Primo Maggio

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di Tina Duminuco

Primo Maggio, odore di salsicce arrostite, fave verdi e finocchietto selvatico, vino rosso e qualcuno che canta nostalgico.  Festa e riposo. Mosconi che ronzano nell’aria ancora incerta di questa primavera indecisa. I fiori comunque svettano sull’erba alta, i cardi viola e le gialle ginestre… Ma queste ginestre per fortuna non sono macchiate di sangue come allora, sono ignare di un passato feroce quando i contadini lottavano per un pezzo di terra che si erano guadagnati col sudore.

La terra a chi lavora… ma quale terra? La terra dei padroni non si tocca, deve restare lì magari incolta. Feudi e latifondi di baroni arroganti e gabellotti prepotenti, mafia e politica, processi lunghi che hanno lasciato una scia di misteri e omissioni.  Sono passati gli anni, la storia macina veloce gli eventi, ma i morti di Portella della Ginestra non si possono dimenticare.

Primo Maggio “Festa dei Lavoratori”.

I lavoratori…

Quelli che hanno un buon lavoro, che sono contenti e stanno realizzando i loro sogni.          

Quelli che lavorano a nero e quelli che lavorano…in bianco (o forse in bianco muoiono!?).

Quelli che ci vengono a rubare il lavoro (perché non li rimandiamo a casa loro?).

Quelli che sono in esubero nelle fabbriche delocalizzate (e a cinquant’anni sono rimasti a casa).

Quelli che il salario è troppo basso (e non sanno se ce la faranno ad arrivare a fine mese).

Quelli che sono precari e un mutuo non lo possono pagare (le banche non scherzano mica!).

Quelli che…ma prenderemo mai una pensione?

Quelli… del variegato mondo del lavoro.

O della disoccupazione che toglie all’uomo un diritto sancito dall’articolo 4 della Costituzione Italiana.

“Il Quarto Stato” di Pelizza da Volpedo dal 1901 ai nostri giorni è diventato il simbolo della presa di coscienza di una classe sociale decisa a ottenere quello che la prepotenza dei padroni da sempre gli negava. Una rivolta pacifica di uomini, una Fiumana (così l’aveva chiamata l’artista in una versione precedente) di contadini che sembra uscire dal grande quadro appeso alla parete della Galleria d’Arte Moderna di Milano per ricordare ancora oggi che la legge del più forte può essere cambiata. Camminano lentamente, avanzano con dignità, non spavaldi ma con la coscienza di essersi guadagnato il diritto ad andare avanti, con il sudore della fronte per gli anni passati a dissodare e zappare la terra, trasformando lande desolate, in giardini dove la vita e la bellezza rifioriscono. Portano scarponi logori, zoccoli di legno o piedi nudi duri come pietra. Hanno la schiena spezzata e le mani callose ma lo sguardo limpido di chi guarda ogni mattina il primo sole sorgere sulla cima degli alberi e la sera scendere a dormire dieto la collina.    

 In prima fila c’è anche una donna che avanzando si gira verso gli uomini e sembra incitarli a non avere paura di lottare per il loro futuro. E il futuro è quel bambino paffuto che porta in braccio.

Quelle lotte di uomini e di donne sono servite a dare una speranza a chi viveva sotto il dominio di un potere che sembrava immutabile. Contadini, minatori, operai con la tuta blu, che avevano imparato a non subire, avevano dimostrato che chiedere e lottare per i propri diritti è giusto e dignitoso.    

Oggi la terra i contadini l’hanno dovuta lentamente abbandonare perché il mondo delle macchine ha preso il sopravvento e, come racconta John Steinbeck in “Furore”, gli uomini hanno cominciato un nuovo esodo alla ricerca di un lavoro che permetta loro una vita non certo lussuosa ma dignitosa.  La globalizzazione poi ha trasformato l’agricoltura ed il mercato, ma il benessere di alcuni si sviluppa sempre sulla pelle di molti; c’è ancora una guerra tra poveri, qualcuno da guardare come un nemico perché vuole toglierti quel poco che hai conquistato a fatica. Una continua caduta verso l’inferno in cui ancora oggi in tante parti del mondo la civiltà sembra precipitare.

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