La psiche nasce dal corpo ovvero “Ettore e Andromaca” di Giorgio De Chirico

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di Edvige Presti

Dipinta nel 1917, l’opera Ettore e Andromaca di Giorgio de Chirico rappresenta uno degli episodi più commoventi dell’Iliade: l’ultimo addio davanti alle Porte Scee. Ettore sta per sacrificare la propria vita per difendere Troia e i tentativi di Andromaca di trattenerlo a sé saranno inutili. De Chirico traspone il mito in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio: il cielo, di un verde scuro irrealistico, sfuma in giallo all’orizzonte, mentre gli edifici — puri solidi geometrici — proiettano ombre lunghe e inquietanti su un pavimento che sembra un palcoscenico deserto.

Siamo abituati a pensare ai manichini come a corpi privati dei sentimenti che abitano invece gli esseri umani. Eppure, nella tela di De Chirico, essi esprimono uno struggimento colmo di malinconia, in cui già dominano il senso della mancanza e l’attesa vana. La posa dei loro corpi esprime una fusione nata dall’amore: a un primo sguardo sembrano avvinti l’uno all’altra, salvo poi accorgerci che non hanno braccia per accogliersi e stringersi. I loro volti, ovali, bianchi e privi di lineamenti, si inclinano fino a sfiorarsi come in un bacio mai avvenuto, mentre l’ombra che cala su di essi ne accentua la silenziosa tristezza.

«Ettore le sorrise in silenzio, guardandola. Ma Andromaca gli si accostò piangendo, e gli prese la mano…» (Iliade, Libro VI, vv. 404-405)

Anche se i manichini di De Chirico non hanno occhi per guardarsi o per piangere e non hanno mani da “prendersi”, sembra proprio che con le loro pose traducano i versi di Omero.

In fin dei conti, questi “manichini” appaiono profondamente umani. I loro corpi sono funzionali a esprimere stati d’animo resi ancora più acuti dal contesto estraniante e dalla luce metafisica. L’essere decontestualizzati dallo spazio e dal tempo sembra presagire la solitudine della loro imminente separazione. Tutto — forme, colori, spazio e luci — concorre a restituire ciò che i personaggi di Omero provavano nel dirsi addio: niente è più umano della fragilità che ci caratterizza in quanto esseri mortali.

De Chirico riesce a evocare tutto questo attraverso degli oggetti, degli involucri apparentemente vuoti. Ma un “corpo” non è mai davvero vuoto: la psiche nasce proprio dal corpo, dal suo sentire, dal suo essere sempre “vero”. Se la mente a volte “mente”, il corpo non mente. Con questi manichini, De Chirico ci spiazza e ci invita a riflettere sull’unità tra la parte materiale e quella spirituale dell’essere umano. Il sentimento, dopotutto, non può che nascere dal corpo: è attraverso di esso che percepiamo i colori, gli odori, i suoni, il dolore e il piacere. È da questo “sentire” fisico che scaturisce la parola “sentimento”, la quale dà un’anima — ovvero un senso — a quei corpi sospesi nel tempo e nello spazio.

Attraverso la sola posa dei suoi manichini, il pittore esprime l’epica dei sentimenti più intimi, quella precarietà in cui ciascuno di noi può riconoscersi per avere provato più di una volta il senso di fragilità che caratterizza l’esistenza. Il pittore romantico Caspar David Friedrich affermava che per vivere eternamente bisogna arrendersi alla morte. Così Ettore si arrende al destino, accettando la fine della sua vita, per eternarsi nella figura dell’eroe; così ognuno di noi deve accettare che un momento finisca perché possa smettere di essere solo un evento e diventare parte indelebile della propria anima.

È come se la morte, limitando e definendo la vita, le desse forma, scolpendola e consentendole di divenire “eterna”. Ettore e Andromaca siamo tutti noi: divisi tra il dovere e l’amore, tra il desiderio di vita e l’ombra della fine. Noi tutti siamo esseri fragili ma proprio perciò “vivi”.

Edvige Presti

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