di Aldo Davide Pilato
Viviamo in un’epoca in cui lo spazio sembra essersi ristretto allo schermo luminoso di uno smartphone e il tempo si è trasformato in una corsa senza meta, divorato da impegni e preoccupazioni che spesso ci allontanano persino da noi stessi. Il rumore delle relazioni, sempre più frenetiche e superficiali, finisce per coprire quel silenzio interiore nel quale la spiritualità potrebbe ancora fiorire. La «scatola mediatica» ci connette e, nello stesso tempo, rischia di isolarci: soli in
mezzo a una folla virtuale, mentre la dimensione del sacro arretra, sopraffatta dall’urgenza di un presente che non concede più spazio all’ascolto.
Eppure, proprio in questo deserto di connessioni spesso vuote, c’è chi immagina un’altra strada. C’è chi guarda ai borghi antichi come a oasi di senso, luoghi nei quali il tempo può tornare a scorrere secondo un ritmo più umano. È il caso del borgo di Santa Rita, piccolo gioiello incastonato tra le dolci colline nissene, a pochi chilometri da Caltanissetta. Un luogo che sembra appartenere a un’altra epoca e che oggi, grazie alla genuina visione di padre Carmelo Carvello e alla riflessione di Papa Leone XIV sulla costruzione di nuove comunità, potrebbe trasformarsi in un segno di speranza
per le nuove generazioni.
Non è un progetto già definito, ma un’intuizione, una possibilità che questa realtà cattolica può aprire in direzioni diverse. Un seme gettato nella terra del borgo, destinato a germogliare secondo percorsi differenti ma accomunati da un unico obiettivo: restituire senso alla vita, in un’epoca in cui anche la speranza è difficile da immaginare, in un mondo che sembra averlo smarrito.
Il borgo, un tempo conosciuto come Pisciacane, nel 1895 fu immaginato dal barone Rosario La Lomia come insediamento per i braccianti agricoli. Di quel progetto rimane oggi una piccola comunità: quindici famiglie, una delle quali attende la nascita di un bambino; una chiesa rosa, con il suo campanile slanciato; e un silenzio che non è affatto vuoto, ma carico di possibilità. Dalla chiesa lo sguardo si apre lontano, sulle colline dei campi coltivati, fino all’orizzonte, là dove cielo e terra sembrano incontrarsi. È un panorama che abbraccia e consola, un paesaggio capace di parlare al cuore più di mille parole.
È qui che si può riscoprire il significato del fare comunità attraverso relazioni più autentiche e ritrovare un senso alla propria esistenza, là dove ogni cosa acquista valore anche attraverso il sacrificio. Non per fuggire dal mondo, ma per costruire un’alternativa possibile fondata sulla condivisione e sulla preghiera.
Nel borgo la vita conserva ancora il ritmo di un tempo. Ogni giorno si sforna il pane fresco, il cui profumo si diffonde lungo le strade e sa di casa, di tradizione e di cose autentiche. Si possono gustare latticini locali e prodotti genuini che raccontano la generosità della terra e il lavoro paziente di mani che ancora conoscono il valore dell’attesa. È inoltre possibile prenotare un pasto e lasciarsi guidare alla scoperta dei sapori della campagna, attraverso piatti preparati con prodotti freschi e del territorio.
Riscoprire le nostre potenzialità: le tappe di un cammino spirituale
Abbiamo bisogno di riscoprire e coltivare le nostre potenzialità, imparando nuovamente a camminare: passo dopo passo, con pazienza, fiducia e senza paura delle cadute. È questal’immagine che meglio rappresenta un cammino spirituale, fatto di tappe, scoperte, fragilità e ripartenze.
Come un bambino che impara a camminare, anche noi attraversiamo momenti diversi: il risveglio, quando scopriamo dentro di noi nuove possibilità; la fiducia, quando impariamo ad affidarci alle nostre capacità e a chi ci accompagna; la prova, quando incontriamo il limite e la caduta; il rialzarsi, quando comprendiamo che la fragilità può diventare forza; e infine la scelta, quando troviamo una direzione e decidiamo di metterci in cammino.
Il primo passo di un bambino è piccolo e incerto, ma contiene già la promessa di un cammino. Così anche per noi, in un’epoca segnata da precarietà e preoccupazioni, ogni passo può diventare una possibilità di rinascita: riscoprire chi siamo, ritrovare fiducia e aprirci alla speranza.
Un oratorio naturale per le famiglie, per i figli, per i pellegrini, un abbraccio che accoglie
È da qui che potrebbe nascere una delle possibilità più significative per Santa Rita: un oratorio pensato per le famiglie, per quei figli che rischiano di smarrirsi ma anche per i pellegrini e per tutte quelle persone che sentono il bisogno di fermarsi, ritrovare se stesse e cercare un senso.
Le famiglie di oggi sono spesso fragili e, quando vengono lasciate sole, rischiano di trasmettere le proprie ferite ai figli. Viviamo in una società che sembra aver progressivamente smarrito molti dei valori cristiani e che troppo spesso misura il successo sulla capacità di possedere, consumare e accumulare beni, alimentando la competizione materiale e l’individualismo.
Servono luoghi nei quali le persone possano sentirsi accolte senza essere giudicate; luoghi nei quali poter ricominciare,
riscoprire la solidarietà e comprendere che vivere insieme non è una debolezza, ma una ricchezza. Santa Rita potrebbe diventare anche uno spazio di incontro durante i mesi estivi, un luogo nel quale le famiglie possano trascorrere giornate di vacanza, giocare, stare insieme e recuperare quella dimensione comunitaria che spesso manca nella vita quotidiana. Si potrebbe persino immaginare la realizzazione di una piccola piscina e di un agricampeggio, creando un’opportunità di soggiorno semplice e accessibile anche per chi non può permettersi una vacanza tradizionale.
Ma l’idea può andare ancora oltre. Santa Rita potrebbe diventare un luogo di educazione per le nuove generazioni, una sorta di aula a cielo aperto nella quale le scolaresche possano riscoprire il valore della vita genuina: laboratori per coltivare un orto, conoscere le piante, prendersi cura degli animali, osservare il susseguirsi delle stagioni e imparare il rispetto per la terra.
La Messa di padre Carmelo: un’esperienza che rompe gli schemi
A guidare questo possibile risveglio spirituale c’è padre Carmelo, rettore della chiesa del borgo, un sacerdote che ha fatto della semplicità e dell’accoglienza una cifra del proprio ministero. La sua Messa rompe alcune consuetudini e cerca una forma capace di arrivare direttamente al cuore delle persone, sempre più numerose durante la celebrazione domenicale delle ore 11.
Durante la celebrazione può accadere che il sacerdote si fermi e inviti qualcuno a salire sull’altare. Non necessariamente per leggere una lettura, ma per recitare una poesia: versi che parlano di vita, fatica, amore e speranza. E quelle parole, pronunciate davanti all’altare, diventano preghiera. Può accadere anche che qualcuno venga invitato a intonare un canto capace di restituire senso, magari non appartenente al repertorio liturgico tradizionale, ma in grado di toccare corde profonde. E allora, sotto le volte della chiesa rosa, anche quel canto può diventare una forma di lode.
Padre Carmelo celebra in maniera diversa, o, come dice lui, «alla pisciacanara», ma soprattutto in maniera genuina. Le sue parole cercano la semplicità di un padre che parla ai propri figli: non l’esibizione intellettuale, non formule teologiche difficili, ma un linguaggio capace di raggiungere il cuore. E il crescente afflusso di persone alla celebrazione domenicale sembra testimoniare quanto questa modalità di accoglienza sappia parlare alla gente.
E poi ci sono il sorriso e l’allegria: un sorriso che mette a proprio agio, scioglie le diffidenze e fa sentire accolto anche chi entra per la prima volta, chi è ferito, chi è lontano dalla Chiesa e persino chi non crede. In questo atteggiamento si può riconoscere il tratto evangelico di Gesù: colui che accoglieva lo straniero, sedeva a tavola con i peccatori e non permetteva che la rigidità delle regole diventasse una barriera tra l’uomo e Dio.
Una Chiesa aperta, dunque. Una Chiesa nella quale anche la poesia e il canto popolare possono diventare strumenti per cercare la Grazia.
La parola di Papa Leone: un’eco che arriva fino a Santa Rita
In questo contesto assumono un significato particolare le parole pronunciate da Papa Leone XIV in occasione del quinto Incontro mondiale dei movimenti popolari. «Sono con voi», ha detto il Papa ai rappresentanti dei movimenti popolari, riconoscendo come «legittima e necessaria» la loro ricerca
di alternative.
È un messaggio particolarmente significativo in un’epoca nella quale la parola «alternativa» sembra talvolta essere scomparsa dal vocabolario comune, sostituita dall’omologazione dei consumi, dei modelli di vita e persino dei pensieri. Il Papa ha inoltre invitato la Chiesa ad accompagnare queste realtà, richiamando l’esperienza del passato e il rapporto costruito con i sindacati. È un invito a non limitarsi alla pastorale tradizionale, ma a stare accanto a chi cerca dignità, comunità e giustizia.
Padre Carmelo parla di un invito che «fa sognare»: «Andare al cuore dell’amore della Chiesa per i poveri e con i poveri può e deve essere non soltanto una delle tante “cose da fare”». E aggiunge: «Nel mio piccolo, qui nel Borgo Santa Rita proverò a metterlo in pratica, perché dallo scritto eccellente si passi a un’azione concreta».
È forse proprio qui il punto: trasformare un’intuizione in un cammino.
I sogni di padre Carmelo: un santuario e una strada da riparare
Padre Carmelo guarda lontano. Tra le possibilità che immagina per Santa Rita ce ne sono almeno due che uniscono dimensione spirituale e concretezza.
La prima è trasformare la chiesa di Santa Rita in un santuario. Non un santuario qualsiasi, ma un luogo capace di accogliere pellegrini, famiglie, persone stanche e ferite dalla vita. Un luogo nel quale chi arriva possa ritrovare quella pace che il mondo spesso non sa dare.
La seconda è molto più terrena, ma non per questo meno importante: sistemare la strada che dalla provinciale conduce al borgo. Una strada in parte dissestata, segnata da buche e difficoltà che rendono complicato raggiungere Santa Rita. Una strada che deve percorrere ogni giorno anche la donna incinta che vive nel borgo.
Ed è proprio questa immagine a diventare, nella sensibilità di padre Carmelo, qualcosa di più di un problema infrastrutturale. Mentre l’auto affronta le asperità del manto stradale, il bambino nel grembo si muove, reagisce alle scosse. È una scena concreta, quotidiana, ma che può diventare anche una potente metafora.
Padre Carmelo guarda quella donna e immagina che in quel grembo potrebbe esserci Gesù. Non come immagine astratta, ma come presenza viva: Gesù che torna a farsi carne, che sceglie di nascere in un borgo quasi dimenticato, tra le colline della Sicilia, dentro una famiglia povera ma piena di speranza. Gesù che, ancora prima di nascere, sembra chiedere una cosa semplice e radicale: essere accolto.
E allora anche una strada diventa una questione spirituale. Perché se davvero vogliamo accogliere la vita, dobbiamo costruire le condizioni perché la vita possa arrivare. Una strada percorribile diventa così un gesto di cura; un’infrastruttura diventa una forma concreta di attenzione verso l’altro.
Il borgo di Santa Rita, con la sua chiesa rosa e il campanile che si staglia contro il cielo, con le sue quindici famiglie e il bambino che sta per nascere, con il paesaggio che si apre sulle colline nissene, può tornare a essere un faro.
Un luogo dove il tempo non si ferma per morire, ma per rigenerarsi. Dove lo spazio non è più una prigione di solitudine, ma può diventare un abbraccio comunitario. Dove la liturgia incontra la vita e la vita, a sua volta, può diventare liturgia.
Padre Carmelo è entrato nel mio cuore e nel cuore di tutti coloro che lo hanno conosciuto. Infinitamente grato per il dono che abbiamo ricevuto.



