Il lavoro delle donne e i valori della società patriarcale

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Maggi Giovanni---foto Quarto Stato dopo servizio da Milano

La donna del “Quarto stato” di Pellizza da Volpedo porta in braccio un bambino mentre marcia alla testa del corteo insieme a due uomini che portanto soltanto, disinvoltamente, la loro giacca sulla spalla. Non ci poteva essere sintesi più chiara della disparità che anche nel lavoro pesa sulla vita delle donne, da sempre responsabili del lavoro di cura, nella casa, per la famiglia, senza limiti di orario, senza tutele, senza retribuzione, senza riconoscimento di dignità.

Un lavoro che non si elimina anche quando le donne lavorano fuori casa, caricato di sensi di colpa se non si riesce a svolgere al meglio, considerato “naturale” per le donne, tant’è che quando gli uomini ne svolgono una qualche porzione si parla di “aiuto” come se si trattasse di una mutazione genetica della natura antropologica dell’azione umana.

Il lavoro di cura non produce merci vendibili, si riproduce quotidianamente, inesorabilmente, senza mai raggiungere un obiettivo definitivo, ma è la precondizione per l’agibilità dei luoghi dell’abitare, per l’ordine mentale di chi vive in una casa, per l’armonia delle relazioni.

E non parliamo della cura dei bambini, occupazione estremamente impegnativa, materialmente e psicologicamente, presupposto indispensabile per la continuità della specie e delle società umane, per il quale sarebbe necessaria una formazione scientifica e pratica, perchè non è scontato che lo si sappia fare “per natura”.

Un lavoro ha riconoscimento di valore sociale se viene retribuito, se concorre a determinare il PIL, se può venire svolto in maniera ottimale dagli uomini e dalle donne. Anche il lavoro di cura, di casa, che altrimenti sarà sempre considerato “inferiore”, una diminutio di umanità, relegato a chi “non è all’altezza” di una produttività che determina lo sviluppo economico di un Paese.

Retribuire il lavoro di cura rimane una questione cruciale per incidere sull’ordine simbolico patriarcale che ancora inquadra le dinamiche della nostra vita sociale. Se lo si farà per le donne e per gli uomini che decidessero di dedicarvisi, anche part-time, finalmente si uscirà dalla strettoia della “casalinghità” come ruolo stereotipato di genere che una retribuzione cristallizzerebbe, e si rideterminerà una organizzazione del lavoro oggi soltanto scalfita di striscio dai congedi parentali concessi anche ai padri, per assumere, da parte degli uomini, la coscienza del valore e della dignità di un “lavoro” che non è soltanto fatica ma anche relazione, cura, solidarietà, ma che non retribuire significa svilire ad una condizione “servile”.

Per tantissime donne sarebbe la base di un’autonomia economica che le libererebbe dalla paura e dalla violenza subita tra le mura di casa.

Questo comporta una ridefinizione delle scelte economiche pubbliche, dello Stato e delle istituzioni locali, senza l’alibi eterno delle “compatibilità” con i bilanci, ma come fondamento di cittadinanza paritaria, non come misura assistenziale.

La liberazione umana da sempre ha attraversato le dinamiche del lavoro. Oggi la parità di genere, conclamata ufficialmente ma ancora troppe volte negata nella pratica, passa dalla condivisione del lavoro di cura tra gli uomini e le donne, riconosciuto, retribuito, valorizzato come fondamento di civiltà.

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