Le (nuove) inchieste del Commissario Filippo Falconara. A Calatorre

Lillo Ariosto
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Ottava  puntata

Tanino “l’informatore”. La Muarra, lo “schiticchio”, il barbecue e la pubblicità di “Intimissimi”.

– Commissario buongiorno. Sul suo tavolo c’è una segnalazione arrivata dall’ospedale di San Gheppio, anzi di Santa Maria dei Miracoli, come lo hanno battezzato adesso alla Regione. Al pronto soccorso ieri sera si è presentato un tizio con una profonda ferita sulla fronte e una mezza “latata” di capelli incendiati. Al pronto soccorso lo ha accompagnato uno che ha detto ai sanitari che l’amico suo, che era mezzo rintronato, era caduto sulla fornacella con cui stavano facendo uno schiticchio in campagna. Dice che gli era caduto un caddrozzo di sasizza a terra e mentre tentava di raccoglierlo ha impinto su un piede della fornacella e si abbrusciò in testa. Al medico di turno gli è sembrata una mezza minchiata e quindi sul suo tavolo questa mattina lei ha questa camurrìa.

Falconara era appena sceso dalla sua Golf bianca che aveva parcheggiato all’interno del recinto della Questura, in procinto di recarsi in ufficio, quando era stato così accolto da Tanino “l’informatore” che gli era improvvisamente apparso a ridosso di un cespuglio della siepe, appena dietro l’inferriata del parcheggio. Il report giornaliero di Tanino non lo stupì più di tanto, dal momento che – non si sa perché – lui era più veloce e preciso del mattinale che dalle prime luci del giorno veniva redatto in Questura per indicare i fatti avvenuti nella notte.

Tanino buongiorno. Ancora il saluto non lo hanno abolito.

– Buongiorno commissario. Io il saluto non glielo avevo ancora dato perché volevo che lei, prima di subito, sapesse di questa cosa assai stramba.

In ogni caso… buongiorno a Lei signor Commissario.

Falconara, pur non meravigliato delle stranezze che accadevano nei pressi degli uffici della Questura di Calatorre, finse di rimanere sorpreso della anticipazione.

– Tanino e tu come sai queste cose? Qualcuno ti ha fatto entrare nel mio ufficio? Non è che ti sei introdotto di soppiatto nella mia stanza e hai rovistato tra le mie cose?

Tanino non si fece impressionare dal tono del commissario.

– Dottore io sottopiatto non so manco cosa significa.

Sotto il piatto io non so che cosa lei ci tiene.

Poi aggiunse meravigliato.

– Veramente non capisco neanche perché lei si porta il piatto in ufficio. Comunque…io nel suo ufficio non mi permetterei mai di entrare. Che sono ladro? Io l’informatore della Polizia faccio. Lei lo sa. Io un lavoro ce l’ho. Perché dovrei cambiare mestiere?

Falconara ignorò volutamente il particolare sillogismo di Tanino. Del resto doveva ammettere che la notizia gli aveva evitato il malumore di vedersi, di primo mattino, una camurrìa di fascicolo su un altro rebus da quattro soldi ma di una complessità, per gli “Oltre Faro”, inimmaginabile. Volle rendere omaggio alla “fedeltà” dell’informatore e, con la speranza che Tanino potesse essere utile nel prosieguo dell’indagini, lo salutò ringraziandolo.

– Tanino grazie della “soffiata” e buongiorno.

– Buongiorno a lei signor commissario. E si riparasse dalle soffiate ca c’è friddu

Con quest’ultima avvertenza Tanino, come era apparso, così era sparito dietro il cespuglio da cui era sbucato.

Falconara, apparentemente distaccato dalla stramberia che lo aveva visto protagonista, entrò in Questura. Subito l’agente alla porta, che aveva sostituito nel turno La Manna, gli si parò davanti per dare quella che gli sembrava essere un’anticipazione.

– Dottore sul suo tavolo c’è un rapporto che viene dall’Ospedale. Non il rapporto. Dall’Ospedale ci è arrivato. Insomma un dottore ha segnalato un incendiato sospetto.

Falconara volle mettere fine a quella confusione verbale.

– Grazie, grazie. Adesso vedo. Grazie ancora.

Naturalmente non fece cenno della notizia già favorita da Tanino “l’informatore”. Non voleva che si pensasse che qualcuno in Questura non fosse all’altezza del “collaboratore esterno”. In Ospedale in tanti conoscono tanto (più celebre la frase di Winston Churchill sui “tanti” e sul “tanto”… Lo so sono didascalico ma, qui, sul web, non riesco a trattenermi n.d.a.) e qualche portantino o addetto alle ditte varie che hanno in appalto logistica e pulizie dell’Ospedale si fanno sfuggire sempre qualcosa che Tanino, chissà come, sa cogliere.

Del resto, come aveva detto, era il suo mestiere.

Sul tavolo di Falconara si stagliava nel mare di carte una carpetta grigio-azzurra che spiccava come una portaerei ancorata in rada, tanti erano i post-it posizionati su ambo i lati del fascicolo come aerei sul ponte di partenza. Al centro un logo della locale ASP. Alzò uno dei lembi della carpetta e a conferma della nave da battaglia che appariva, altri post-it piccoli, giacevano all’interno. Fece ordine degli stessi riuscendo a ricostruire la dinamica dei fatti.

Nella sostanza il medico del Pronto Soccorso dell’Ospedale Santa Maria dei Miracoli di Calatorre, come neo-nomenclato dalla nuova burocrazia regionale, denunciava l’arrivo in P.O. di tale Armando La Muarra, di professione venditore ambulante di biancheria intima. Lo stesso risultava essere stato accompagnato in Ospedale dal suo amico, anzi conoscente, come era stato dichiarato, Giovanni Malerba. I due avevano riferito di un incidente domestico in quanto, per un inciampo accidentale, il La Muarra era andato a finire sul barbecue in quel momento acceso in ragione di una cena serale in campagna del Malerba ed altri soggetti non identificati. Il La Muarra risultava ustionato al braccio destro, al capo sul medesimo lato e a entrambe le estremità dei piedi. L’ustione più grave, di secondo grado, aveva interessato meno di un quarto del lato destro della calotta cranica sull’arco zigomatico e in leggera parte all’area dell’osso parietale.

I medici, proprio per la natura e le parti interessate dalle ustioni si erano convinti a stilare il rapporto inviato in Questura.

Dopo avere letto la relazione dei sanitari, Falconara riprese il fascicolo del presunto attentato alla panineria. Si ricordò di un nome. Nel rapporto della pattuglia intervenuta apparivano tra i testimoni i nomi di tale Agatina Li Volsi e di Giovanni Malerba. A Falconara quel nome era stranamente familiare ma non riusciva a ricordarne il motivo. Pensò che poteva trattarsi di una omonimia. Diffidente come era si riservò di verificare la cosa privatamente mentre, in via ufficiale, fece convocare per l’indomani la Agatina Li Volsi.

Chiese all’agente La Manna, intanto rientrato in servizio, di reperire tutte le notizie possibili sulla stessa.

Si ricordò poi che aveva da svolgere un altro incombente. La involontaria “soffiata” di Maria Stella sulla parrucchiera “clandestina” e quel nome Malerba che gli ronzava in testa gli avevano pizzicato alcune corde investigative di cui era naturalmente dotato. Aveva creato un proprio link mentale che lo spingeva a quell’impegno “incombente”. E quando pensava al termine “incombente” non era per una personale eleganze lessicale ma perché quello che si proponeva di fare era per lui davvero opprimente, pesante, oppressivo.

Era per Falconara – in una parola – SOVRASTANTE.

– Buonasera signora Lo Celso. Posso disturbarla un attimo.

– E perché un attimo. Lei mi disturba sempre.

Pertanto o mi disturba ora o mi disturba dopo… sempre mi disturba.

Comunque, visto che è la Polizia, si accomodi. Pertanto voi poliziotti, quando vi conviene, fate il vostro dovere. Quando non vi conviene fate quello che vi conviene.

Falconara digerì all’istante il particolare ragionamento della Lo Celso, mise in soffitta le sparate della vedova e decise di fare come se nulla avesse pronunciato la acida dirimpettaia.

– Grazie del suo tempo signora Lo Celso. E’ molto gentile.

– Se a lei pare gentile quello che le ho detto…. Contento lei.

Se sapevo gliene dicevo di più. Anzi di peggio.

Ma comunque sentiamo. Che vuole?

La Lo Celso non arretrava di un millimetro.

– Signora mi sono permesso di venire io da lei e di non farla venire lei da me, nel mio ufficio in Questura.

– E ci mancasse altro. Cheffà mi voleva fare accompagnare dai Carabinieri…. in Questura?

Cheffà mi vuole arrestare? Quale delitto avrei commesso? Cheffà ci ho pestato il piede allo scrafaglio che sta sempre sul suo tappeto?

Perché lei manco uno scrafaglio sa fare volare.

Ma come lo hanno fatto polizotto non lo so.

Mah!?

La vedova non si smentiva.

– No signora. Ma cosa va pensando. Io ho bisogno del suo aiuto per una mia indagine.

– Lei ha bisogno de mio aiuto? Ma allora è vero! Ma che razza di poliziotto è lei?

Ma la Polizia lo sa che lei si fa aiutare “a parte di casa”?

Io non ci sto capendo più niente. La Polizia che non sa fare la Polizia. Bene siamo messi.

Falconara era corazzato. Le frecciate della Lo Celso non lo intaccavano. Quando doveva portare avanti un’indagine non c’era niente che lo potesse impressionare o fare arretrare. Oramai per Falconara la vedova era una malattia fastidiosa ma da combattere tenacemente. La soluzione del caso che stava affrontando stava più in alto di ogni cosa, anche irritante, come la Lo Celso.

Era fatto così. Un combattente paziente, tenace, sempre pronto alla battaglia. “La battaglia del pianerottolo”.

– Va bene signora, forse mi sono espresso male. La prego mi ascolti. Abbia un pò di pazienza.

– Voi uomini non sapete fare altro che chiedere pazienza. Anche quella buon’anima di mio – buon’anima per modo dire naturalmente – marito, che era pure lui, come lei, una cosa inutile mi chiedeva di avere pazienza.

Ma pertanto oramai….

Il Signore se lo è chiamato…

A Falconara venne di nuovo in mente il povero coniuge. Lo immaginò con il cappello in mano davanti a San Pietro mentre piangendo implorava: “Pietà, pietà… liberatemi. Liberatemi. Liberatemi da mia moglie…”  

Dribblò dunque la osservazione “gentile” della Lo Celso e per amore della indagine, mostrando serenità, chiede.

– Signora Lo Celso lei conosce un tale Giovanni Malerba?

– Lo Conosco? Certo che lo conosco. Un cosa fitusa di prima scelta.

E’ il figlio della mia povera sorella Michela, sposata con uno sdisonorato di prima qualità. Gaetano Malerba si chiama.

Mia sorella purtroppo non ce l’ha fatta a fare morire prima il marito.

Mischina se ne andata quasi nel sonno. Una sincope. Manco se ne è accorta.

Io ce lo dicevo… guardati che il tuo Gaetano è fatto di un’altra pasta rispetto a quella mezza minkia di mio marito.

Quello se ne fotte di tutte cose.

Quello ti cucina prima a te.

Comunque è andata così. Se ne è salita al cielo… e così sia.

Falconara pensò all’animo gentile della Lo Celso che si dimostrava sempre più coriacea. Al dir del vero il pensiero ritornò al marito della vedova che, forse mettendosi d’accordo con il Padre Eterno aveva preferito svignarsela in Cielo piuttosto che condividere una così grande umanità e cortesia della coniuge (non) addolorata.

– Allora è suo nipote.

– Sissignore. C’è una legge che lo vieta?

Sempre più acida la vedova.

– No, no signora. Lei è in pieno diritto di essere la zia di Giovanni Malerba.

– Si in diritto ma…. Pare che io l’avanzavo. Lasciamo perdere…

Rispose sempre aspra la vedova.

– Perché signora Lo Celso?

Chiese meravigliato Falconara.

– Perché, perché? Me lo chiede pure. Se lei mi viene a incuietare sino a casa mia per farmi domande su questo mio fatto a nipote vuole dire che lei lo ha letto nelle sue carte in Questura. Non è così?

Che ci pare che sono “babba”?

La vedova dimostrava di avere forse già avuto amare esperienze passate a causa del nipote.

– No signora non mi permetterei mai.

Di rimando la Lo Celso.

– E allora… mi dicesse che cosa ha fatto questa cosa inutile di mio nipote.

– No signora. Suo nipote ha fatto un gesto nobile. Ha accompagnato in ospedale un suo amico che sfortunatamente aveva avuto un incidente.

L’assicurò il Commissario.

– Addirittura! Che mi sta contando?

Cheffà mi vuole coglioneggiare?

La Lo Celso meravigliata.

– Ma che dice? Non mi permetterei mai.

Guardi che è proprio vero. Suo nipote ha accompagnato un suo amico all’Ospedale dopo un incidente domestico. Proprio così cara signora Lo Celso….

Falconara pensava di essere riverente. Sbagliò su tutta la linea.

Forse aveva ragione Maria Stella. Falconara di femmine non ne capiva proprio. Tant’è che la Lo Celso quasi inferocita.

– Cara lo va a dire a sua cugina o a sua zia…. perché spero che sorelle non ne abbia.

Povera mischina… capace che dovrebbe combattere con lei…..

Per carità… Signuri liberatini!!

Falconara sempre più meravigliato.

– Perché signora Lo Celso? Per me lei è una cara persona.

Ancora la Lo Celso sempre più arraggiata.

– A finissi. Non ci provi con me. Con me non attacca.

Lei quando vede una femmina in carne pare che annorba.

Falconara stava per rivolgere un’altra domanda quando la Lo Celso continuò.

– Senta mi ascolti. Per me questo mio nipote, come suo padre, vale adire fatto a cognato, è veramente una cosa inutile. Non ha mai voluto scuola e manco lavoro.

Sape appena leggere la pubblicità della reclame di “Intimissimi” perché ci sono le femmine in mutande mezze nude.

Mi meraviglia quello che lei mi sta dicendo.

Se ha accompagnato un suo amico all’Ospedale sarà sicuramente quell’altro cosa inutile del fidanzato della mia parrucchiera. Armando La Muarra.

Tutti e due si sfidano con le birre e con le corse di macchine finte da corsa.

E poi passano il tempo ad andare a inquietare femmine.

Soprattutto quelle povere donne oneste, che per mestiere si devono mettere in minigonna e stivaloni, per lavorare sul vialone vicino la ferrovia.

A Falconara, per il momento, bastava così.

To be continued…..

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