Lettera aperta di due cittadini sancataldesi su una tela donata alla chiesa madre

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da Rosario Prizzi e Cataldo Fascianella riceviamo e pubblichiamo:

Il 26 settembre scorso, in prossimità della ricorrenza del XX anniversario della morte di mons. Cataldo Naro, arcivescovo di Monreale, scomparso cinquantacinquenne il 29 settembre 2006, la Società Operaia di Mutuo Soccorso “Giuseppe Rizzo” ha inaugurato presso la sua sede, a San Cataldo, una mostra per ricordarne la figura e l’operato. Nella mostra è stata esposta una grande tela, ideata e realizzata da Rosario Prizzi, raffigurante una sorta di “sacra conversazione”, con la Madonna al centro tra il patrono della città – il vescovo d’origine nord-europea san Cataldo – e lo stesso mons. Cataldo Naro, in paramenti liturgici e piegato in ginocchio a pregare. Sullo sfondo uno scorcio del suo paese natìo.

Prizzi specifica che il quadro è soltanto una “sorta” di conversazione, perché in realtà la figura di mons. Naro non ha alcun contrassegno di santità ufficialmente canonizzata (attorno alla sua testa non c’è alcun nimbo, non c’è alcuna aureola): egli mantiene la postura orante di un semplice devoto della Madonna, come in alcuni dipinti d’epoca rinascimentale e barocca – oggi collocati dentro Chiese importanti – si può rinvenire. Il 4 ottobre scorso, il presidente della Società “Rizzo”, Cataldo Fascianella, ha scritto all’arciprete sancataldese, don Alessandro Giambra, per comunicare la decisione di donare la pala d’altare alla Chiesa Madre, allo scopo di collocarla sopra la tomba di mons. Naro (le dimensioni della tela, corredata già di consona cornice lignea, sono esattamente compatibili con l’inquadratura a stucco che si trova sulla parete in cui è sepolto il presule). Con lettera del 15 ottobre Fascianella tornava a dichiarare queste intenzioni all’arciprete, chiedendo se le autorità diocesane avessero già deliberato in merito e pregando di conoscere, in ogni caso, le motivazioni di un eventuale diniego. Con lettera del 22 ottobre, il vescovo – mons. Mario Russotto – concedeva all’arciprete il permesso di accettare la donazione, ma non autorizzando la collocazione del quadro sulla tomba di mons. Naro: la grande tela potrà essere allocata in un ambiente qualsiasi delle sagrestie, ma non dentro la Chiesa Madre. A loro volta, l’ideatore e autore del quadro e il presidente della Società “Rizzo” fanno pervenire in redazione questa loro “lettera aperta”.

La pala che non doveva stare dove avrebbe dovuto stare

Certe vicende, più che essere raccontate, andrebbero consegnate ai manuali di logica come casi di studio. A San Cataldo, infatti, è accaduto qualcosa che avrebbe divertito Aristotele e disperato il buon senso.


Una pala d’altare dedicata a mons. Cataldo Naro, donata alla Chiesa Madre affinché fosse collocata sopra la sua sepoltura, potrà essere accettata, ma non posta sopra la sua sepoltura. In altre parole, l’opera può stare ovunque tranne che nel luogo per il quale è stata concepita e donata. Una soluzione di raffinata creatività amministrativa, che meriterebbe una voce autonoma nei trattati di ermeneutica ecclesiastica. Del resto, la storia insegna che il destino dei personaggi insignificanti è l’oblio, mentre quello delle personalità realmente influenti è continuare a offrire sane e salutari “provocazioni” anche quando non possono più parlare. E così accade che, a vent’anni dalla morte, l’arcivescovo Cataldo Naro sembri conservare la capacità di indisporre chi, già mentre egli era in vita, non riusciva a dimostrare la sua stessa levatura.

 
Il vero capolavoro, però, è il silenzio sulle motivazioni. Nessuna spiegazione chiara, nessun argomento pubblico, nessun confronto. L’editto cala dall’alto nella sua algida perfezione. Ed è un peccato, perché la trasparenza avrebbe privato la vicenda del suo fascino principale: il mistero. Quando le ragioni vengono spiegate, infatti, i cittadini comprendono e – se è il caso – argomentano una loro replica; quando vengono taciute, immaginano. E l’immaginazione, si sa, è una risorsa inesauribile.


Non sembra trattarsi di una questione artistica. Se così fosse, qualcuno dovrebbe avere il coraggio di aprire una discussione sull’eterogeneo panorama estetico che negli anni ha trovato ospitalità nelle nostre chiese, con risultati talvolta degni di una severa riflessione e, in altri casi, di una sincera risata. Lo si può certamente affermare, con buone ragioni, per la stessa Chiesa Madre sancataldese, dove qualche anno fa è stato posto un dipinto realizzato ai nostri giorni, per il quale nessuno ha chiesto il permesso alle superiori autorità curiali e queste non hanno concesso alcun permesso (certamente, siccome trattasi di questioni “private” e coperte dal “segreto”, non di faccende comunitarie come invece dovrebbe, qualcuno potrà smentire senza tema di contraddittorio ciò che qui scriviamo). Meglio, dunque, non avventurarsi su questo terreno.


Forse il vero problema è che la cultura continua a essere un fattore scomodo. Le persone colte hanno un’insopportabile tendenza a lasciare tracce. I loro libri restano, le loro idee permangono, il loro esempio sopravvive, l’insegnamento che hanno offerto circola ancora sulle gambe e nella testa delle persone che lo hanno accolto. E, soprattutto, quei loro libri rendono più evidente il vuoto lasciato da chi non ha prodotto nulla di comparabile. È una dinamica antica quanto l’umanità e, a giudicare dagli eventi, ancora perfettamente funzionante.


La vicenda, tuttavia, pone una questione più ampia. Una comunità, sia laica che confessionale, dovrebbe custodire con orgoglio le figure che ne hanno accresciuto il prestigio culturale e spirituale. Invece si ha l’impressione che, troppo spesso, il riconoscimento arrivi da privati cittadini, associazioni e singoli estimatori, mentre le istituzioni, ecclesiastiche o meno, osservano alla lontana, con una prudenza così estrema da sconfinare nell’immobilismo, quando non nel frapporre ostacoli e nell’imporre veti. Come è successo, sempre a San Cataldo, qualche mese fa, presso l’ex Istituto Fascianella, dove è stato realizzato un lungo murale, raffigurante le più importanti personalità siciliane del Novecento, dal cui novero – ancora una volta – è stata esclusa la figura di mons. Cataldo Naro. I fatti si vedono e gli antefatti si vengono a sapere. E poco importa, dalle nostre parti, che il ritratto di mons. Cataldo Naro figuri invece, già da diversi anni, nel Centro “I Giusti di Sicilia”, che la diocesi di Mazara del Vallo ha realizzato a Marsala. Poco importa che presso la Fondazione “Leonardo Sciascia”, a Racalmuto, patria dello scrittore, il Movimento Cristiano Lavoratori organizzi ogni anno, da circa vent’anni, il Premio Nazionale “Solidarietà” intitolato proprio a mons. Cataldo Naro. Poco importa che a Napoli, da vent’anni il Dipartimento di Storia del Cristianesimo della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale sia intitolato a mons. Naro. Nemo propheta in patria?


È singolare che una città e una diocesi, capaci di organizzare celebrazioni per le più svariate ricorrenze, abbiano trovato così poche occasioni per ricordare pubblicamente uno dei loro figli più illustri. Se non fosse stato per chi gli è stato in vita più vicino, per vari motivi, in vent’anni la sua memoria sarebbe stata del tutto “damnata”.


Ma forse è proprio qui il cuore della faccenda. La pala d’altare potrebbe essere soltanto un pretesto. La vera domanda è un’altra: perché alcune comunità trovano così difficile rendere onore alle loro personalità migliori? Probabilmente perché il merito, quando è autentico, continua a fare ombra anche dopo vent’anni. E le ombre, per quanto nobili, c’è sempre qualcuno che preferisce spostarle altrove. Purché non si posino nel luogo che la storia ha già scelto per loro.


Tuttavia vien da chiedersi: e se le motivazioni fossero altre ancora? Magari, come dicono i cinesi, si punta a “uccidere la gallina per spaventare la scimmia”, cioè a servirsi di questa occasione per far pesare il proprio potere sulla memoria di un defunto al fine di ipotecare sempre più la creatività e mortificare l’impegno di chi – ancora in vita – tenta, con buona volontà, di seguirne la scia? Sarebbe cosa ancor più triste.

Rosario Prizzi e Cataldo Fascianella

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