di Don Massimo Naro
Si è svolto ad Agrigento, nel pomeriggio di sabato 30 maggio, un convegno intitolato «Sulle orme di Pietro: dal grido di Giovanni Paolo al pianto di Francesco in attesa di Leone», organizzato da Calogero Pumilia, moderato da Vincenzo Morgante e con la partecipazione del card. Baldo Reina e di don Massimo Naro. Pubblichiamo qui il testo dell’intervento di don Naro.
1. Vorrei innanzitutto evidenziare ciò che mi pare accomuni i due pontefici venuti in Sicilia, per poi sottolineare ciò che – invece – può essere ricordato come il contributo peculiare di ciascuno di loro.
2. A me pare che ci sia un fattore importantissimo che associa Giovanni Paolo II e Francesco: entrambi hanno contribuito ad accelerare una profonda e progressiva metamorfosi del magistero papale. Dico “accelerare” e non “innescare”, perché in realtà la metamorfosi a cui mi riferisco era già iniziata molto prima di loro e tocca il magistero di quasi tutti i pontefici del Novecento, almeno a partire da Pio XII.
Un «magistero in movimento» – come ha scritto qualche anno fa Severino Dianich –, un insegnamento cioè che non si limita più a impartire le sue direttive tramite i classici documenti (le encicliche, le esortazioni apostoliche, i motu proprio, le bolle papali e quant’altro può esserci di simile). Piuttosto, ormai, un insegnamento che si propone anche e soprattutto verbalmente, nella predicazione liturgica occasionale e in quella quotidiana, con discorsi fatti in frangenti più o meno solenni, davanti a grandi assemblee ecclesiali (come, per es., i convegni nazionali tenuti dalla Chiesa italiana nel postconcilio ogni dieci anni), ma anche in consessi non ecclesiali (come il Parlamento europeo, il Congresso americano o il Consiglio generale dell’Onu), come pure parlando in estemporanea a piccoli gruppi di persone, o svolgendo i viaggi apostolici in varie parti del mondo, persino in piccole isolette (come giustappunto, nel caso di papa Bergoglio, a Lampedusa prima e, poi, a Lesbo), tutti luoghi e soggetti riconosciuti quali periferie estreme in cui far risuonare l’annuncio evangelico.
Si tratta di un magistero inedito, che i papi offrono accompagnandosi con la gente nelle piazze e nelle strade affollate (come nello stadio Esseneto di Agrigento, dove il 9 maggio del 1993 Giovanni Paolo II incontrò 15.000 giovani siciliani esortandoli al «alzarsi» e ad «assumersi la responsabilità» di una «scelta netta, senza compromessi» tra Cristo Gesù e i falsi maestri che attirano la gente «sui sentieri della criminalità» e «nei sentieri del male»; oppure come a Scampia, dove risuonò nel marzo 2015 la colorata condanna di Francesco nei confronti della corruzione che «puzza» come la spazzatura); e, ancora, interloquendo con i giornalisti sull’aereo durante i viaggi apostolici (magari correndo il rischio di essere fraintesi), sostando in preghiera tra le macerie causate dal terremoto, o al limite rimanendo in silenzio, tra le baracche di Auschwitz o presso il Muro del pianto a Gerusalemme.
Un magistero, perciò, non solo codificato per iscritto ma pure annunciato oralmente: un magistero gestuale, celebrato e persino vissuto, che dismette il contegno decretale dei documenti ufficiali e risuona con tanti nuovi registri, guadagnando non soltanto visibilità mediatica ma anche impatto profetico ed efficacia testimoniale. Il gesto simbolico, le pose corporee, le espressioni facciali, le tonalità vocali, il sorriso sulle labbra o la fronte aggrottata, sono tutti indizi che mostrano come il carisma – che sostiene il ministero – non sta nella carta stampata, ma nella persona.
Queste metamorfosi del magistero pontificio, come poco fa accennavo, durano dacché i papi si espongono anche fisicamente al contatto con le folle. Si pensi all’effetto che dovette fare la figura longilinea di Pio XII, ritto a braccia allargate in mezzo alla gente, a Piazzale Verano, tra le case bombardate del quartiere San Lorenzo a Roma nel luglio 1943; e si pensi al famoso discorso della luna di Giovanni XXIII, o al tono grave con cui Paolo VI rivolse la sua preghiera giobbiana a Dio durante i funerali di Aldo Moro, oppure alla catechesi fatta da Giovanni Paolo I in Aula Nervi sulla maternità di Dio. In questa serie di trasformazioni del magistero si inseriscono, dunque, anche il papa polacco e il papa argentino. Giovanni Paolo II col monito rivolto, in estemporanea, parlando a braccio, ai mafiosi, nella Valle dei Templi, nel 1993 («Convertitevi, un giorno arriverà il giudizio di Dio»). Francesco col suo primo viaggio apostolico fatto a Lampedusa l’8 luglio 2013: un gesto concreto che valse quanto la sua prima enciclica promulgata nei giorni immediatamente precedenti a quel suo viaggio (la Lumen fidei, scritta a quattro mani con Benedetto XVI). E fors’anche più di quella prima enciclica, se è vero che – di fatto – tutti ci ricordiamo del viaggio a Lampedusa e nessuno si ricorda più della Lumen fidei.
La connotazione più nuova del «magistero in movimento» di Giovanni Paolo II e di Francesco consiste nel fatto che esso è un magistero desde, per dirla nella lingua madre del papa argentino. Cioè un magistero a partire da: a partire dai contesti plurali e cangianti in cui la Chiesa nel mondo, anche nella nostra Sicilia, vive e svolge la sua missione. I contesti che i pontefici visitano con i loro viaggi apostolici. È questa la metamorfosi epistemologica del «magistero in movimento», che come tale assume un metodo non più deduttivo (cioè a partire da alcuni principi primi astratti), bensì induttivo, incline a considerare seriamente ambienti specifici e vissuti concreti.
3. Al di là di questo tratto che accomuna Giovanni Paolo II e Francesco, possiamo rimarcare i tratti peculiari del loro personale «magistero in movimento».
Nel caso di Giovanni Paolo II, il suo «magistero in movimento» ha consegnato alla riflessione teologica un compito importante e delicato: il ripensamento della martirologia. Ossia verificare la plausibilità di una «dilatazione del concetto di martirio», per richiamare un’espressione di Karl Rahner. Giovanni Paolo II, infatti, incontrando i genitori del giudice Rosario Livatino, poco prima di celebrare la messa conclusiva della sua visita ad Agrigento, proprio riferendosi al giovane magistrato ucciso nel 1990 da un clan mafioso della provincia agrigentina, parlò di «martiri della giustizia e indirettamente della fede» (la frase è riportata nella cronaca di quell’incontro, firmata da Franco Castaldo a p. 2 de La Sicilia del 10 maggio 1993).
Non era la prima volta che il papa polacco si smarcava dal tema classico del martirio in odium fidei, prospettando nuove motivazioni del martirio cristiano. Nell’omelia della canonizzazione di Massimiliano Kolbe, nel 1982, non si era riferito nemmeno una volta al santo di Auschwitz come a un martire della fede, definendolo piuttosto «martire dell’amore» e «martire della carità». Così, Giovanni Paolo II riportava in luce la circolarità che sussiste fra le virtù teologali, focalizzando la carità come ciò che è più grande, stando a quanto san Paolo scrive in 1Cor 13,13. Era un suggerimento fondamentale per rinnovare la teologia del martirio.
Giacché il martirio in odium fidei mette paradossalmente al centro l’azione violenta dei persecutori, più che la testimonianza credente delle loro vittime. Giovanni Paolo II, invece, voleva che i martiri fossero riconosciuti tali non solo perché i loro carnefici avversano la fede cristiana, ma anche perché le vittime – andando incontro alla morte – “incarnano” personalmente la fede cristiana. Essi sono testimoni della fede, ma anche delle altre virtù teologali coimplicate nella fede: la speranza che Dio riscatti il mondo dal male e, massimamente, l’amore che tenacemente riconduce il mondo a Dio. Un’intuizione, questa di Giovanni Paolo II, che era stata argomentata già da Tommaso d’Aquino, secondo il quale «patisce a causa di Cristo non solo chi patisce a causa della fede in Cristo, ma anche chi patisce per qualunque opera di giustizia fatta per amore di Cristo» (commento all’Epist. ad Romanos 8,7).
Questo colpo d’ala ermeneutico è necessario, oggi, per riconoscere i martiri della speranza (uccisi a motivo del loro impegno sociale per sovvertire le situazioni refrattarie alle esigenze etiche del vangelo) o i martiri della carità (morti a motivo della cura gratuita e graziosa verso chi non riesce da sé ad affrancarsi dalle povertà antiche e da quelle nuove) o i martiri della giustizia (uccisi in contesti in cui allignano i soprusi criminosi e gli abusi politici). In un mondo plurale e complesso, lì dove le varie configurazioni ecclesiali del cristianesimo non coincidono più con i sistemi sociali e, finalmente, men che meno con i regimi politici e con le strutture di potere, anche le forme in cui il martirio viene di volta in volta esperito risultano plurime e inedite.
Come ha scritto Alberto Melloni, i credenti sono oggi proiettati a vivere la loro esperienza ecclesiale al di là dell’«ecclesiosfera», nelle pieghe e nelle piaghe della storia comune degli uomini, tra le speranze e le sofferenze del mondo, come ha insegnato pure il Vaticano II. Per questo, il criterio classico dell’odium fidei rischia di non riuscire più a registrare come autentico martirio cristiano le varie tipologie di testimonianza usque ad mortem offerta dai cristiani in tanti differenti contesti. Papa Wojtyła, ad Agrigento, ha intuito che il martirio, in quanto compiuta e matura esperienza cristiana, niente rigetta di ogni altra esperienza umana che gli si apparenta nei vincoli del dolore innocente e dell’offerta di sé. Ecco perché l’eroismo laico può ben ritrovarsi intrecciato al martirio cristiano nella vicenda di una persona onesta e coraggiosa come il carabiniere Salvo D’Acquisto o di una persona mite e forte come il giudice Livatino. Ma, pure, il martirio cristiano può ritrovarsi intrecciato all’eroismo civile nella vicenda di un don Pino Puglisi o di un don Peppe Diana. Resta il pericolo di inflazionare il martirio riconducendo ad esso ogni episodio di eroismo civico. Ma corriamo pure il rischio di non riconoscere quale autentico martirio cristiano l’uccisione di quelle vittime dei poteri mondani dissimulata con pretesti politici o di altro tipo, come stava accadendo in El Salvador con mons. Óscar Romero e come sta accadendo in Campania con don Peppe Diana.
Inoltre, in collegamento col tema della nuova martirologia, il «magistero in movimento» di Giovanni Paolo II ha assegnato, ad Agrigento, un secondo compito, stavolta alla prassi pastorale: riformulare il discorso ecclesiale sulla mafia, nel quadro della «nuova evangelizzazione» che stava tanto a cuore al papa polacco. Wojtyła, con «quel grido sgorgato[gli] dal cuore» – come poi disse lui stesso, nel 1995, in occasione del Convegno ecclesiale nazionale di Palermo – non solo ha archiviato definitivamente il “silenzio” ecclesiastico che prima era stato spesso ambiguamente mantenuto “in pubblico” riguardo al fenomeno mafioso, ma ha anche riformulato il linguaggio ecclesiale in riferimento alla mafia. Pur non ripudiando le parole del lessico laico della lotta alla mafia (crimine, giustizia, legalità, onestà, bene comune, cultura della vita), vi ha aggiunto le parole del lessico cristiano, ricavate dal messaggio biblico: peccato, male, diritto santissimo di Dio, giudizio di Dio, conversione, pace e concordia, civiltà dell’amore. E, soprattutto, ha cambiato l’indirizzo di questo nuovo discorso ecclesiale, facendone non più semplicemente un ragionamento censorio e sanzionatorio sulla mafia, ma più radicalmente un appello rivolto ai mafiosi: «Convertitevi!». Il papa polacco, ad Agrigento, non venne a parlare sulla mafia, ma venne a parlare ai mafiosi. E non per scomunicarli, ma per invitarli, speranzosamente non meno che severamente, a cambiare vita. Un compito pastorale che dovremmo continuare a svolgere con coraggio e sapienza.
4. Anche papa Bergoglio ha contribuito tantissimo a rinnovare il lessico ecclesiale, coniando espressioni che ancora oggi rimangono molto significative: pensiamo alla «terza guerra mondiale a pezzetti», al «cambio d’epoca», all’«ecologia integrale», all’invito a «non lasciarsi rubare la speranza», alle «periferie esistenziali», all’«umanesimo solidale», alla «cultura dello scarto», alla «globalizzazione dell’indifferenza». Proprio quest’ultima espressione ricorre per ben due volte nell’omelia pronunciata da Francesco a Lampedusa. Rileggendo quell’intensa omelia, vi si trovano i connotati della metamorfosi del magistero papale di cui accennavo prima. Anche quello di Francesco – anzi: soprattutto quello di Francesco – è stato un «magistero in movimento». Per il quale valgono le osservazioni fatte a suo tempo, nel 1957, da Giovanni Battista Montini per interpretare il magistero di Pio XII, già all’epoca nuovo rispetto al passato, «a tal punto, […] da sembrare talvolta, per quanto religioso, discosto dall’altare ma vagante, col passo appunto del Buon Pastore, in cerca di un gregge smarrito e lontano nei sentieri della vita profana».
Anche Francesco, infatti, cominciò l’omelia di Lampedusa dichiarando un’analoga sollecitudine pastorale: «[…] ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta». Alludeva ai continui naufragi dei barconi di migranti nel Canale di Sicilia, che hanno causato (e purtroppo continuano a causare) migliaia di morti. Il papa veniva a parlare, da (desde) Lampedusa al mondo intero, delle sofferenze e della morte dei migranti. E veniva a parlare ai migranti stessi, a loro rivolgendosi con una parola affettuosa tipica del dialetto lampedusano: «A voi: o’scià!», che vuol dire: «A voi, fiato mio, vita mia!».
Si soffermò poi a riflettere, prendendo spunto dai brani biblici proclamati nella liturgia della Parola, sul «senso della responsabilità fraterna» che nel mondo occidentale viene oggi a mancare, a causa della «globalizzazione dell’indifferenza» germinata dalla «cultura del benessere, che ci porta a pensare [esclusivamente] a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone» e ci rende «abituati alla sofferenza dell’altro». Sono parole pronunciate con timbro più dimesso, meno tonante del grido di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi. Ma riecheggiano comunque, potentemente, le «grida» di dolore delle vittime di quei naufragi. Ed esigono che quelle «grida» passino dai nostri orecchi ai nostri occhi, si traducano in consapevolezza responsabile, diventino lacrime, «pianto per la morte di questi fratelli e sorelle»: «[…] domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza», disse il papa.
Venivano anticipati, in quell’omelia, il tema della custodia vicendevole e della reciprocità fraterna – risvegliate dall’interrogativo posto da Dio a Caino: «Dov’è tuo fratello?» – e il tema della compassione samaritana: temi che sarebbero riemersi altre volte nel magistero di papa Bergoglio. E la conclusione ribadiva la richiesta a Dio del perdono, che anche papa Wojtyła in tanti frangenti aveva fatto a nome della Chiesa per molte sue debolezze del passato (anche nello stadio Esseneto di Agrigento, invitando gli astanti a convertirsi e a chiedere «perdono a Dio e ai fratelli»): Francesco chiese perdono al Signore per le nostre debolezze del presente, per quella che in quel frangente chiamò l’«anestesia del cuore».
5. Il cuore anestetizzato non riesce a percepire il dolore altrui. E non riesce a ricordare la vocazione alla fraternità inscritta da Dio nelle creature umane. Questo convegno, aiutandoci a ricordare la lezione credente di Giovanni Paolo II e di Francesco, serva a svegliare i nostri cuori.


