10,100,1000, piazze di donne per la Pace. Cronaca di un giorno speciale

redazione
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di Tina Duminuco

E finalmente siamo partite. Dopo tanto parlare, sferruzzare, dipingere e cucire, è arrivato il giorno di andare. Con mezzi propri, treni, aerei o pullman, in gruppo o da sole, con compagne e compagni di una vita, siamo andate a: Tessere la pace.  Cioè a mostrare cosa vuol dire tessere a chi non  sa come nasce la bellezza che per secoli le donne hanno creato.

Ci vuole tempo e pazienza.  Bisogna fare un ordito con centinaia di fili che si devono incrociare nel punto giusto e poi intersecare con la trama. Bisogna avere in mente un disegno chiaro e predisporre i collegamenti, solo allora da quel filato matassa gomitolo, nasce un arazzo che adorna le pareti, le lenzuola che rivestono le notti, la coperta per il freddo dell’inverno o un tappeto per danzare a piedi scalzi, un vestito damascato per la sposa o il mantello per le spalle di un pastore. Il lavoro umile, lento e paziente, di chi si prende cura. Questo è il solo modo di costruire la pace. È un lavoro artigianale che si deve fare insieme agli altri e questo lo hanno fatto da sempre le donne, creando relazioni familiari e poi sociali.

 Ma per tessere la pace veramente questo lavoro si deve fare insieme agli uomini. Cominciando con l’educare i bambini alla non violenza, non solo a parole ma con l’esempio; canalizzare la forza e l’energia vitale nel costruire non nel distruggere, vivere la pace facendo ogni giorno le scelte giuste.  

Perché andare in piazza? Per mostrare la gioia di stare insieme. Queste ragazze che non hanno paura di mostrare le loro rughe, sotto improbabili cappelli e ombrelli parasole, hanno danzato, cantato, letto meravigliosi discorsi e scritto poesie di rabbia e di dolore, per dire ad alta voce a tutti i bulli del mondo, ai venditori di armi, ai patetici generali a caccia di voti, ai politici opportunisti e corrotti, che noi non siamo d’accordo con la politica del riarmo. Che i soldi spesi per uccidere, uomini donne e bambini, distruggere case scuole e ospedali, sono sottratti al benessere e alla vita dei più deboli.   

I grandi teli, dentro enormi pacchi da 15, 20 chili sono arrivati, portati a mano dai vari gruppi di donne provenienti da tante parti di Italia. Dalle dieci di mattina alle dodici sono stati srotolati, adagiati, accostati gli uni agli altri e hanno creato un enorme mosaico di pensieri ora dolorosi ora gentili e delicati come nuvole.

Da Palermo a Bergamo, da Desio a Montedoro, da Cecina a Pavia, da Mantova a Napoli, grandi città e piccoli paesi, uniti solo da un unico desiderio che è diventato bisogno di esserci, di parlare attraverso un lavoro costruito insieme. Con il lavoro delle mani delle donne si sono create queste “10,100,1000 Piazze per la Pace”. E da più di 160 piazze in cui si era già manifestato in altre date, siamo arrivate alla meravigliosa piazza romana disegnata da Michelangelo (chissà se lui avrebbe apprezzato questa pacifica invasione?).

 Da quei tessuti stesi nel suolo del Campidoglio, sotto il torrido sole del 21 giugno, si sono liberate le colombe di Picasso realizzate in pizzo bianco o in tessuti colorati, le farfalle e i fiori  di panno  rosso  e giallo da donare a quei bambini che hanno chiuso gli occhi per sempre e non potranno più vederli spuntare nei giardini di: Ucraina, Palestina, Libano, Siria, Yemen, in tutti quei paesi dell’Africa lacerati da guerre civili (che di civile non hanno niente) e in tutti quei mondi dove la prepotenza e lo sfruttamento generano focolai che diventano incendi all’improvviso, travolgendo il buon senso e la logica che dovrebbe regolare la vita umana.

Non volevamo sporcarli quei tessuti, per quanto lavoro c’era dietro, e ognuna cercava di esporre al meglio il suo messaggio colorato e splendente sotto l’occhio di un Marco Aurelio glorioso e indifferente sul suo cavallo di bronzo.

 -” Per favore non calpestate…” –

 Li guardavamo con amore come si guarda un bambino. Passavano turisti curiosi a fotografare e perfino due sposi radiosi e sorridenti. Il sole a picco continuava a riscaldare.

Acquattati nell’ombra sotto i provvidenziali portici abbiamo continuato ad ascoltare le parole di Daniela Dioguardi, della delegata del sindaco di Roma, della giovane sindaca di Erice e tutti gli altri interventi interessanti ed emozionanti delle donne che si sono avvicendate. Tra parole, musica e momenti di riflessione silenziosa il tempo è passato. Lentamente il sole ha cominciato a scendere dietro palazzo Senatorio e un po’ di vento ha scompigliato le pagine di quel grande libro di parole disegnate, di simboli e messaggi di amore, perché sempre il vento tenta di confondere i pensieri. Forse sarà il vento a portare questi messaggi alle orecchie di chi non vuol sentire?  Forse così arriveranno anche a chi arroccato su cumoli di denaro, di potere e di egoismo  riuscirà ad ascoltarli. Ma sicuramente le loro finestre blindate sono chiuse con vetri antiproiettile e non sentiranno questo rumore fastidioso.  

Comunque noi continueremo a dire, come la Cassandra di Crista Wolf, che: “Tra uccidere e morire c’è una terza via ed è vivere”.

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