Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella solennità di Maria Madre di Dio (anno A)
Nm 6,22-27; Sal 66/67; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21
C’era una volta… No, non così. Semmai: «In quel tempo…». Con quest’espressione vengono spesso introdotti i brani biblici proclamati e ascoltati nella liturgia della Parola. Specialmente i brani tratti dai vangeli. Anche nella messa del primo giorno dell’anno, in cui si celebra la solennità della Madre di Dio: «In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia».
Vale la pena, quando comincia l’anno nuovo, evidenziare il significato di un tale innesco narrativo. Esso segnala l’importanza del tempo o, più esattamente, la sua sovreccedenza di senso. La pagina evangelica, difatti, non riferisce una favola ambientata nei territori della fantasia, fuori dal tempo, ma qualcosa che è effettivamente accaduto, in un ben preciso momento storico. Nel caso della nascita di Gesù a Betlemme, quell’accadimento si è rivelato capitale. Cioè talmente decisivo da essere scelto come il discrimine prima e dopo il quale la storia viene comunemente ricordata, misurata, conteggiata, rivisitata, rievocata, studiata, datata.
Certo, anche la nascita di Gesù tracima i limiti del tempo storico, ma non alla stessa maniera o nel medesimo senso delle favole. Le favole balzano fuori dal tempo. La nascita di Gesù vi si situa dentro. La favola è un’invenzione narrativa: è incardinata nel regno della fantasia, ma ciò di cui parla non è accaduto, è solo immaginato. Anche se, alla stregua dei miti, può avere delle aderenze metaforiche (esistenziali e morali) con il nostro vissuto reale. Invece la nascita di Gesù è un fatto accaduto. Ma non solo. È un fatto la cui portata non si è esaurita nel suo puntiforme innestarsi nel tempo storico. Accadendo, ha risucchiato in sé tutta la storia precedente e l’ha disvelata come un processo destinato a progredire ancora. Per ricorrere al linguaggio biblico: la nascita di Gesù, al pari dell’intera sua vicenda messianica, dev’essere compresa come «avvenimento» (gheghonós nel greco dell’evangelista Luca), vale a dire quale inestricabile intreccio fra promessa e compimento, annodati in una permanente anticipazione. Dunque non un fatto finito, ma un evento che ci raggiunge e ci coinvolge, qui e ora. E in cui il chrónos, termine greco che definisce il tempo storico, si trasfigura in kairós, altro termine greco del Nuovo Testamento che indica la qualità salvifica di ciò che nel tempo storico possiamo sperimentare dacché – o meglio: giacché – Gesù è nato.
Innanzitutto la pace, che tra le pieghe strette della storia rimane sempre urgente, in quanto mai stipulata una volta per tutte, sempre interrotta da capziose incomprensioni, da indebite rivendicazioni, da futili pretesti, da rapaci pretese, da inconfessabili interessi, da piccole liti e da grandi guerre. Non a caso, a Capodanno, riecheggia – nella prima lettura – una bellissima formula di benedizione: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».
Oggi più che mai, all’inizio dell’anno nuovo, in un tempo di grandi sofferenze causate dalla guerra in tante parti del mondo, è necessario invocare la grazia della pace. E la liturgia ci spinge a farlo ricorrendo all’intercessione di Maria, Madre del Signore Gesù. La solennità che celebriamo è intestata proprio alla Madre di Dio, antico titolo mariano che, sin dal tempo del concilio di Efeso, tenutosi nel 431 d.C., sintetizza un punto fermo della fede cristiana. Quello secondo cui la vergine di Nazareth ha concepito e partorito non solamente e semplicemente un essere umano, il bimbo nato a Betlemme, divenuto poi quel rabbi galileo che fu fascinoso predicatore e potente taumaturgo per le strade della Palestina, venendo però ingiustamente giustiziato a Gerusalemme su un patibolo romano, ma anche – nel bimbo nato a Betlemme, nel rabbi galileo, nel crocifisso del Golgota – il «Figlio di Dio», vincitore della morte nella risurrezione e «autore della vita», come preghiamo all’inizio e al termine della celebrazione eucaristica.
Nella seconda lettura Paolo, scrivendo ai Galati, l’aveva insegnato molto prima dei vescovi e dei teologi che ne avrebbero discusso a Efeso: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge». Quest’affermazione paolina ha una valenza teologica. Ma è pure una costatazione storica. L’Apostolo sa che Giuseppe non era il padre biologico di Gesù. E conserva la consapevolezza credente che Gesù aveva intrattenuto un particolarissimo rapporto filiale con Dio. Per questo scrive che egli è il Figlio di Dio. Nato da una donna. E nato in obbedienza alla Torah (la Legge, in ebraico), vale a dire non soltanto da una madre disposta umilmente a ottemperare alle regole mosaiche e alla consuetudine religiosa israelitica, ma anche e soprattutto stando lui stesso in singolare relazione obbedienziale con Dio, di cui la Torah – secondo la fede d’Israele – è il principale sacramento.
Le nostre conoscenze scientifiche, che all’epoca di Paolo non erano ancora disponibili, potrebbero indurci a presumere che il bambino nato (solo) da una donna sia il protagonista di un mito arcaico o di una improbabile fiaba o, peggio ancora, di un inganno ben orchestrato in cui tuttavia possono cadere ormai pochi ingenui. Altrimenti come spiegare il fatto che quel neonato non abbia un padre biologico: da chi avrebbe ricevuto in eredità, nel suo corredo genetico, il cromosoma y? Non è data l’eventualità naturale che un individuo di sesso maschile possa essere tale senza ricevere il cromosoma y da un genitore a sua volta di sesso maschile. Neppure se venisse concepito in provetta. La madre assicura il cromosoma x. Anche il padre può fornire il cromosoma x, dando così vita a una bambina: xx. Oppure il cromosoma y, dando vita a un bambino: xy. Ma questo vale per Gesù, «nato da donna»?
Gesù, il bambino che i pastori sentono vagire nella notte e vedono adagiato in una mangiatoia, sotto il riguardo biologico parrebbe assomigliare più a una farfalla che a un cucciolo d’uomo. Infatti, nel caso delle farfalle gli esemplari maschi sono dotati di una coppia cromosomica x0 e non xy. È questo un ambito di ricerca che continua a essere investigato e non smette di regalarci sorprendenti informazioni. Le quali, a mio modesto parere, possono custodire anche inopinate implicazioni simboliche. D’altronde, proprio la farfalla deriva dalla metamorfosi del bruco che attraversa e supera la condizione di crisalide. E da Dante Alighieri (Purgatorio X,124-126) in avanti, passando da Francesco di Sales e Jean Pierre de Caussade, per giungere al palermitano Domenico Turano (guida spirituale del beato Giacomo Cusmano), molti autori cristiani hanno avuta cara la metafora del bruco che si trasforma in farfalla, per illustrare la trasformazione di Adamo in Cristo Gesù, uomo nuovo.
Il Bambino «nato da donna», nondimeno, è «nato sotto la Legge». Come prima accennavo, quest’annotazione di Paolo potrebbe rimandare all’intervento divino, impersonato nella Torah. E si potrebbe reputare corrispondente a quanto Matteo scrive nel suo vangelo: «Maria si trovò incinta per opera dello Spirito Santo» (Mt 1,18). La qual cosa significa che l’incarnazione del Verbo non equivale a un fenomeno genetico e non si lascia decifrare come un particolare stadio evolutivo. Lo intuiva – per esperienza personale – Maria, che «custodiva tutte le cose dette dai pastori, meditandole nel suo cuore», come Luca scrive nell’odierna pagina evangelica. E anche noi dobbiamo accoglierne l’annuncio nel silenzio della nostra coscienza, per passarlo al vaglio della nostra riflessione, per lasciarcene meravigliare e trasformare.
La Legge-Torah, se non fraintesa in prospettiva legalistica o moralistica, è Dio stesso. È il suo dirsi e il suo darsi a noi, «non troppo alto per te, né troppo lontano da te», leggiamo in Dt 30,11 e 14: «Anzi, questa Parola è molto vicina a te, sulle tue labbra e nel tuo cuore, per poterla vivere». È il mistero del Natale. E il modo più efficace per parteciparne è imitare Maria.
da tuttavia.eu 31 dicembre 2025

