La tragedia di Cozzo Disi, 4 luglio 1916, 89 minatori morti di Campofranco e Casteltermini. Un’ipotesi di riscatto

Roberto Mistretta
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Facitili di surfaru li figghi!

Così il grande poeta di Bagheria, Ignazio Buttitta, che con scrittura graffiante ha messo su carta le infinite ingiustizie patite dai siciliani.

Centodieci anni fa la tragedia nella miniera Cozzo Disi avvenuta il 4 luglio 1916.

Morirono 89 minatori, 34 i feriti. E tra loro un miracolato, un ragazzino di appena 14 anni, Vincenzo Butera, che risalì dal ventre della terra dopo 12 giorni.

Dodici giorni al buio, da solo, tra i morti. Poi, quando tutte le speranze erano perdute, il miracolo della vita.

Anche quest’anno le Amministrazioni comunali di Campofranco e Casteltermini hanno ricordato la più immane tragedia mineraria italiana avvenuta alle 13.30 di quel 4 luglio nella più grande miniera estrattiva italiana di zolfo, dove lavoravano 1200 persone tra picconatori, carusi, tecnici.

E la giustizia? Chi pagò per quei crolli e le mancate misure di sicurezza?

La giustizia non è arrivata mai davvero nelle aule di tribunale, ma la si può leggere altrove, nei romanzi, nelle poesie, nelle inchieste giornalistiche, nei memoriali di chi c’era.

Una ventina di anni fa anch’io volli visitare quella miniera e fu possibile grazie a Saro Nuara e a ex minatori.

Ci calammo nelle viscere della pirrera e respirai, e non solo coi polmoni, quell’aria ancora pregna di dolore senza voce e calpestai con passo incerto i gradoni scavati a colpi di piccone.

Gradoni che sprofondano nei cunicoli per ben 12 livelli. Quei gradoni percorsi ininterrottamente dai carusi carichi di surfaru, come muli.

Tanti Ciaula senza luna.

Noi ci calammo fino al secondo livello. Dal terzo in poi era l’inferno e ci bastò respirarlo appena. E nessuno ebbe voglia di toccarlo con mano.

Ricordi che mi porto dietro come sfreghi nell’anima a pensare a quello che pativano i surfarara sepolti ancora più sotto, al quarto, al quinto e giù giù, dove l’aria manca e lo zolfo ti brucia anche l’anima.

Pochi anni addietro a Campofranco parlammo di come recuperare quella memoria storica e veicolarne la cultura e la conoscenza ai nostri ragazzi oggi cresciuti nel benessere.

Proprio di questi giorni la notizia di un avviso pubblico CULTURA PER I PICCOLI COMUNI, finanziato dal Ministero, che scade il 31 agosto. Potrebbe essere l’occasione buona per presentare un vero progetto e rendere fruibili quei luoghi.

Per fare conoscere e non disperdere i ricordi, perché di memoria si può anche vivere e allo stesso tempo si può rendere giustizia, seppure tardiva, a chi ha perso la vita e lì è rimasto, sepolto vivo.

Letteralmente.

Ma anche per scoprire un mondo affascinante e sconosciuto, basti dire che al terzo livello della miniera di Cozzo Disi ci sono caverne ricolme di gemme bellissime.

Le chiamano garbere, cristalli di gesso purissimo che splendono come stelle. E si può ancora videre u surfaru e anche la Madonna del minatore, scolpita su una pietra di zolfo.

Tra una cosa e l’altra mi piace ricordare anche questo romanzo dell’amico Michele Rondelli, Testimoni sepolti, in cui racconta quei fatti di ieri col taglio del romanziere di razza e a leggere le sue pagine ci si immerge in una realtà dei tempi andati e si conosce dal vivo la storia dei carusi e delle pirrere.

La storie di casa nostra.

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