di Claudia Montana
A margine dell’episodio che ha visto coinvolti Donald Trump e Giorgia Meloni, voglio esprimere un concetto che va oltre l’ideologia politica toccando le corde scoperte della loro essenza: quella d’esser uomo e donna dietro il proprio ruolo politico.
Cio che in particolare balza agli occhi è l’emergere della personale rappresentazione di genere, che manifesta con forza e prepotenza la cultura radicata che vi è sotto.
Nel caso di Trump una cultura sessista la quale, incassato un colpo non gradito, ferisce la donna attaccandola sul personale con aria vessatoria e denigratoria, pronta a metterla in ridicolo e a darla in pasto al pubblico ludibrio, svestendola da ogni forma di potere fastidiosa.
E questo succede spesso.
Più di quanto si possa credere.
Perché è l’arma affilata usata in maniera vile per depotenziare ogni forma di successo conquistata con fatica da un “femminile” che pone un “maschile” declassatore a confronto con la sua pochezza.
Il maschile che le donne forti e determinate aborriscono, perché autocentrato e tossico fino a forme di aggressività inconsulte e lesive della dignità altrui.
Il problema, infatti, non riguarda soltanto il dissenso politico o lo scontro tra visioni del mondo differenti. Il punto critico emerge quando il confronto abbandona il terreno delle idee per scivolare su quello dell’identità personale e, soprattutto, dell’identità di genere.
La storia sociale e psicologica ci insegna che il potere femminile continua a generare resistenze ogni volta che rompe gli schemi tradizionali e mette in discussione assetti consolidati.
Dietro queste dinamiche si cela spesso una fragilità identitaria incapace di riconoscere l’altro come pari. Quando il valore personale dipende dalla necessità di dominare, ogni affermazione altrui viene vissuta come una minaccia e non come un’opportunità di confronto.
È un meccanismo antico, profondamente radicato nella cultura patriarcale: colpire la donna non per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta.
E allora accade che il successo, la competenza e l’autorevolezza vengano reinterpretati come arroganza, presunzione o inadeguatezza.
Nella misura in cui una donna che occupa posizioni di leadership viene delegittimata attraverso l’ironia declassatoria, la ridicolizzazione o l’attacco alla sua persona, non si sta più contestando il suo operato: si sta tentando di ricondurla simbolicamente ad uno spazio di inferiorità.
Per questo il tema va oltre i singoli protagonisti e oltre le appartenenze ideologiche. Riguarda il modello culturale che vogliamo costruire.
Perché ogni volta che una donna viene attaccata in quanto donna, e non per le sue idee o le sue scelte, perdiamo tutti: perde la politica, perde il dibattito democratico, perde la possibilità di educare le nuove generazioni a relazioni fondate sul rispetto e sulla dignità reciproca.
E forse la questione centrale non è da che parte stare, ma quale idea di umanità vogliamo legittimare attraverso le nostre parole, i nostri gesti e il nostro modo di esercitare il potere in maniera sana, equilibrata e funzionale.
dott. Claudia Montana


