Ci sono nomi che restano, anche quando il tempo sembra averli coperti di polvere. Nomi che non appartengono solo alla storia, ma alle radici più profonde di una comunità. E quando si parla delle varicedde di Caltanissetta — le piccole vare che sfilano il Mercoledì Santo — uno di questi nomi è Francesco Asaro.
Oggi siamo abituati a legare questa tradizione a figure come Salvatore Capizzi, Salvatore Emma “u zannu”, a suo figlio e ai suoi nipoti. A loro si devono molte delle varicedde che ancora oggi emozionano la città. Tre di queste — la Pietà, il Cireneo e il Calvario — hanno compiuto nel 2024 cento anni. Un secolo di devozione, arte e memoria.
Eppure, come tutte le storie vere, anche questa non ha un inizio così netto.
Perché l’inizio non è il 1924.
Bisogna tornare indietro, almeno agli anni ottanta dell’Ottocento. Già allora, alla vigilia della grande processione delle Vare del Giovedì Santo, per le strade di Caltanissetta prendeva forma un’altra processione: quella delle piccole vare. Una processione fatta di ragazzi, di botteghe, di apprendisti e giovani scultori.
Lo sappiamo anche dai documenti: tra il 1901 e il 1902 la città era invasa da manifesti che annunciavano la “processione delle piccole vare, ad imitazione di quelle del Giovedì Santo”. Segno che quella tradizione era già viva, riconosciuta, partecipata.
Ed è proprio in questo contesto che emerge la figura di Francesco Asaro.
Un nisseno. Un giovane. Un “dilettante”, come viene definito nelle fonti dell’epoca. Ma dietro quella parola si nasconde qualcosa di più grande: un talento in formazione, una sensibilità artistica già evidente.
Asaro è tra i primi a modellare quelle piccole figure in terracotta. Non semplici riproduzioni, ma interpretazioni vive, capaci di restituire — anche in scala ridotta — la forza drammatica delle Vare dei Biangardi. Le sue opere accompagnano quella processione giovanile che anticipa, con sorprendente intensità, la solennità del giorno successivo.
È lì, tra quelle strade, che si può intravedere l’origine delle varicedde.
E se oggi parliamo di una tradizione, è anche perché qualcuno, prima degli altri, ha saputo darle forma.
Francesco Asaro è uno di questi.
A restituirgli un volto più definito sono stati, negli anni recenti, gli studi di Barrafranca e Guttadauria, che hanno ricostruito — per quanto possibile — il percorso umano e artistico dello scultore. Ne emerge la figura di un artista nato nel 1882 a Caltanissetta, cresciuto in un contesto modesto, segnato anche dal lavoro in miniera, ma capace fin da giovane di esprimere una forte vocazione per la modellazione.
Formatosi accanto allo scultore Francesco Biangardi, Asaro affina la tecnica e amplia il proprio linguaggio, fino a spingersi oltre i confini della sua città. A partire dagli anni Venti del Novecento, infatti, la sua attività si sviluppa soprattutto nel Lazio, tra Roma e Subiaco, dove realizza numerose opere di arte sacra.
Le ricerche documentano statue, bassorilievi e gruppi scultorei destinati a chiese e istituzioni religiose, tra cui un San Francesco d’Assisi per la chiesa di Santa Maria della Concezione a Roma e diverse opere per la Rocca dei Borgia di Subiaco. Una produzione significativa, anche se difficile da ricostruire in modo completo: lo stesso Asaro, infatti, era solito annotare sulle sue opere solo il soggetto e il luogo di destinazione, raramente la data.
Eppure, nonostante questa carriera che lo porta “altrove”, lontano dalla sua Caltanissetta, il suo nome resta legato a quell’inizio.
Resta come traccia, come intuizione, come primo gesto.
Per questo, accanto ai nomi più noti e celebrati, è giusto restituire ad Asaro il posto che gli spetta: quello di pioniere, di figura originaria, di “padre” — almeno simbolico — delle prime varicedde.
Perché le tradizioni non nascono mai all’improvviso.
Nascono da mani, da tentativi, da giovani “dilettanti” destinati, magari altrove, a diventare grandi.


