Nel mese di maggio, il Centro teatrale siciliano (CTS) di Catania ha messo in scena una rassegna teatrale dal titolo “Novecento siciliano”, presso il teatro comunale “Lina Caico” di Montedoro.
Gli spettacoli realizzati sono stati: domenica 11 maggio, “Rosso Malpelo”, da Giovanni Verga, composizione drammaturgica e regia Nino Romeo, con Graziana Maniscalco e allestimento tecnico di Giuseppe Romeo. Domenica 25 maggio, “Uno, nessuno e centomila”, da Luigi Pirandello, regia Pietro Cucuzza, con Salvatore
Valentino, Pietro Cucuzza, Andrea Vasta e allestimento tecnico Giuseppe Romeo.
Ho avuto modo di assistere allo spettacolo “Uno, nessuno e centomila”, tratto dal famoso romanzo di Luigi Pirandello, piacevolissimo e ben recitato dagli attori Salvatore Valentino, Pietro Cucuzza e Andrea Vasta.
La semplicità non è la complessità. Le persone dicono di sé e si raccontano. Ma sono veramente quello che dicono di essere? Tempo fa si diceva convintamente: “fai l’ipocrita e dici sempre di sì, non mostrarti contrario, acconsenti, fai finta di sorridere. E fai contenti tutti!”.
Già, la cosa più facile da fare: fingere! Pirandello docet: siamo tutti attori. È sempre così. Nel teatro ci si denuda e l’attore utilizza la propria umanità dolente per raccontarsi e raccontare le sue verità soggettive e l’altrui verità.
Anche nella vita reale ci raccontiamo i nostri desideri e le nostre paure: attori di noi stessi, con delle maschere indossate che sono “nude” perché si intuisce la nostra “recita” e la compiacenza della
finzione e del fingere per ricevere consenso e applauso.
Allora direbbe Pirandello: è più “vero” il teatro della vita stessa! Viva il teatro. Per amore di un teatro “pedagogico” che attraversa la carne e lo spirito dell’uomo e lo sbrandella, lo seziona, autentica catarsi del
vedersi recitati, attori e spettatori sulla stessa scena della recitazione drammatica, grottesca, puerile, donna e uomo, l’io plurale della diversità che ci riguarda: la vita che guarda la vita.
Capita, a volte, di non dire quello che si pensa per non offendere l’altro che ci ascolta. A volte, si sorride e si fa finta di non capire, pur sapendo che quello che dice l’altro non è vero, che desidera altro da noi, inconsapevole scissione della rappresentazione, tra voci, suoni, sguardi, “sussurra e grida”.
Quando eravamo ragazzi le persone anziane ci dicevano che c’era il lupo mannaro, l’uomo che ululava se si passava da un vicolo buio e stretto. Non era vero! Come tante cose che si dicono e non sono vere.
E cosa ci insegna l’antica arte della messa in scena e del camuffamento, tra giornate sì e giornate no, stanchi a volte di pensare? Forse, si sa. Si consiglia allora di indossare una maschera sociale per ingannare
l’altro. L’umorismo e il suo contrario. Luigi era forse malato, nevrotico, lui che era interessato alla psicoanalisi e al suo inventore Sigmund Freud?
In un mondo fatto di maschere, ci sono anche le persone sincere e autentiche. Già dal tono della voce, dalla postura, dallo sguardo, si capisce. Ma non tutto si può dire.
Nel corso degli anni e per esperienza maturata, si sviluppa una particolare sensibilità a “capire” e a “vedere” l’altro, gli altri. Anche per eccessiva sensibilità. Crescendo e facendo politica, studiando e insegnando, si trova nell’ascolto dell’altro la modalità per intuire e comprendere il suo prossimo. Adesso non ci si fa più caso, non avvertendo la necessità di capire. Si osserva anche in silenzio.
Si, in silenzio. Dalla tragedia alla comicità il passo è breve!
Decisamente pirandelliano. Come amo questa nostra terra!
Tonino Calà

