa guardare dietro le quinte del teatro. Lei, non lo dice apertamente, ma mi fa parlare di navi, di sterline e di grembiulini. Mi piace questa sua spregiudicatezza. Mi costringe a essere ancora più sincero. Mi chiede cosa penso degli Inglesi? Penso che siano i miei maestri, anche se non hanno mai messo piede a Donnafugata. Sono i veri padroni del vapore. Noi siciliani siamo abituati a pensare che il potere sia una questione di facciata, di titoli, di discorsi, di comizi. Siamo “spagnoleggianti”. Gli Inglesi, invece, hanno capito che il mondo si governa con i commerci e le rotte… e poi, se del caso, con i cannoni. Mentre noi discutevamo se il Re fosse un Borbone o un Savoia, loro discutevano dello zolfo della sua città, del vino Marsala, le cui botti venivano requisite al posto delle costose Port Pipes (le botti di Porto n.d.a.) utilizzate per l’invecchiamento del “finest” whisky, e soprattutto di come controllare il Mediterraneo.

– E quindi?

– E quindi? Lei continua a far finta di non sapere. Lo so, me lo vuole fare dire a me. Ma io non ho timore alcuno. Si, glielo confermo. Gli Inglesi hanno finanziato l’impresa di Garibaldi. Non per amore della democrazia. Lo hanno fatto perché un’Italia unita ma perennemente debole e sotto la loro influenza era molto più utile ai loro affari di un Regno delle Due Sicilie troppo amico della Russia o della Francia.

Lei cita i generali borbonici corrotti dall’oro inglese e dalla massoneria. Ebbene, dov’è lo scandalo? La corruzione non è altro che un modo rapido per evitare spargimenti di sangue inutili. Se un generale può essere comprato, significa che è un uomo ragionevole. Gli Inglesi hanno semplicemente applicato questa regola d’oro. Io ho fatto lo stesso con il plebiscito a Donnafugata, solo in scala più piccola. Loro hanno comprato un Regno, io ho comprato un Comune. Siamo colleghi, in un certo senso.

Lei era massone?

– Le risponderò con la prudenza di un uomo che ha costruito un impero sul silenzio. In Sicilia, e soprattutto in quegli anni di transizione, non era questione di fede nel “Grande Architetto”, ma di appartenenza alla rete giusta. Se per far cadere i Borbone e per essere accolto dai piemontesi serviva frequentare certe stanze, certe ”logge”, dove si stringevano le mani in modo particolare, secondo lei un uomo come Calogero Sedara restava fuori dalla porta? Io vado dove si decide il futuro. Ma perché nel suo tempo, nella sua Italia, in Sicilia, perfino dove lei risiede e lavora…. non è sempre stato ed è ancora così?

– Quindi non aveva fede nemmeno nel “Grande Ordine”?

– Senta a me lei non la fa. Per noi “uomini nuovi”, quelle stanze non erano templi di filosofia, ma uffici dove si facevano affari. Lì incontravi l’ufficiale di Garibaldi, il banchiere che arrivava da Napoli e l’avvocato – chissà magari uno come lei – che sapeva come interpretare le nuove leggi. Essere massone significava avere un’assicurazione sulla vita e sulla proprietà in un momento in cui tutto stava crollando. Il vero segreto però non è quello che si dice nelle logge, ma quello che si firma dai notai. Molti dei miei colleghi si riempivano la bocca di “fratellanza”. Io mi accontentavo che quella fratellanza mi permettesse di comprare le terre confiscate alla Chiesa a un prezzo di favore. Se questo fa di me un massone, allora lo sono stato con sommo convincimento e soprattutto con sommo profitto.

– Lei ha mai creduto in Vittorio Emanuele II, il “Re Galantuomo”?

– “Re Galantuomo”? Ma per favore. Avvocato, mi faccia il piacere. Ma che dice?

Quel titolo è un’invenzione dei giornali. E’ buono per commuovere le lavandaie e i soldatini semplici. Volete sapere cosa pensavo di Vittorio Emanuele II mentre gli giuravo fedeltà? Per me il Re Piemonetese e poi Italiano era un logo, un “brand”, come dite nei vostri giorni. Era una insegna sopra la bottega. Mi serviva un “Galantuomo” sul trono per dare un’aria di rispettabilità ai miei affari. Segua questo semplice sillogismo. Se il Re è onesto, allora anche il suo Sindaco di Donnafugata – per presunzione legale e assoluta come dice la sua legge – deve esserlo. È la logica delle apparenze. Lui metteva la faccia e i baffi monumentali, io mettevo le mani sulla roba. Non è che ci credessi per fede, ci credevo per convenienza. Vittorio Emanuele era un uomo pratico, gli piacevano la caccia e le donne, proprio come a un nostro barone qualsiasi, ma aveva dietro di sé la forza di uno Stato che funzionava. O così speravamo.

La religione cattolica, dopo la morte, prevede il paradiso, l’inferno e il purgatorio. Lei dove è andato a finire?

– Continuo a vedere che lei vuole apparire come un buon uomo “timorato da Dio”. Mi vien da ridere. La sua natura di borghese con i buoni sentimenti lei non riesce proprio a nasconderla.

Mi chiede del mio ”domicilio coatto” nell’aldilà.

Per un uomo come me l’aldilà è solo un cambio di giurisdizione, come dite voi nei vostri Tribunali.

Se dovessi guardare la mia vita con gli occhi di un prete, dovrei essere in fondo all’Inferno, nel cerchio degli usurai o dei traditori. Ma io non credo che Dio sia un notaio così pignolo. A dire il vero non mi vedrei neanche nel Purgatorio. Questo è per gli illusi. Lo lascio al Principe di Salina. Lui passerà l’eternità a cercare di ripulire le sue stelle dalla polvere della storia, sospirando su ciò che poteva essere e non è stato. Il Purgatorio è un luogo di attesa, e io non ho mai amato aspettare. Le dico allora che io sarei all’Inferno, dove dovrebbe essere pieno di gente che ha fatto fortuna dal nulla, di politici scaltri e di uomini d’affari. Lì, allora, io mi ci vedrei. Ma come Tesoriere.

– Cosa pensa dell’Italia di oggi. E’ quella che lei pensava, al di là dei suoi interessi particolari, di realizzare nel 1860, quando venne Garibaldi in Sicilia?

Guardando la vostra Italia del 2026, devo dirle che la trovo… estremamente familiare. L’Italia di oggi è la vittoria del “Sedarismo”. E’ esattamente ciò che io e i miei soci volevamo. Volevamo un Paese dove il sangue blu non contasse più nulla rispetto al colore dei soldi. Ci siamo riusciti. Oggi non serve essere un “Salina” per comandare. Bisogna invece essere un Sedara. Bisogna essere seduti al tavolo da dove si comanda. Solo che nel 1860 speravo in uno Stato più snello. Invece, mi pare che abbiate creato un mostro di carte e codicilli che farebbe impallidire i Borbone. Tuttavia, come le dicevo prima, per un uomo scaltro come me, e anche per un avvocato come lei, la confusione legislativa è un giardino di delizie. Più lo Stato è complicato, più è facile trovare la scorciatoia. In questo, l’Italia è rimasta fedele a sé stessa. Una terra di padroni e di “protetti”. Lo aveva capito per primo, mio genero, Tancredi.

“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”

– Lei si è vantato di Tancredi, suo genero. Ma cosa pensava davvero di Tancredi, uno squattrinato, ma nobile, che sposa sua figlia Angelica di umili origini ma ricchissima?

– Tancredi Falconeri? Un nobile!? Mah! o lo guardavo come si guarda un cavallo di razza in una fiera di paese. Bellissimo a vedersi, con un portamento che io non avrei mai avuto, ma con le costole che gli si leggono sotto la pelle per la fame. Come la bellezza di mia figlia era un investimento, anche Tancredi Falconeri era un investimento. Un investimento necessario. Tancredi è stato il mio “lasciapassare”. Io ho i feudi, i magazzini pieni di grano e i sacchi d’oro, ma se bussassi alla porta del Re, a Torino, mi farebbero pulire le scarpe all’ingresso. Con Tancredi come genero, il sangue dei Sedara si mescola con quello dei Falconeri. Il mio oro diventa improvvisamente “antico”, legittimo…. e pure nobile.

– E’ un po’ riduttivo. Tancredi è pur sempre un Falconeri. Discendente da una Famiglia, come quella di Don Fabrizio, apparteneva ai Pari di Spagna. La Famiglia dei Sedara….

– Avvocato, lo ripeto, non faccia l’ingenuo con me. Quel ragazzo mi somiglia più di quanto il Principe voglia ammettere. È cinico quanto me. Ha capito prima di tutti che il mondo stava cambiando e si è messo la camicia rossa di Garibaldi non per idealismo, ma per stare dalla parte dei vincitori. Ha la mia stessa stoffa, solo cucita da un sarto migliore.

Molti ridacchiano dicendo che ho dato una fortuna a uno squattrinato. Ma sentite bene cosa vi dico. I soldi vanno e vengono. Si possono rifare con un buon raccolto o un appalto ben gestito. Il nome, invece, non si fabbrica. Tancredi mi ha venduto il suo stemma di famiglia, io gli ho venduto la sopravvivenza. È stato il miglior affare della mia e della sua vita. Il Principe contemplava il tramonto della sua stirpe. Io vedevo l’alba della mia.

– La sua opinione su Don Fabrizio Salina. Lo ammirava o lo detestava?

– Don Fabrizio. Il Principe. Lo guardavo con un sentimento che non era né odio né amore. Era qualcosa di più complesso. Lo guardavo come si guarda un monumento antico, bellissimo ma che sta per crollare. Lei mi chiede se lo detestavo. Come potevo detestarlo? Aveva quella dignità naturale, quel modo di muoversi e di parlare che non si compra al mercato. Lo ammiravo perché lui rappresentava tutto ciò che io volevo per i miei nipoti. Lo ammiravo, sì, ma lo consideravo un uomo finito. Mentre lui guardava le stelle con il suo telescopio, io guardavo la terra con i miei occhi piccoli ma scaltri. Mentre lui si perdeva nei suoi malinconici pensieri sulla morte, io contavo i tumoli di grano. E poi tra noi c’era un patto silenzioso. C’era un’intesa perfetta perché eravamo gli opposti che si completavano. Lui aveva bisogno della mia concretezza e del mio denaro per non far marcire i suoi palazzi. Io avevo bisogno del suo prestigio per uscire dal fango delle mie origini. Ci siamo usati a vicenda con una cortesia squisita.

Perché pensa che nella società italiana di oggi, quella del 2026, il “Sedarismo” sia necessario?

– Mi chiedete se nel 2026 ci sia ancora bisogno di me? Mi viene da ridere. Guardatevi intorno. Il mondo non è mai stato così “mio” come oggi. Quello che voi chiamate “Sedarismo”, io lo chiamo semplicemente realtà. Oggi non contano più i nomi antichi o le tradizioni sacre, conta chi sa far girare le cose. Voi vivete in un’epoca di rapidità, di algoritmi e di risultati immediati. Io sono stato il primo a capire che la nostalgia non riempie la pancia. Il mio algoritmo me lo sono creato da me.

– Quindi il Sedarismo è necessario?

– Direi che è inevitabile. Finché ci sarà un vecchio potere che dorme, come il Principe, e un nuovo potere che ha fame, come me, il “Sedarismo” sarà l’unico modo per far girare la ruota del mondo.

– Lei parla del “Sedarismo” come qualcosa di inevitabile. Ma non crede che sia qualcosa che rappresenta la mediocrità, il volgare, l’abbandono o meglio la perdita del bello, della eleganza?

– Guardi che conosco i tipi come lei. Si presentano tranquilli, sereni, moderati. Ma su, via! Lei pensa ancora al bello all’elegante. Lei si presenta come un rappresentante dei buoni sentimenti ma anche lei lo sa che l’eleganza non sfama i contadini e non costruisce strade. Lei parla di mediocrità. Quella che le chiama mediocrità, io la chiamo “risultato”. Il mio frac sarà anche tagliato male ma le sue tasche sono piene di titoli di proprietà. Lei parla di volgare. Io non mi vergogno della mia “volgarità” perché essa è la prova della mia ascesa, della mia affermazione, del mio successo. Ma lei non vede i programmi della TV commerciale del suo tempo? Non vede quanta volgarità, anzi trash come la chiamate “elegantemente” nei suoi giorni viene ad ogni ora diffusa? Ma sa quanti soldi fa guadagnare al padrone di quella TV quel “trash”, quel “volgare”? Ma sa quante cause deve vincere lei per incassare un decimo di quello che la proprietà di quella TV incassa in un mese?

La mia “volgarità” è la faccia del nuovo potere. Meno raffinato, certo. Ma molto più solido.

– Ha fatto cenno alla mia professione. Ma lei cosa pensa degli avvocati?

– Ah! Gli avvocati! Vedo che andate a toccare un tasto che conosco bene. Per un uomo come me, che ha passato la vita a spostare confini di terre e a firmare contratti, l’avvocato è come il sale nella cucina. Se ne usi troppo rovini il piatto, ma senza, la carne non ha sapore.

– Un’ultima domanda allora.

Cosa pensa di me, Lillo Ariosto, un avvocato che esercita da oltre quaranta anni e scrive per passione. Cosa pensa di chi lo sta intervistando?

– Caro avvocato Ariosto… o dovrei dire, caro “Don Lillo”, mi permetta di scrutarla per un momento, come farei con un candidato alla carica di assessore o con un compratore di lotti a Donnafugata.

Scrivere per passione è un privilegio che io non mi sono mai potuto permettere. Io scrivevo solo cifre nei registri contabili e nomi sulle schede elettorali. Vedere un avvocato che usa la penna per diletto mi dice che lei ha già una posizione tranquilla. Solo chi si è messo al sicuro dal bisogno può permettersi di inseguire le “muse”. La guardo con un misto di sospetto e invidia.

Lei ha il tempo di sognare, io ho avuto solo il tempo di possedere.

Come avvocato, lei sa che le parole possono essere catene o chiavi. Il fatto che lei stia intervistando me significa che ha capito dove sta il vero potere. Non nei titoli nobiliari che stanno sbiadendo, ma nella capacità di capire come ragiona chi il mondo lo cambia davvero. Lei usa la scrittura per catturare l’anima di un uomo come me. Io usavo gli avvocati per catturare la terra degli altri. Siamo entrambi cacciatori, solo che lei caccia storie, io caccio realtà. Lei forse scrive proprio perché ha capito che la legge, da sola, non basta a spiegare lo sporco e il bello di questa nostra Sicilia.

La trovo quindi un tipo interessante. Lei ha la cultura che a me manca e possiede pure l’ardire di venire a interrogare il Sindaco Sedara senza timore. Mi piace.

Gli uomini che non hanno paura di fare domande sono gli unici che possono sperare di avere risposte utili.

Ci lasciamo con il nostro ultimo personaggio, per la nostra ultima intervista. Di lui ci resta la prova di una amara realtà, che a noi non piace ma di cui siamo consapevoli nessuno – oggi – può dire di non conoscere e di non poterne fare a meno.

“Veritas odium parit”

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