Sirio

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di Edvige Presti

Un giovane dio greco era curioso di conoscere l’inverno sulla terra abitata dai comuni mortali e così un giorno, in quella stagione, decise di scendere dal monte sacro. Già da lontano scorse uno spettacolo strano: tutto appariva bianco e avvolto in un’atmosfera magica. Continuando a camminare si trovò immerso in un fitto bosco dove ogni cosa destava la sua meraviglia: la neve candida ricopriva la terra e i suoi piedi affondavano su qualcosa di soffice. Girandosi indietro si sorprendeva ad osservare le sue orme che tutte insieme costituivano il disegno del suo percorso; pensò che se qualcuno avesse voluto seguirlo avrebbe potuto farlo facilmente, sarebbe stato difficile sfuggirgli; eppure i suoi passi non facevano alcun rumore, in verità tutto era immerso nel silenzio, i pochi suoni che si potevano udire apparivano come ovattati. Alzò gli occhi e si stupì nel vedere i rami degli alberi coperti da cristalli irregolari con goccioline d’acqua che sembravano essere state immortalate nel ghiaccio da uno scultore mentre stavano per cadere giù, sospese da quello che doveva svolgersi in un attimo e che invece era stato fissato per l’eternità.

Ai piedi di un albero scorse dei piccoli fiorellini bianchi che avevano bucato con fatica la neve per uscire fuori dalla terra e venire alla luce; si meravigliò che, nonostante tutta quella neve, riuscisse a nascere qualcosa di così delicato come un semplice e candido fiore.

Giunse vicino a un piccolo lago in parte gelato, si chinò per toccare l’acqua che era così fredda da fargli arrossare le mani. Vide riflettersi nello specchio d’acqua il paesaggio tutto intorno: il bosco circondato dalle montagne innevate sormontate da piccole nuvolette sospese come soffici fiocchi di cotone. La luce cristallina esaltava quella vista. Anche il suo viso si specchiava nell’acqua e lui si divertiva a fare smorfie; poi si fermò a pensare che quel posto aveva qualcosa di incantevole che non aveva mai conosciuto nel suo monte sacro, che pure si diceva fosse il posto più bello che esistesse.

Ad un tratto si accorse che nell’acqua si formò, di fronte alla sua, un’altra immagine che si delineò nel volto di una giovane donna bellissima: i capelli lunghi erano color dell’oro e ricadevano sciolti sulle spalle in morbide onde, il vestito un po’ slacciato lasciava intravedere il seno delicato, gli occhi avevano il colore del cielo riflesso nell’acqua del laghetto, le guance leggermente arrossate dal freddo, le labbra tenere e rosa come i petali di un fiore, un sorriso luminoso più dei raggi del sole a primavera, uno sguardo dolce e carezzevole. Pensò di stare sognando e, incredulo, alzò gli occhi e scorse la fanciulla che era proprio lì, di fronte a lui. Sentendosi osservata anche lei alzò lo sguardo e gli sorrise; lui si sentì accolto da quel sorriso e così si alzò e le si avvicinò. Prima si guardarono in silenzio, da vicino, ancora sorpresi l’uno della presenza dell’altro, poi cominciarono a parlarsi e la voce di lei, dolce come un suono, non turbava l’armonia di quel luogo; al contrario vi si addiceva come una musica di sottofondo.

Lui raccolse un bucaneve e gliene fece dono, quindi i due passeggiarono a lungo nel bosco innevato, tra i fitti alberi che sembravano cattedrali di cristallo, lasciando adesso sul terreno due orme vicine come un solo passo. Le loro voci si accordavano come un’unica musica, le loro dita si intrecciarono, i loro occhi si incrociarono, lui le accarezzò i capelli morbidi come seta e alla fine anche le loro labbra si unirono in un bacio pieno di passione.

Il loro amore non faceva loro più sentire il freddo dell’inverno, anzi, un grande calore li invase così forte che temevano che si potesse sciogliere anche la neve tutto intorno. Poi dovettero lasciarsi perché cominciava a fare buio e ognuno doveva fare ritorno al suo luogo di origine: il dio sul monte sacro tra le altre divinità che non conoscevano come lui il dolore della morte e per i quali ogni cosa si ripeteva all’infinito come girano i raggi di una ruota; lei, invece, tra i comuni mortali, consapevole come loro che ogni cosa, per quanto bella, finisce. Sapeva che anche la neve si scioglie quando giunge il primo sole della primavera e le sculture di ghiaccio si trasformano di nuovo in acqua e ognuno pensa di avere sognato di passeggiare dentro cattedrali di cristallo così belle da non potere essere frutto del lavoro umano. Prima di lasciarsi lui le chiese il suo nome, distratto dalla sua bellezza non lo aveva ancora fatto; lei disse di chiamarsi Sirio, e gli chiese di poterlo rivedere l’indomani nello stesso posto. Lui rispose che per nulla al mondo sarebbe mancato, per nessun motivo avrebbe mai perso quell’incanto.

Ma la dea della bellezza si sentì gelosa che tra i mortali esistesse una fanciulla così affascinante da fare perdere il giovane dio come neppure lei era mai riuscita a fare e allora decise di intervenire. Fu così che l’indomani, quando il dio giunse sulle rive del laghetto, scorse accanto al bucaneve Sirio che giaceva sulla neve come addormentata. La accarezzò dolcemente, la chiamò, la scosse, ma lei non rispondeva: era diventata muta come il paesaggio, fredda come la neve, di cristallo come i rami degli alberi.

Il dio si disperò, pianse, si sentì profondamente triste e per la prima volta comprese cos’era la morte e a quale sorte crudele erano soggetti gli uomini. Capì che il loro amore era stato impossibile fin dall’inizio perché lui era destinato all’immortalità e lei invece era fragile e breve come un sogno. L’immortalità, da dono, divenne per lui una triste condanna: vivere per l’eternità con la nostalgia di lei, di quell’inverno riscaldato dalla sua presenza, di quella dolce e magica armonia perduta per sempre. Sì, aveva perduto per sempre qualcosa di prezioso. A che valeva essere immortale? Anzi, forse non era più immortale come gli altri dei perché con Sirio gli sembrava di avere perso la sua stessa vita.

Ogni inverno il dio tornava tra i boschi innevati, cercava il suo amore tra le cattedrali di cristallo, scrutava nell’acqua del laghetto sperando di scorgere ancora la sua immagine riflessa. Questa stagione era ormai divenuta triste per lui, quasi insopportabile; il dolore per la perdita di lei era così forte che giunse ad implorare gli dei dell’Olimpo di farlo morire per porre fine alle sue sofferenze.

Gli dei allora si commossero nel vedere tanto amore, un amore eterno, immortale, che resisteva al trascorrere dei freddi inverni, che resisteva persino alla morte; sì, un amore più forte della morte pensarono gli dei.

Fu così che decisero di consolare questo dolore rendendo in qualche modo anche Sirio immortale e la trasformarono in una stella luminosissima che appariva nel cielo solo in inverno. Così il giovane dio, in questa stagione divenuta per lui profondamente cupa e segnata dalla nostalgia, alzando gli occhi verso il cielo poteva scorgere la bellissima stella; questo gli ricordava la luce del sorriso di Sirio, il suo calore, la sua bellezza, il suo chiarore. In qualche modo la sentiva vicina, come se lei fosse finalmente giunta al luogo e al tempo del loro appuntamento, adesso lontano tra le altre stelle del cielo, nell’eternità del loro amore. Il giovane dio rifletté che la vera eternità non consiste propriamente nella durata, ma nell’intensità e nella felicità con cui si vive e che quindi anche gli uomini potevano in qualche modo godere del dono dell’immortalità, poiché ogni istante che passa può evocare il sapore dell’eternità.

In verità anche nella Bibbia la parola ebraica ‘olam indica un tempo eterno non nel senso di un eterno presente, ma nel senso di un tempo pieno, pregnante, in cui i desideri di Dio e quelli dell’uomo si incontrano, in cui si realizza una gioia inseparabile dal desiderio, che sazia dalla fame, dalla sete, riscalda dal freddo, ripara al male patito, alle mancanze sofferte.

L’uomo allora, nella sua esistenza sulla terra, non sfugge agli impegni concreti della vita quotidiana, ma vive innamorato dell’eternità.

Edvige Presti

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