Tra pochi giorni il cielo della Cattedrale di Santa Maria La Nova si aprirà di nuovo, quando saranno rivelati i nuovi affreschi dell’artista Salvatore Seme. Caltanissetta vivrà un istante di meraviglia, e già ora l’attesa vibra nell’aria come un respiro trattenuto. Ma prima di questo incontro, vale la pena alzare lo sguardo e lasciarsi prendere per mano dal sogno che, tre secoli fa, Guglielmo Borremans seppe regalare a questa città. Sì, proprio lui, che molti ricordano per la via, a lui dedicata, che porta verso Xirbi e Santa Caterina.
Entrare in Cattedrale è come varcare la soglia di un sogno. Non ci sono pareti, non c’è limite: solo un cielo dipinto che si apre all’infinito, una sinfonia di suoni e di colori che ti avvolge e ti trascina dentro. Non ci sono pause, non ci sono pagine separate: tutto scorre in un’unica grande narrazione che avvolge lo sguardo. Sono 146 affreschi, realizzati tra il 1718 e il 1720 da questo pittore fiammingo che, chiamato dai canonici Raffaele Riccobene e Agostino Riva, seppe trasformare la volta di questa chiesa in un cielo abitato.
Il Pulci scriveva: «…una sacra iconografia che mirabilmente congiunge il simbolo alla realtà, l’oltre natura alla natura, Iddio all’umanità».
Ad accompagnarci in questo viaggio a “puntate”, le parole che ci ha lasciato scritte in due volumi, il sacerdote Rosario Salvaggio. La Cattedrale fu la sua casa per oltre trent’anni ed è stato lui a decifrare, studiare e poi svelare gli affreschi in tutti i loro significati.
E allora, cellulare o tablet alla mano, lasciatevi accompagnare: entriamo insieme in Cattedrale, alziamo lo sguardo e iniziamo il nostro viaggio.
Il percorso inizia dal portone principale: appena entrati, lo sguardo è catturato dai cinque grandi ovali che illuminano la volta centrale. Cinque squarci di cielo, ciascuno con un messaggio teologico e simbolico preciso.
E così, alzando gli occhi dal portone centrale, ecco che appare il trionfo della Fede cattolica: una donna regale, seduta su un cocchio d’oro, regge calice e ostia, mentre intorno gli angeli soffiano nelle trombe e il loro suono sembra davvero scendere dall’alto. La Fede guarda dritta, minaccia i suoi nemici e li respinge: paganesimo, ebraismo, maomettismo. Tutto vibra, tutto splende. Poi, nel secondo ovale, appare Cristo glorioso, quasi seduto nella sua stessa contemplazione: la croce tra le mani di Angeli, lo sguardo che penetra, circondato da santi luminosi. Tra questi è sicuramente riconoscibile Sant’Antonio di Padova e Santa Rosalia, con la sua corona di rose a fermarle i capelli.
Purtroppo, proprio questi due affreschi — il primo e il secondo — furono gravemente danneggiati dai bombardamenti del 1943. Dopo la guerra, il pittore torinese Nicola Arduino riuscì a restaurarli e a restituire loro la dignità perduta.
Ma al centro della volta il sogno esplode: l’Immacolata Concezione di Maria. È l’affresco più grande, ed è come un sole che accende ogni cosa. Maria appare sospesa, nelle sue vesti bianche e azzurre, con lo sguardo rivolto a Dio. La gioia corre ovunque: in alto, Dio Padre stende la sua mano, il mondo è sorretto dagli angeli, mentre Abramo, Isacco e Giacobbe, patriarchi della nostra fede, sono accanto agli apostoli, Pietro, Giovanni…tutti riempiono la scena di volti e gesti, un’arpa suonata, occhi stupiti, bocche spalancate. In basso, i padri della Chiesa – Ambrogio, Agostino, Gregorio e Girolamo, osservano rapiti. Qui Borremans lasciò la sua firma, “Guglielmo Borremans. P. A. 1720”.
E poi, ecco l’incoronazione di Maria: Padre e Figlio pongono sul capo della Vergine la corona che non avrà fine, e lo Spirito Santo, in forma di colomba, veglia silenzioso. Intorno, gli angeli sembrano danzare, e uno di loro, con un liuto tra le mani, si sporge oltre il dipinto. Siede sul cornicione, con una gamba che sembra uscire davvero dalla cornice pittorica: non più pittura, ma vita che invade lo spazio della chiesa. In quell’attimo, non sai più se stai sognando o se davvero un angelo ha deciso di sedersi accanto a te.
E poi, improvviso, arriva San Michele: la spada sguainata, la luce che lo avvolge. Sotto di lui i demoni si contorcono, un groviglio di gambe, piedi, code che si avvitano nel vuoto. Sembrano cadere, precipitare, fino a toccare i fedeli che osservano dal basso. È un’immagine potente, che all’inizio confondeva persino i committenti: si racconta infatti che, quando il parroco Agostino Riva e il sacerdote Raffaele Riccobene salirono sui ponteggi per osservare da vicino l’affresco di San Michele, il loro cuore rimase turbato. L’attesa era febbrile: volevano vedere il volto dell’Arcangelo, la spada lucente, il trionfo della luce sul buio. Invece, a pochi palmi dal naso, apparve soltanto un groviglio di gambe, piedi nodosi, code pelose e schiene contorte di demoni che si intrecciavano in una danza scomposta. Era un caos senza forma, un ammasso di carne scura che non lasciava intravedere alcuna bellezza.
Si guardarono l’un l’altro, delusi, forse persino indignati: “È questo il capolavoro che ci era stato promesso?” sembravano domandarsi, senza osare dirlo a voce alta. Lo sguardo ravvicinato li ingannava, e in quel caos non vedevano altro che disordine.
Eppure, Borremans non si difese. Rimase in silenzio, certo che la sua visione sarebbe emersa solo quando l’opera fosse stata contemplata da lontano. Così, quando i ponteggi furono finalmente smontati e l’intera volta si rivelò nella sua grandiosità, accadde il miracolo: il groviglio di gambe e di corpi prese senso, diventando una caduta vertiginosa di demoni precipitati sotto il colpo possente dell’Arcangelo. Allora sì, tutto apparve chiaro: il caos non era che parte dell’armonia, l’ombra necessaria alla luce.
Un particolare, da solo, può sembrare sgraziato o incomprensibile, ma visto dentro l’insieme si trasforma in poesia.
Tutto è un canto, tutto è armonia: colori che si intrecciano come note, figure che si muovono come accordi, silenzi che diventano respiro. Questi affreschi non sono solo pittura, sono una sinfonia che ti avvolge, una musica che si legge con gli occhi. Perdersi tra le loro figure significa entrare in un sogno ad occhi aperti, dove il tempo non esiste e tutto è collegato, come un’unica storia che parla di fede, di luce, di eternità.
E mentre aspettiamo i nuovi affreschi, possiamo ancora alzare lo sguardo e lasciarci trasportare da questo sogno antico, che ogni volta sembra nuovo. Una sinfonia di cielo e di terra, di luce e di ombra, che continua a vibrare nei secoli e che, oggi come allora, ci invita a non avere paura di perderci per ritrovarci nell’abbraccio della bellezza.

